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mercoledì 19 ottobre 2016

Paolo Ricca La pace nella Chiesa


1. In nessun passo del Nuovo Testamento – neppure nella celebre «preghiera sacerdotale» di Gesù in Giovanni 17 o nel grande capitolo 12 della I Corinzi sull’unità del corpo di Cristo nella diversità delle sue membra – c’è una affermazione così perentoria, categorica e insistita dell’unità della chiesa come nei tre versetti (dal 4 al 6) del capitolo 4 della Lettera agli Efesini: «un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti …».
Da questa serie di «un solo / una sola» ripetuti a ritmo incalzante sette volte, non poteva che emergere una sola chiesa. L’unicità di Dio e dei suoi doni fonda una chiesa che può solo essere una: se non lo è, non è chiesa, ma setta. E il vincolo di questa unità è la pace. Non si può essere uniti se non si è in pace, e non si è in pace se non nella comunione dell’unica fede in Cristo, dell’unica speranza, che è ancora Cristo, e dell’unico amore, che è quello di Dio manifestato in Cristo. Questa unità preziosissima e quasi miracolosa è un tesoro da custodire gelosamente, tanto che l’Apostolo raccomanda: «Applicatevi con zelo a conservare l’unità dello Spirito …» (v. 3). L’unità è creata da Dio, non dai cristiani, ma spetta ai cristiani il compito di conservarla. In che modo ? Nel modo già detto: col vincolo della pace, cioè vivendo in pace tra loro. Se la pace s’incrina, s’incrina l’unità. Se la pace finisce, finisce l’unità.
2. Da dove viene questa pace che unisce così intimamente i cristiani ? Viene dalla croce, dove Gesù si è rivelato come «la nostra pace» (Efesini 2,14) in due modi: anzitutto nel fatto che lì «Dio riconciliava con sé il mondo per mezzo di Cristo, non imputando agli uomini la loro colpa» (II Corinzi 5,19) – è la pace che discende dal perdono dei peccati, mistero assoluto che sta al cuore della rivelazione biblica di Dio; in secondo luogo nel fatto che Cristo «ha abbattuto il muro di separazione» tra gli umani (Efesini 2,14), per cui nella comunità cristiana «non c’è più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina, perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28). Le differenze religiose, razziali, sociali, sessuali non sono abolite, ma non dividono più, non impediscono l’unità, che quindi si configura come un’unità di diversi, non di uguali, e proprio per questo è un’unità miracolosa.
Il vincolo della pace è dunque doppio, e crea vicinanza, comune appartenenza, fraternità, là dove prima c’erano distanza, reciproca estraneità, ostilità. La pace dunque genera umanità.
3. I cristiani, nella loro storia, non sono stati capaci di conservare l’unità e la pace: hanno perso entrambe molto presto. Già nella chiesa di Corinto c’erano «divisioni» (I Corinzi 1,10), e poi tante altre si sono succedute nel corso dei secoli. Neppure la chiesa antica fu immune da divisioni: ricordiamo quella tra cattolici e montanisti già nel 2° secolo, e nel quarto quelle tra cattolici e donatisti e tra «ortodossi» e ariani.
La storia della chiesa è purtroppo anche una storia di divisioni della chiesa, che sono continuate pressoché ininterrotte fino a tempi recenti: non c’è nessuna chiesa che non si sia divisa in un modo o in un altro, dalle altre, o che non sia stata complice, diretta o indiretta, di una o più divisioni. È, questa, una storia tristissima, una vergogna: le chiese non si sono solo divise, si sono osteggiate, diffamate, scomunicate, perseguitate, e persino materialmente combattute. Sembra incredibile, ma è successo, ed è durato secoli. Ma a partire dalla metà dell’Ottocento è sorto in controtendenza, affermandosi poi nel corso del Novecento, il movimento ecumenico, all’inizio solo in ambito protestante, poi coinvolgendo le altre maggiori chiese cristiane.
Con la nascita del movimento ecumenico le chiese hanno cominciato lentamente, faticosamente, ma irrevocabilmente, il cammino inverso: non più dall’unità alla divisione, ma dalla divisione all’unità.
4. Che cos’è il movimento ecumenico? Ѐ lo sforzo corale delle chiese ora divise di ricuperare quella «unità dello Spirito con il vincolo della pace», perduta nella notte dei tempi. Questo ricupero richiederà senza dubbio molto tempo, anche se si può pensare che non sarà così lungo quanto è stato il tempo della divisione: da quasi 1000 anni dura la divisione tra cattolici e ortodossi; da 500 quella tra cattolici e protestanti. La cosa decisiva è fare il primo passo, e farlo nella direzione giusta, che è, appunto, quella ecumenica. Non c’è altro futuro per il cristianesimo se non quello ecumenico. Ma quali sono i capisaldi dell’ecumenismo ? In estrema sintesi sono questi:
[a] Le divergenze tra le chiese divise in campo sia dottrinale sia morale sono reali e cospicue, ma tutte le chiese credono in Cristo, e «Cristo non è diviso» (I Corinzi 1,13). Le chiese sono divise tra loro, ma in Cristo sono unite. Questa unità, le chiese non l’hanno creata, e non possono distruggerla; possono invece manifestarla.
[b] Ogni chiesa deve imparare a conoscere le altre e, conoscendole, a riconoscerle come chiese, cioè come comunità umane e cristiane nelle quali l’Evangelo di Gesù Cristo è annunciato, ubbidito e praticato, nella diversità degli ascolti, delle sensibilità e delle interpretazioni. Nessuna chiesa è perfetta o impeccabile, nessuna realizza la pienezza cristiana. D’altra parte nessuna chiesa è priva di qualche dono dello Spirito. Perciò nessuna chiesa può più dire all’altra: «Non ho bisogno di te» (I Corinzi 12,21).
[c] Le chiese non sono unite, ma sono meno divise di un tempo e possono già fare insieme molte cose: incontrarsi, dialogare, studiare la Scrittura, pregare, intervenire nel sociale a vantaggio di chi soffre – e sono tanti anche e proprio nelle nostre società «opulente». Alcune chiese praticano tra loro anche l’ospitalità eucaristica, essendo tutti, alla sua mensa, ospiti di Cristo, che dona se stesso a tutti quelli che credono in lui.
[d] La visione dell’unità cristiana sempre più largamente condivisa tra le chiese è quella della «diversità riconciliata». Anche papa Francesco l’ha accolta nell’Evangelii gaudium: «La diversità è bella quando accetta di entrare costantemente in un processo di riconciliazione» (n. 230). La riconciliazione delle diversità: questa è la via maestra di movimento ecumenico.