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sabato 12 novembre 2016

Lisa Cremaschi Padri Chiesa: Gregorio di Nissa


“Vide Dio nella tenebra”
Gregorio di Nissa

Fratello minore di Basilio, Gregorio (335 ca- dopo il 394), dopo gli studi di retorica, divenne lettore ma abbandonò ben presto questo ministero, divenne insegnante e si sposò. Nel 372 Basilio, allora vescovo di Cesarea, nel suo intento di circondarsi di vescovi fedeli a Nicea, lo chiamò a guidare la diocesi di Nissa, una piccola borgata della Cappadocia.
Quattro anni più tardi, Gregorio fu deposto ed esiliato dagli ariani, che lo accusano falsamente di illeciti nell’amministrazione dei beni e contestano la validità della sua ordinazione episcopale. Potrà rientrare nella sua diocesi alla morte dell’imperatore Valente, nel 377. Gregorio dimostra un grande affetto e una grande stima per il fratello maggiore che definisce “padre e maestro mio” (Lettera 13), ma viene da lui considerato ingenuo, “assolutamente inesperto degli affari della chiesa” (Lettera 215). Nonostante la scarsa fiducia riposta in lui, dopo la morte di Basilio, Gregorio ne divenne, insieme all’amico Gregorio di Nazianzo, l’erede spirituale. Prese parte al concilio di Antiochia del 379, guidò per un certo tempo la chiesa di Sebaste, sostenne Gregorio di Nazianzo nel concilio di Costantinopoli del 381 e su incarico del concilio fu inviato in Arabia e a Gerusalemme a far conoscere le decisioni conciliari.; dopo aver partecipato a un nuovo concilio a Costantinopoli nel 383, rimase quasi sempre nella capitale. L’ultimo evento di cui abbiamo notizia è la sua presenza a un sinodo nel 394.
La sua attività letteraria fu intensissima; scrisse opere dogmatiche, commenti biblici, opere di carattere spirituale e biografico, discorsi liturgici e di vario argomento. Considerato il più mistico dei padri orientali, il secondo concilio di Nicea lo definisce “il padre dei padri”.
Gregorio non fu monaco, ma scrisse diverse opere di spiritualità monastica tra le quali un’esortazione alla vita monastica, in cui polemizza con un’ascesi non evangelica e insiste sulla necessità di ricorrere a un padre spirituale; invita i giovani “a cercare una buona guida e un buon maestro: solo così potranno evitare che la loro inesperienza li porti a battere sentieri impraticabili e li faccia vagare dal retto cammino” (La verginità 23).
Ma le pagine più belle di Gregorio sono quelle in cui parla della ricerca di Dio. accenniamo a questo tema partire dal commento al Cantico dei cantici. L’umano desiderio non si appaga mai su questa terra; è costantemente rilanciato, desidera sempre altro; non solo, la conoscenza dell’amato non è mai piena. L’altro è sempre per noi un mistero; lo conosciamo in parte, ma non ne cogliamo mai la verità profonda. Anche la persona più vicina, più amata, è portatrice di un mistero che mi sfugge. Noi stessi siamo per noi un mistero; non ci conosciamo pienamente, apprendiamo gradualmente e con fatica ad abitare con noi stessi, ma non giungiamo mai alla conoscenza piena delle profondità del nostro essere. Dell’Altro per eccellenza, Dio, riconosciamo “solamente le orme”, dice Gregorio, e dei “barlumi”. “Profumo effuso è il tuo nome” (Ct 1,3); “le parole della nostra teologia indicano solamente un misero residuo di quanto è esalato dal buon odore divino”(Om. sul Cantico 1). L’altro non è riducibile a un oggetto che può essere scomposto e analizzato; Dio non è un “esso”, è un “tu”. Solo nel rapporto con lui, nel dialogo lo incontro.
“Sono nera, ma bella”, dice la sposa (Ct 1,5). “Mi ha fatto bella con il suo amore”, commenta Gregorio. L’amore rende belli, l’amore trasfigura, l’amore fa rassomigliare l’amante all’amato. Quante coppie che hanno perseverato nell’amore vicendevole giungono ad assomigliarsi nei tratti del volto, nella gestualità del corpo. “A uno specchio assomiglia, veramente, l’essere umano, il quale si trasforma a seconda delle immagini volute dalla sua libera scelta” (Om. sul Cantico 4). L’essere umano ha la facoltà di scegliere verso chi volgersi, a chi assomigliare. Chi si volge all’amore di Dio è “lavorato” da quest’amore che poco per volta fa riemergere in lui l’immagine e la somiglianza deposte nell’in-principio (cf. Gen 1,26) e poi offuscate e ottenebrate dalla stolta attrazione per il male.
“Sono stata ferita dall’amore’ dice la sposa (Ct 2,5). Cristo, commenta Gregorio, è la freccia scoccata dal Padre, Cristo è l’amore fatto carne che fa ammalare d’amore chi lo segue. L’amore comporta una ferita, una sofferenza, uno strappo. Una ferita è all’origine della vita, segna una nuova nascita, e una ferita segna il nascere dell’amore. Volgersi al Signore implica abbandonare il culto degli idoli, qualsiasi forma essi assumano. Gregorio cita il salmo 113,6, che a proposito degli idoli dice: “Possano diventare simili ad essi coloro che li fanno e tutti quelli che hanno riposto la fede in essi”, e commenta: “Come infatti quelli che guardano il vero Dio ricevono in sé le peculiarità della natura divina, così chi si rivolge alla vanità degli idoli si trasformò ad essere conforme a quello che guardava e divenne pietra, da uomo che era”(Om. sul Cantico 5). L’idolo trasforma a propria immagine e somiglianza.
