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venerdì 7 ottobre 2016

Enzo Bianchi Carlo Petrini Piccolo mondo antico


L’Università di Pollenzo conferisce la laurea honoris causa a Enzo Bianchi il 6 ottobre 2016 alle ore 18.00 nella Chiesa Parrocchiale di Sant’Andrea a Bra.

Dal sito dell'Università riportiamo un'intervista di Carlo Petrini a Enzo Bianchi



Leggendo, affascinato, un articolo in cui citava dei detti contadini della sua terra d’origine, il Monferrato – «Fa ‘l to duvèr, cherpa ma va’ avanti!”»; «Esageruma nenta!»; «L’è question ‘d nen piesla», «Mes’ciuma nenta el robi» – nel 2004 mi è venuto voglia di conoscere Enzo Bianchi di persona e allora sono andato a trovarlo a Bose, presso la sua comunità monastica. Là ho trovato un piccolo mondo dove l’attenzione al cibo e alla gastronomia sono sorprendentemente vive, curate e praticate, esattamente com’era nelle comunità contadine. Ho pensato che quelle antiche parole citate da Bianchi nell’articolo rivelano ancora una saggezza e un sapere semplici ma profondi, che possono sembrare ormai estinti. Quali erano le connessioni, i punti di contatto, tra quelle comunità di campagna del Piemonte e le 500 comunità del cibo di tutto il pianeta che Terra Madre si apprestava a ospitare? Il vecchio mondo contadino non ha proprio più nulla da insegnarci? – Carlo Petrini

Carlo Petrini: Enzo, tu sei monferrino, io sono langhetto: veniamo da queste parti di Piemonte collinare confinanti e con una storia comune. Gli ultimi cinquant’anni hanno visto le nostre terre mutare profondamente: un mondo prevalentemente contadino depauperato in maniera drammatica, tanto che consolidate tradizioni, stili di vita, rapporti profondi tra la gente e con la terra sono rimasti poco più che un ricordo. Come vedi, come senti oggi la tua terra?

Enzo Bianchi: La sento, innanzitutto, una cosa unica con la tua. I confini geografici tra Langa e Monferrato non sono così chiari e questo mi dice che c’è un’unità più ampia tra i territori disegnati dal Bormida, dal Belbo e dal Tanaro. È una terra strana, in cui la civiltà contadina è sempre stata legata alla vite e per questo aveva caratteristiche molto differenti rispetto a quella delle campagne lombarde o del vercellese. In più, Langa e Monferrato hanno la peculiarità di essere strutturate in nuclei di tanti paesini piccoli: non ci sono grandi città, ma tanti microcosmi. Tant’è vero che gli accenti, il linguaggio, cambiano molto anche tra paesi vicini. Il grande elemento unitario e caratterizzante di queste terre è da ricercare soprattutto tra i valori umanitari. Mentre altri territori rurali sono più legati a valori religiosi, Langa e Monferrato sono più laici, umani, ma non nel senso della morale laica torinese dei Galante Garrone e dei Bobbio. Da noi conta prima l’uomo che il cristiano con i suoi valori; un uomo giusto e onesto che sa lavorare, un uomo dalla vita ammirevole che vale la pena di essere vissuta.

Valori laici e umani che sono anche figli della Francia e della sua Rivoluzione, ma che hanno mantenuto il rispetto della religiosità, almeno finché sono durati. Direi che dal secondo dopoguerra le cose sono molto mutate dalle nostre parti, un po’ come in tutta la civiltà agricola italiana, modificando stili di vita, la socialità e le persona stesse.

