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martedì 1 novembre 2016

Lidia Maggi Gesù: Anche le donne sono persone!


"Gesù ha trattato le donne come persone rifiutando di definirle attraverso il loro status matrimoniale, il loro ruolo subordinato. Le donne per Gesù non sono solo le figlie o le mogli di qualcuno: sono individui, figlie di Dio, proprio come ogni essere umano."

Il mondo di Gesù è abitato da numerose figure femminili. Nel Regno che è venuto ad annunciare le donne sono cittadine a pieno titolo. Chi sfoglia il Nuovo Testamento, e in particolare la narrazione evangelica, ne sentirà le voci, le scorgerà protagoniste.


Il Gesù dei vangeli, pur presentato come colui che costituisce i dodici, non concepisce la sua comunità come una cerchia separata di soli uomini. Le donne fanno parte del gruppo a pieno titolo e i poveri discepoli rimangono spesso interdetti di fronte all’atteggiamento anticonformista del Maestro.

Sarà proprio alle donne che, alla fine, verrà consegnato l’evangelo della risurrezione. Esse, come apostole designate direttamente da Dio, saranno mandate ad annunciare ai discepoli dispersi e al mondo che l’avventura evangelica continua. E che non si tratti di un recupero tardivo, in conclusione di racconto, lo dice l’intera vicenda pubblica di Gesù.

Egli non ha mai discriminato le donne; le ha rese partecipi della sua missione e della sua vita. Ha condiviso con loro l’amicizia.

Ha trattato le donne come persone rifiutando di definirle attraverso il loro status matrimoniale, il loro ruolo subordinato. Le donne per Gesù non sono solo le figlie o le mogli di qualcuno: sono individui, figlie di Dio, proprio come ogni essere umano.

Gesù, dunque, accoglie le donne, le ascolta, le ammaestra, le perdona, le guarisce e le manda in missione. Ha dato loro tanto: ha infiammato i loro cuori, le ha fatte sentire importanti, ha fatto conoscere un Dio materno, vicino, che le ama e non le considera cittadine di seconda classe nel suo regno.

Più concretamente, si potrebbe dire che Gesù abbia offerto alle donne qualcosa di cui difficilmente gli uomini necessitano: le ha aiutate a uscire dall’invisibilità, dall’anonimato, dal chiuso delle case, aprendo loro prospettive più ampie. La speranza che egli dona non è solo una promessa di salvezza futura. Essa provoca necessariamente una ridefinizione dei ruoli sociali, interroga le strutture e sollecita il cambiamento. Egli annuncia loro che il mondo può essere più ampio dei confini patriarcali, delle mura di casa.

Gesù incontra le donne e le aiuta a diventare visibili, a uscire dall’anonimato, guarendo le loro ferite fisiche e sociali, come con la donna dal flusso di sangue, l’adultera, o Maria di Magdala.

Le donne aderiscono con gioia a quella fede che le chiama a libertà e trovano nella chiesa primitiva lo spazio e la possibilità di condividere i doni dello Spirito: profetesse, diaconesse, apostole e missionarie. La chiesa si presenta, da subito, con una pluralità di carismi, come la comunità di uguali.

Se pensiamo al silenzio e all’invisibilità delle donne nelle società del tempo, la novità evangelica appare in tutta la sua forza.

La cultura patriarcale non riuscirà a mettere a tacere la novità di un messaggio che rialza le donne, le solleva dalla sottomissione, dalla subordinazione culturale per dare loro la dignità di apostole, annunciatrici del Regno.

La “differenza” di quella narrazione emerge, pure, se raffrontata con il seguito della storia della cristianità: la società alternativa voluta da Gesù ha lasciato il posto, perlopiù, a chiese gerarchiche e patriarcali, incapaci di far risuonare per le donne il lieto annuncio.

Nel corso dei secoli le chiese hanno reinserito le donne nell’ordine patriarcale. La novità evangelica è stata emendata. L’annuncio della fede affidato alle donne è diventato nucleo di una testimonianza apostolica tutta al maschile. E così Maria di Magdala si è trovata di nuovo posseduta dai demoni del patriarcato; mentre alla samaritana è stato chiesto di tornare indietro a riprendersi la brocca!

