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sabato 17 dicembre 2016

Alberto Maggi Il Natale non è una favola mielosa


"La nascita di Gesù è come impiastricciata in una melassa dolciastra, che rischia di impantanare la verità evangelica in una bella favola che va a toccare le corde dei sentimenti, ma che poco o nulla incide nella vita del credente..." - Su ilLibraio la riflessione sul Natale nei Vangeli di Alberto Maggi, biblista controcorrente.



I VANGELI DEL NATALE
Tanto scarno e asciutto è quel che scrivono i vangeli riguardo al Natale, quanto mielosa è diventata la maniera di presentarlo e di viverlo. La nascita di Gesù è infatti come impiastricciata in una melassa dolciastra, che rischia di impantanare la verità evangelica in una bella favola che va a toccare le corde dei sentimenti, ma che poco o nulla incide nella vita del credente.Gli evangelisti non hanno avuto alcuna intenzione di descrivere minuziosamente la cronaca del giorno, mese e anno sconosciuti, in cui a Betlemme, è nato un maschietto al quale i genitori hanno posto nome Gesù, l’ebraico Jeshua (“Il Signore salva”).

Quel che viene presentato nei vangeli non è una cronaca, ma un’interpretazione della nascita di Gesù, alla luce della sua morte e risurrezione, dove i sentimenti vengono fatti tacere per lasciare il posto solo ai significati. Per scoprire quali essi siano occorre procedere a un’efficace operazione di pulizia, per giungere al significato profondo della narrazione evangelica facendola riemergere da quel cumulo di leggende, tradizioni, devozioni, folklore, che l’aveva come seppellita. La luce che emerge dopo l’operazione di restauro è l’annuncio della realizzazione del progetto di Dio sull’umanità: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), avveratosi storicamente in Gesù di Nazareth e proposto, attraverso di lui, a ogni persona: “A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12).

Ma chi l’ha accolto? Non i capi religiosi, ma i pastori, i pària di Israele, non i pii farisei, ma i magi, gli impuri pagani. Quelli che erano considerati esclusi dal piano di Dio hanno accolto Gesù; quelli che si ritenevano gli eletti privilegiati hanno rifiutato il disegno del Signore sull’umanità (“ma i suoi non lo hanno accolto”, Gv 1,11).Ecco allora che quei particolari che gli evangelisti hanno inserito nella loro narrazione, una volta ripuliti da ogni elemento estraneo, acquistano tutta la loro portata, cominciando dai personaggi. Matteo presenta, una ragazza, Maria, che è incinta, viene sospettata di adulterio dal proprio sposo, e per questo rischia di essere lapidata. Il marito, Giuseppe, dilaniato tra l’osservanza della Legge divina, che gli impone di denunciare e uccidere la sposa infedele, e la compassione per la propria moglie, sceglie l’amore. Là dove la ferrea osservanza della Legge, della morale e della tradizione viene incrinata da un sentimento di misericordia, si permette a Dio di farsi strada e manifestarsi nella vita dell’uomo.

L’annuncio della nascita di Gesù, non suscita gioia, ma provoca il panico nella città santa, Gerusalemme. La venuta del “Dio con noi” (Mt 1,23), spaventa tutta Gerusalemme: da Erode, re illegittimo, ai sacerdoti, dagli abitanti ai teologi. Tutti allarmati, sbigottiti, e presi dalla paura di perdere il potere e i propri consolidati privilegi. E la casta sacerdotale, anziché accorrere per accogliere e rendere omaggio all’atteso Messia, si inquieta per la notizia. I capi religiosi preferiscono restare sottomessi a un re illegittimo per poter mantenere i propri privilegi piuttosto che accogliere il liberatore d’Israele e perdere il dominio sul popolo. A parole auspicavano la venuta del Messia, in realtà la temevano. E la stella, segno celeste che mai brillerà a Gerusalemme, sarà scorta nel tanto disprezzato mondo pagano, i cui rappresentanti, i magi, verranno per rendere omaggio al rifiutato dal suo popolo. La risposta del potere al dono di Dio all’umanità, sarà la strage, compiuta con la complicità delle autorità religiose che hanno fornito al sanguinario Erode ogni informazione su dove trovare il bambino.

Anche nel vangelo di Luca non sono le persone religiose ad accorrere alla nascita del salvatore, ma i pària, i disprezzati pastori d’Israele (“Nessuna condizione di vita è così disprezzata nel mondo come quella dei pastori”, Midrash Sal. 23). E saranno i pastori, non i teologi, a far conoscere al mondo la grande novità che diventerà poi il filo conduttore del vangelo, la “buona notizia”: quando Dio s’incontra con i peccatori, non li castiga ma li avvolge con il suo amore (Lc 1,9), perché questo Signore non è attratto dai meriti delle persone ma dai loro bisogni, ed “è benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6,35).