Negli anni ’50 abbiamo assistito all’immigrazione, soprattutto dei calabresi: il fatto che la loro integrazione nei piccoli centri rurali sia stata priva dei risvolti poco piacevoli che ebbe nelle grandi città è già sintomatico dell’esistenza di un mondo diverso, che sapeva accogliere le persone e guardare all’uomo. Ciò che ha sconvolto tutto è arrivato subito dopo, nei primi anni ’60: l’uniformità portata dalla televisione, il consumismo e il cambiamento repentino delle attività produttive. A questo non si era preparati e l’arte di vivere nelle campagne – non senza risvolti duri, violenti e drammatici – è collassata. Si trattava di un’arte del gusto della vita che è svanita insieme alla forza lavoro che si è spostata in massa nelle città; insieme ai mobili di legno buttati via per far posto a quelli di laminato plastico. Non c’era consapevolezza di ciò che stava succedendo e c’era un’ubriacatura del nuovo tale che si è entrati in questo depauperamento di valori senza rendersene conto. Una società aperta all’uomo si è chiusa improvvisamente: mi ricordo l’arte del vegé, del fare la veglia d’inverno. Si parlava, ci si scambiava esperienze, si consumavano castagne e vino in un’atmosfera caratterizzata da solidarietà e conoscenza reciproca, da un senso di comunanza e di comunità che non ci sono più.

Dalle mie parti fare la veglia si chiamava ‘nvié. Questi e altri elementi di socialità erano la risposta alla solitudine che l’uomo ha in natura. Una risposta fatta soprattutto di miti e di consuetudini, con una loro valenza insostituibile per quel contesto. La modernizzazione spinta e la velocità nello sposare altri valori hanno fatto piazza pulita, tanto dei miti quanto di queste abitudini, che servivano a mantenere vivo il senso di appartenenza a una comunità. Ad esempio, il fatto che tutti i nostri atti esistenziali, come la nascita e la morte, si siano “medicalizzati” ci fa pensare a quanto il senso di comunanza di destino si sia estinto. Non voglio dire che le strutture ospedaliere non servano, lungi da me, ma fatto sta che con questi processi abbiamo buttato via i nostri miti, e a me sembra che si sia buttato via il bambino con l’acqua sporca: siamo più soli e non ci sono più risposte. Forse non abbiamo fatto un grande affare.

Per quel che riguarda nascita e morte, esse erano vissute come un fatto collettivo. La morte, ad esempio, non era rimossa come oggi, era un fatto naturale: la campana del paese annunciava l’agonia del malato e il viaggio del prete che andava a dare i sacramenti. Il prete avvisava l’infermo che stava morendo, tutta la comunità sapeva. I bambini vedevano i morti: era un fatto naturale perché si era all’interno di un contesto naturale. Questo aiutava la formazione di una sapienza che si acquisisce soltanto con l’esperienza: l’accettazione della morte era normale, faceva parte della vita. Aver confinato questi processi in un ospedale purtroppo ha insinuato qualcosa di innaturale, una vera e propria rimozione che ci rende più soli nel dolore e nella sofferenza. Possiamo dire che il vecchio modo di morire era più umano, com’era più umana la convivenza. Penso ai mat, ai malati psichici che un tempo vivevano integrati all’interno della comunità. Mio padre mi diceva «Guai se ridi di un matto, i mat ‘enta laseje ste’!». I mendicanti venivano accolti a pranzo quando bussavano e messi a capotavola: questo era un umanesimo sincero, che oggi ci pare incredibile ma che allora non era niente di che. Era normale e dava vita a un tessuto sociale che si reggeva perfettamente, pur se travagliato da innumerevoli stenti e sofferenze. Il vero abbruttimento è venuto dopo e ha completamente sfaldato questa rete sociale naturale.

Penso che i valori insiti in quel modo di vivere, che oggi è obiettivamente improponibile, in realtà abbiano ancora molto da dare e da insegnare nella nostra società tanto urbanizzata. Forse i miti e le consuetudini si possono riproporre attualizzate in senso moderno. Un esempio banale è la questua laica del canté ‘j oeuv, “cantare le uova”, in periodo di Quaresima, andando di cascina in cascina. Oggi molti gruppi di giovani la ripropongono in forma moderna, questuando di notte tra le aziende agricole di Langa e Monferrato. Quello che è sicuro è che si divertono tanto e in un modo nuovo, ricostituendo tra di loro, e con il territorio, un senso di comunità inedito.