Esiste, dunque, tra evangelo e storia un evidente scarto che le lettrici credenti continuamente denunciano.

Tuttavia, le pagine del Nuovo Testamento non si presentano come letteratura utopica, intenzionalmente sciolta dal più faticoso discorso storico e tutta proiettata su un mondo altro. Insieme al lievito nuovo portato da Gesù si narra anche della durezza della pasta e della fatica dell’impasto.

Più che testo celebrativo del riconoscimento della dignità delle figlie di Dio, le Scritture cristiane rivelano il punto di vista divino, declinato come annuncio, certo, ma anche come critica ed interrogativo rivolti come sfida a chi legge.

A questo proposito, il Nuovo Testamento parla lo stesso linguaggio del Primo Testamento. Il che non significa misconoscere specificità tipiche delle Scritture cristiane, come la questione del ruolo delle donne all’interno della chiesa.

Il rinnovato ascolto del racconto biblico, a partire dalle protagoniste femminili che vi compaiono, vuole dare voce ad una Parola sempre a rischio di parzialità e fraintendimento. Per secoli le donne hanno patito le conseguenze di letture dimezzate. La cura per un altro tipo di ascolto, capace di promuovere conversione personale e riforma ecclesiale, ci sembra essere il contributo più prezioso che le donne possono offrire quale loro singolare carismaper l’edificazione delle comunità.

Il cristianesimo contemporaneo si presenta particolarmente a rischio di semplificazioni interessate. L’opportunismo di soggetti politici e il tradimento di non pochi credenti sembrano cooperare alla versione di un «cristianesimo senza Cristo».

Prende piede l’eresia etnica, che piega la fede cristiana ad un uso identitario, che suscita inimicizia nei confronti del diverso, inteso come pericoloso antagonista.

Insieme a questa deriva, riprende vigore anche l’eresia sociale, che relega entro i confini dell’anima il caso serio della fede, affidando agli interessi dei potenti la gestione dei corpi. E siamo ancora lontani dall’aver debellato l’eresia di genere, che declassa le donne a ruoli subalterni.

La comunità sognata da Gesù, nella quale «non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal. 3,28), viene accantonata a favore di una gestione del sacro inteso come «strumento » di governo.

La questione femminile non è l’unica all’ordine del giorno di chi osa scommettere sulla verità della Parola di Gesù. Essa, però, appare come paradigmatica di un evangelo che si sottrae alle limitazioni della comprensione attuale.

A patto, però, che la riscoperta della presenza femminile nella narrazione evangelica non venga appiattita quale strumento per rivendicare quote rosa all’interno delle chiese: percorso legittimo, che dà voce all’altra metà del cielo, troppo spesso messa a tacere; ma che si circoscrive alla sola ricaduta ecclesiologica. Mentre la posta in gioco è ben più alta, di tipo teologico: custodire e difendere la rivelazione evangelica nella sua integralità.

L’evangelo non può funzionare solo come pezza giustificativa, come bandiera da brandire nel mezzo della battaglia!

Le donne di questa generazione sono chiamate a vigilare e lottare contro gli abusi del patriarcato e, contemporaneamente, a mantenere aperte le tensioni evangeliche. Come coniugare la spinta emancipatoria con il cuore del messaggio evangelico che chiede di rinnegare se stesse? Come fare i conti con un Gesù amico ma singolare, che ci interpella con lieti annunci dalla insopportabile forza d’urto?

C’è un’eccedenza del’evangelo rispetto al nostro desiderio di essere valorizzate da Gesù. Eccedenza non vuol dire che l’evangelo rema contro, ma che va oltre: anche oltre il riconoscimento del ruolo delle donne.

Riscoprire la presenza femminile nelle Scritture cristiane è solo il primo tempo della partita, poiché l’evangelo pretende di essere, anche per le donne, parola che stupisce e spiazza, mentre conferma e consola.

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