La voce dello Sposo esorta: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!” (Ct 2,10b.13c), “dice ancora una volta alla sposa che si era destata: ‘Sorgi’ e, quando essa fu giunta, ‘vieni’. Colui che sorge in questo modo non cesserà di sorgere sempre e colui che corre verso il Signore avrà da percorrere un ampio cammino nella sua corsa divina!”(Om. sul Cantico 5). “E colui che sale non si ferma mai, perché riprende da un inizio a un altro inizio, e l’inizio delle realtà che si fanno sempre più grandi non si conclude mai” (Om. sul Cantico 8). È il tema dell’epéktasis, del progresso continuo, tipico della spiritualità gregoriana. L’amore non ha misura, non ci si può rassegnare, accontentare. L’amore si nutre d’amore.
Ma l’avventura dell’amore è grandiosa, ma fragile. Conosce momenti di crisi, di tiepidezza, di pigra sonnolenza. Certo, fin da principio sperimenta la prova. “Io credevo che l’anima, che era stata così levata in alto, avesse raggiunto la vetta della beatitudine, ma, a quanto sembra, le prove superate sono solo un prologo all’ascesa” (Om. sul Cantico 5). La ricerca dell’amato a tratti fallisce, manca il bersaglio. La sposa cerca lo sposo nella notte, ma il letto è vuoto. L’amore non toglie la solitudine. Va patito l’amore; occorre sentire la nostalgia, la mancanza, la lontananza e continuare a cercare. Inoltre, altri amori ingannevoli minacciano l’amore, amori che inebriano non di quella sobria ebbrezza con cui ci allieta lo sposo, ma di un’ebbrezza mortifera che provoca accidiosa sonnolenza.
“Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne” (Ct 5,2). L’interpretazione spirituale proposta da Gregorio è la seguente: “Il grande Mosè cominciò a godere della visione di Dio nella luce (cf. Es 3,1-6): dopo di essa gli parlò attraverso la nube (cf. Es 19,16-19); quindi, Mosè, divenuto ancora più sublime e perfetto, vide Dio nella tenebra ... Come dice la Scrittura: Mosè entrò nella caligine ove si trovava Dio (Es 20,21)” (Omelie sul Cantico 11). Ci aspetteremmo il cammino inverso: dalla tenebra alla luce, e invece la ricerca dell’Amato parte dalla luce, da ciò che è visibile, passa per la nube e giunge alla tenebra, nel mistero di Dio. Non tutto è chiaro e manifesto; se la sposa accoglie in casa sua lo sposo potrà raccogliere la rugiada che stilla dalla testa dello sposo e le gocce della notte che stillano dai suoi riccioli. Non è possibile, dice Gregorio, che chi è penetrato nelle realtà invisibili “incontri la pioggia o il torrente della conoscenza”, ma è dono grande nella calda notte del deserto gustare la frescura della rugiada.
Nella corsa dietro allo Sposo non bisogna mai fermarsi, ma lasciarsi attirare a lui. Se passa oltre, non ci si deve scoraggiare; egli non vuole abbandonare la sposa, ma destare ancor più il suo desiderio. In questo gioco d’amore può giungere l’ora della disperazione; sembra che a nulla valga l’impegno nella ricerca, che ogni sforzo sia destinato al fallimento. L’altro resta sempre altro, ci sfugge. La sposa “dispera di raggiungere colui che essa desidera, e pensa che il suo desiderio del bello rimarrà inappagato” (Om. sul Cantico 12) Ma se persevera, viene guarita dalla disperazione e impara che la gioia risiede nel suo stesso insaziabile desiderio. La perseveranza nell’amore, nella ricerca, nel desiderio conduce alla conformazione all’amato. “Colei che dice: Io sono nel mio diletto e il diletto è mio (Ct 6,3) dice di essere stata resa conforme a Cristo (cf. Rm 8,29), ricevendo la bellezza che è tipicamente sua, cioè la beatitudine originaria della nostra natura” (Om. sul Cantico 15). Ormai lo Sposo stesso è venuto ad abitare nella sposa. Gregorio a commento di questo passo del Cantico cita il testo paolino: “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1,21).
“Una sola è la mia colomba, la mia perfetta” (Ct 6,9); spiegando questo versetto, l’ultimo del Cantico da lui commentato, Gregorio ricorre a Gv 17,21: “Affinché siano tutti una cosa sola, come tu, Padre, sei in me e io in te, affinché anch’essi siano una cosa sola in noi”. L’amore vince ogni divisione, supera le diversità, crea comunione nell’attesa di quell’ora in cui “Dio sarà tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28), in quelli che, grazie alla reciproca unione, sono congiunti nella comunione con il bene, in Cristo Gesù Signor nostro, a cui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (Om. sul Cantico 15).

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