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venerdì 11 novembre 2016

B. Salvarani Il Vangelo secondo Leonard Cohen


La musica pop, non è una novità, ha visto una gran quantità di autori cimentarsi con il tema del rapporto con la religione: campo alquanto difficile e insidioso, dove le trappole della banalità e del cattivo gusto sono sempre in agguato e non è sempre detto che l’immediatezza della comunicazione – qualità importante per una canzone – riesca a coniugarsi con la complessità dell’argomento.

Ci sono alcuni artisti, però, che hanno saputo scavalcare brillantemente gli ostacoli trattando con un mezzo apparentemente facile e popolare come la canzone le tematiche proposte dai testi sacri; ce ne sono altri, in misura minore, che ne hanno felicemente fatto un fondamento della loro poetica in musica, arrivando al cuore del proprio pubblico. Tra questi c’é sicuramente Leonard Cohen, scomparso in questi giorni a ottantadue anni, a mio avviso il più significativo per esiti artistici e popolarità planetaria sotto questo profilo, la cui autodefinizione presente in The future (1992) – “Io sono il piccolo ebreo che ha scritto la Bibbia” – non è per niente esagerata o fuori posto. Si badi: i suoi testi sono generati dalla Bibbia, più che ispirati a essa, ma il testo sacro alla tradizione ebraica e cristiana non è scelto in conseguenza di una presa di posizione fideistica. La Scrittura è una presenza immanente alla poetica coheniana, esattamente come il Grande Codice è la pagina sorgiva dell’intera cultura occidentale.

“Mi piace la compagnia dei monaci e delle suore e dei credenti ed estremisti di ogni genere – ha detto lui una volta – e mi sono sempre sentito a casa tra le persone di quella fascia. Io non so esattamente perché, so che rende solo le cose più interessanti…”. Ne Il vangelo secondo Leonard Cohen (Claudiana 2010), da parte nostra, mia e del compagno di scorribande musicalteologiche Odo Semellini, abbiamo cercato di analizzare la dimensione del sacro nell’opera dell’allora settantasettenne artista canadese, prendendone in esame, oltre al canzoniere, anche le raccolte di poesie, i romanzi e le interviste rilasciate nel corso degli anni. Siamo infatti convinti che il poeta di Montréal ha saputo fare del suo percorso spirituale e religioso un argomento degno di essere cantato, raccontato senza mai scadere nell’autocelebrazione, sapendolo arricchire anche della complessità del rapporto non solo tra l’uomo e Dio, ma anche tra l’uomo e la donna, cogliendo perfettamente le contraddizioni di tale rapporto, che scandisce quotidianamente l’esistenza di ognuno di noi. Al tempo stesso, come scrive Alberto Corsani su Riforma del 21 maggio 2010, i riferimenti biblici nelle canzoni di Cohen “fanno parte dell’humus in cui il cantautore è cresciuto, costituiscono il suo retroterra, senza esaurirlo e senza impedire che le sue canzoni vengano interpretate a prescindere dalla fede… Cohen ci porta alla soglia di un paesaggio sconfinato, che forse avremo il privilegio di scoprire; ben sapendo che perfino a Mosè fu negato di vedere compiutamente la Terra promessa”. Di questa peculiarità si era ben accorto il nostro Fabrizio De André, che non a caso tradurrà quattro brani di Cohen (tra cui la famosa Suzanne), e cui abbiamo dedicato un capitolo, in cui sono messe a confronto le tematiche etiche e religiose del cantautore genovese e del collega d’oltreoceano. Nel libro abbiamo voluto inserire un altro faccia a faccia illustre tra Cohen e Bob Dylan, per certi versi il suo corrispettivo statunitense. Ma anche la sua vicenda buddhista: nel 1993, dopo la promozione mondiale del suo album The future, egli decideva di ritirarsi al Mount Baldy Center, un monastero zen sorto nel 1971 e situato a duemila metri di altezza, e di sostarvi per oltre sei anni con il nome di Jikan, il silenzioso. Pur conservando il suo essere ebreo di fondo, si badi, quella che chiama la religione di famiglia… Il Nostro non è stato certo un autore prolifico – appena quattordici album in studio in un quarantennio di carriera, compreso l’appena uscito You want it darker – ma ha saputo suscitare l’ammirazione di diversi suoi colleghi (Bono degli U2 e Jeff Buckley, tanto per fare solo un paio di esempi notevoli) che lo hanno omaggiato con un numero pressoché sterminato di cover. Su tutte, la celeberrima Hallelujah, titolo che allude alla preghiera di lode a Dio nella liturgia ebraica, che ha fatto scorrere i proverbiali fiumi d’inchiostro e registrato una serie pressoché infinita di reinterpretazioni. Cohen è riuscito a raccontare come pochi il suo tempo cercando, come ha sottolineato Gianfranco Ravasi su Il Sole 24 ore del 1° settembre 2010, “di intrecciare nel suo pensare, scrivere e cantare, spirito e corpo, mito e storia, mistica e amore, sacro e profano, ma soprattutto Dio e uomo, avendo sempre accesa nel suo cielo la stella della Bibbia”. E, aggiungo, raccontando le inquietudini umane alla luce di una fede che, proprio perché finita e imperfetta, ha saputo affascinare generazioni di fedeli ascoltatori. Perché le domande sull’esistenza sono le stesse per tutti, e le risposte che ha provato a dare quello che mi piace definire il canadese errante, così pregne di armonia e bellezza, possono servire, anche solo in parte, a noi tutti. Perché, come dice lui, “ogni canzone che ti consente di dare via te stesso è una buona preghiera”.