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martedì 4 ottobre 2016

C. Giaccardi Concretezza per disinnescare il gender


Avvenire, 4 ottobre 2016
Chiara Giaccardi

Perché, come un padre, non si limita a pronunciarsi in pochi momenti ufficiali, ma sa cogliere ogni occasione per trasformarla in opportunità di discernimento: una pratica, quest’ultima, che richiede la piena partecipazione individuale, ma non è mai individualistica, bensì piuttosto comunitaria.

Parlando ai giornalisti il Papa non emette sentenze da riportare nei media, ma invita tutti a un cammino, accompagnandosi a vicenda e dando per primo l’esempio. Anche le parole pronunciate sulla delicata questione del gender vanno lette in questa chiave, per non travisarle forzandole in un senso o nell’altro.

Accompagnare è un movimento cruciale per il rinnovamento della Chiesa, nella fedeltà alle sue origini. Non a caso nella Evangelii gaudium (al n.24), nell’indicare i cinque verbi per la missione della Chiesa, il Papa lo pone proprio al centro, come modalità che qualifica tutti gli altri (prendere l’iniziativa, coinvolgersi, fruttificare, festeggiare). È un verbo antiindividualistico (il 'con' è costituivo) ed è un verbo di movimento, di cammino, di pazienza: non si può mai saltare direttamente alla meta. E camminando si cade: quindi, insieme ci si può aiutare a vicenda a rialzarsi. Accompagnare è un dinamismo generato dalla verità, che è amore e dunque relazione. Ed è da questa prospettiva, accanto e in relazione, che la questione del gender va affrontata.

Gender non è parola demoniaca in sé. Tuttavia, come ogni voce che definisce un ambito antropologicamente delicato, si presta alle strumentalizzazioni ideologiche. Un po’ come 'popolo', che è parola preziosa, ma può venire utilizzata dai populismi e diventare mezzo di mortificazione della libertà e della dignità. Quella che viene definita 'ideologia gender' compie esattamente questo passaggio ideologico: dal riconoscere che ogni cultura ha i propri linguaggi, usanze, modelli per rappresentare il maschile, il femminile e la loro relazione (modelli che giustamente sono stati e vanno continuamente sottoposti a critica), passa ad affermare che non c’è (anzi non ci deve essere, perché la normatività è forte) nessun legame tra la dimensione biologica e l’identità di genere, vista esclusivamente come una scelta individuale. Come se non solo il nostro corpo, ma anche i nostri legami, la nostra storia sempre plurale, le speranze di altri su di noi fossero irrilevanti. E come se bastasse un atto di volontà (che ideologicamente chiamiamo 'libera scelta') per renderli tali.

Ci sono almeno due coppie di dimensioni che rendono intricata la questione: la prima è appunto individuale/sociale, laddove la nostra cultura è prigioniera di una concezione tanto assoluta quanto irrealistica del sé. Pensare al genere come pura scelta individuale, come un armadio di vestiti equivalenti, da indossare e cambiare a piacere, è possibile solo in una prospettiva di individualismo assoluto. Perfettamente funzionale, tra l’altro, allo strapotere del sistema tecno-economico. Una posizione che non solo non è realistica (piuttosto, ideologica) ma nemmeno particolarmente desiderabile, alla fine.

Per cambiare continuamente bisogna essere senza qualità, oltre che senza legami, come sostengono Miguel Benasayag, Zygmunt Bauman e tanti altri lucidi interpreti della contemporaneità, certamente non accusabili di bigottismo. L’altra opposizione è astratto/concreto. La cosiddetta 'teoria gender' astrae dal legame, dalla materialità del corpo, dalla storia personale per affermare un principio astratto di autodeterminazione totale che nega ogni vincolo per affermarsi. In un modo che non può che essere irrealistico, oltre che violento per chi ci sta vicino.

Perché la libertà non è cancellare i vincoli e i legami per paura che ci influenzino, ma assumerli consapevolmenente e responsabilmente, per cercare di cambiare ciò che è disumano, a beneficio di tutti. Non si è mai liberi contro altri, ma sempre con e grazie ad altri. Il pendolo dell’astrazione oscilla poi verso l’accettazione incondizionata del dato di fatto, di un particolare irriducibile e non sottoponibile a critica. Ancora una volta una concezione adolescenziale della libertà: nessuno mi deve dire cosa devo fare.

Papa Francesco ci mostra un modo diverso di declinare il legame tra il generale e il particolare, che non può che passare dalla concretezza. Una concretezza che non è però chiusa in sé, autosufficiente, ma connessa alle altre e al tutto (tutto è connesso, Laudato si’, n.16): un «concreto vivente» come lo definisce Romano Guardini («L’opposizione polare»), sempre relazionale. Ciascuno di noi è un intero e non una somma di attributi. Si accompagna la persona solo quando la si riconosce come un intero. «Non riuscirò mai a ricomporti interamente / Con tutti i pezzi ben congiunti», scriveva la poetessa Sylvia Plath. La persona sempre eccede i suoi attributi.

Accompagnare richiede l’incontro con l’altro tutto intero, che è sempre un «inizio vivo» (Guardini), un cambiamento per tutti. Accompagnare è verbo di reciprocità, non di condiscendenza. È ricordarsi sempre di partire dalla concretezza, dall’integralità, dalla verità incarnata e situata di ognuno. Che è un intero in divenire, e non può essere inchiodato d’ufficio a un’azione, una scelta, un errore: è il tema della misericordia e del perdono. Papa Francesco ci accompagna a capire la relazione complessa e delicata tra la norma generale – che rimane come riferimento essenziale – e la concretezza della vita, che non può mai essere ridotta a una norma astratta. Perché, come ha scritto nella Evangelii gaudium, la realtà supera l’idea.

Non a caso dopo aver illustrato il principio generale (non si può accettare la colonizzazione ideologica) il Papa ha raccontato una storia vera, che nella sua unicità ha un tratto di universalità: è infatti nella concretezza delle vite che si può cercare di volta in volta un equilibrio – guidati dalla verità che è amore – tra la legge e l’uomo, tra il principio e la vita. Perché l’universale cattolico non è astratto ma concreto: tutto l’uomo e tutti gli uomini. E non è relativismo, tutt’altro: è realismo evangelico. Che si fonda su una costitutiva relazionalità. Accogliere, accompagnare, discernere, integrare: tutti verbi di movimento, di concretezza e di relazione. Modi per articolare la ricchezza della nostra umanità, senza sacrificarla sull’altare delle ideologie, ma anche senza aver paura delle domande. È la strada, difficile ma autentica, da cercare di percorrere insieme in questi tempi di sfide. Senza paura, perché la nostra speranza germoglia sulla promessa di una pienezza libera.