Quello che bisogna fare è riappropriarsi in qualche modo di una grammatica del vivere sociale tipica dei nostri vecchi paesi. Dare questo senso di comunità e di appartenenza non è fare archeologismo: si ricrea un tessuto sociale, si pratica una qualità della convivenza. Non è sufficiente che si viva ancora in questi paesi utilizzandoli come dormitori o che si ritorni in belle villette isolate l’una dall’altra. Bisogna immaginare come rimettere la vita in queste comunità, ripensando al passato e fornendo strumenti per comunicare, per capire cos’è la convivenza, per arrivare a una grammatica della convivenza.

Non trovi che questi saperi svaniti abbiano non soltanto compromesso la vita rurale dal punto di vista della socialità ma anche da quello più strettamente agricolo e alimentare? Nel mio lavoro mi sono spesso trovato a fare i conti con una scienza ufficiale che, in virtù della sua superiorità e di una certa dose di efficienza, ha ritenuto che queste conoscenze empiriche facessero parte di un mondo folcorico, da relegare in un contesto etnografico. Con il senno di poi invece tante cose stanno ritornando, vengono rivalutate. In molti casi il progresso scientifico ha messo in evidenza limiti importanti dell’industrialismo agricolo e una forte incompatibilità ambientale.

Io, da un lato, credo che la scienza sia stata assolutamente necessaria per l’agricoltura perché è grazie ad essa che si sono risolti molti problemi e si è ottenuta una produttività maggiore. Resta aperto il problema della scienza e delle sue frontiere, nel senso che oggi c’è poca sperimentazione, non c’è tempo di valutare i risultati e le conseguenze della ricerca con calma. Penso dunque che ci sia un altro problema importante accanto alla mera contrapposizione della scienza con i saperi tradizionali: il problema di come alcuni dati della scienza possano oggi ridiventare sapienza agricola. Questo è un passaggio in più e faccio un esempio: la scienza mi dice che ci vogliono certi prodotti e certe medicine per le mie patate. Saranno sicuramente necessari per guarirle e farle crescere copiose, ma io sono in grado di condurre questa cura con la necessaria sapienzialità? Cioè, riesco a valutare che tipo di intervento subiranno l’humus, il terreno, l’ambiente? Devo essere in grado di capire che esiste un ciclo della vita più complesso, in cui devo sapermi ritrovare. Altrimenti succede un po’ come per la religione: quando ero piccolo si era convinti dell’intervento di Dio sugli eventi atmosferici. L’uomo di oggi, che è un uomo secolare, sa che Dio non interviene a spostare le nuvole di grandine e giustamente la grandine la combatte con i cannoni antigrandine. In virtù di tutti questi tipi di soluzioni c’è però stato come uno svuotamento di significati nel rapporto personale con Dio, e anche con la natura e con la terra. Uno speciale rapporto che va ricostruito, comprendendo che il lavoro e la terra non sono avulsi da un tessuto di significati simbolici. Per la scienza, dunque, va fatta un’operazione parallela, altrimenti essa, con la sua corsa vertiginosa, ci offre prodotti e soluzioni prima ancora che riusciamo a capire se ci sono realmente d’aiuto o se introducono uno squilibrio.

Hai usato la parola “sapienzialità”. Io credo che proprio questo fosse il collante in quella società. Penso che sia necessario restituirle la sua centralità. Farne nuovamente il collante di una società complessa, in cui non è il caso, per esempio, di riproporre tali e quali le preghiere e le rogazioni anti-grandine, ma in cui la scienza convive con il mito. Perché senza mito siamo più poveri, non siamo in grado di cogliere la complessità della nostra umana vicenda.

La sapienzialità nasce dall’acquisizione di una percezione della storia e del tragitto che ogni cosa fa, per essere cibo, per esempio. Se apro una scatoletta di tonno e non la consumo con sapienzialità, vuol dire che non mi rendo conto che quel pesce è stato pescato, tagliato, cotto, messo in un olio d’oliva fatto con i frutti di un albero, e così via. Se non uso la sapienzialità allora tanto vale che consumi una pasticca, il semplice prodotto finale di una tecnica a me sconosciuta.

Uno dei fini principali di Terra Madre è proprio quello di mettere in evidenza il valore di questa “sapienzialità” legata alla produzione del cibo. Abbiamo parlato del nostro Piemonte che a ottobre accoglierà i rappresentanti delle comunità invitate da ogni continente, ma c’è anche l’elemento mondiale in questo meeting, che è dato da quella che mi piace chiamare “comunità di destino”. Si tratta di una partita che ci giochiamo insieme a livello planetario, ognuno nel proprio territorio, ma per il bene di tutti. Tu qui a Bose organizzi meeting di tutte le differenti chiese, incontri mondiali tra realtà differenti. Come vedi quest’ottica di “comunità di destino”?

Il problema della comunità di destino è anche quello della comunità di convivenza. Se prendiamo coscienza che la terra, lo spazio che ci è concesso, è condiviso da tutta la convivenza dell’umanità, allora non c’è mai nulla di estraneo. Anzi, il mio frammento, il Monferrato, rimanda al tutto e il tutto rimanda al mio frammento. Quest’idea di Terra Madre è una maniera di dare voce e volto agli uomini impegnati a produrre alimenti nelle loro realtà geografiche e sociali, ma pure il modo privilegiato per rendere bene l’idea di una comunità di convivenza. La coesione e la solidarietà che c’è fra questi uomini è data, innanzitutto, dal loro cibo, perché gli uomini vivono nella misura in cui il cibo c’è. Umanità e cibo stanno una di fronte all’altro. Il cibo per esempio, il fare da mangiare a qualcuno, è la maniera più elementare per dire a qualcuno “ti voglio bene”. Meglio lo si fa, più gli si dimostra di volergli bene. Secondariamente, il cibo mostra la capacità di cultura che abbiamo. È lavorando la terra, facendo cucina e mangiando a tavola che sono nate la capacità di linguaggio e la cultura. Attorno alla tavola si realizza la comunione, la condivisione. Infine il cibo è l’elemento che permette di celebrare, fare festa, in ogni tipo di cultura. Un altro aspetto sociale irrinunciabile.

Questi sono tutti aspetti comuni che si esplicano attraverso differenti forme. Tutte le differenze tra le civiltà contadine e il loro modo di approcciarsi al cibo, alla sua produzione e al suo consumo, hanno secondo me un filo rosso che le lega. Una specie di “contadinesimo” che è condiviso anche agli antipodi.

Forzatamente sì. Penso che sulla terra esistano tre mondi: uno è quello dei contadini, uno è quello dei nomadi e il terzo è quello dei pescatori. Che siano all’equatore o ai poli, questi sono tre modi di rapportarsi alla terra comuni a ogni uomo, che danno il senso dell’esistenza di un Homo agricola che c’è ovunque. Per questo motivo sono fortemente convinto che esiste una vera e propria antropologia contadina, che va riconosciuta e non dimenticata.

Dopo questa chiacchierata ci accuseranno di essere cultori del bel mondo antico, due nostalgici.

Non credo. Conosciamo bene tutti i meccanismi della vecchia vita di campagna, anche la violenza terribile che la caratterizzava. Ma se si fa riferimento a quel mondo e lo si fa in maniera critica, con discernimento, si possono raccogliere elementi che erano frutto di secoli di esperienza e che indubbiamente sono stati tralasciati e buttati. Ora noi siamo all’inizio di un nuovo mondo, di un mondo che viene anche chiamato “mondo in fuga”. Non possiamo più fermarci e prevedere, non dico il futuro, nemmeno il dopodomani. Quindi è importante avere dei punti di riferimento nel passato, senza fare operazioni di archeologia, ma chiedendoci se quelle cose, che facevano parte di una certa sapienza, sono capaci di insegnarci ancora qualcosa o no in questo mondo che ci sfugge in avanti.

Intervista a cura di Carlo Petrini, tratta dal volume “Voler bene alla terra” (Slow Food Editore 2014)

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