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giovedì 13 ottobre 2016

Brunetto Salvarani LA BIBBIA DI BOB DYLAN


“Bob Dylan è un vero profeta, sulla scia dei saggi dell’Antico Testamento”
(Seth Rogovoy)

È indubbio che il riferimento alla Bibbia rappresenti un punto di riferimento costante lungo tutto il cammino creativo di Bob Dylan, di famiglia ebraica e iniziato alla religione con la cerimonia del bar-mitzvà nel 1954.
Buona parte dei suoi primi successi, a partire dalla celebre Blowin' in the Wind, s’ispira chiaramente a passaggi dei libri di Ezechiele e Isaia, mentre – secondo Alessandro Carrera – “la sua opera potrebbe essere letta come una sorta di ripetizione della Bibbia, una grande storia di ritorno al paradiso perduto”. Dai suoi ricordi giovanili (nasce a Duluth nel ’41) si può cogliere che il suo sentimento di appartenenza alla comunità ebraica è sfumato e debole. Ha un primo approccio col testo biblico in famiglia, che diventa più sistematico con la frequentazione del rabbino per la preparazione del bar-mitzvà, ma l’ambiente in cui cresce è tutt’altro che facile: con la post-adolescenza si registrano i primi conflitti col padre Abe, il cui carattere autoritario e i costumi borghesi mal si combinano col carattere del figlio, inquieto e ribelle al punto da eleggere a eroi gli interpreti della gioventù bruciata dell’epoca, i vari Dean e Brando.
Dylan non solo rigetta l’educazione familiare ricevuta, ma diverrà un dropout, svincolato da qualsiasi dovere nei confronti di famiglia e società. Ma la Bibbia, nonostante tutto, resta un testo di riferimento capitale e ricorrente nella sua produzione artistica: Dylan legge la Bibbia essenzialmente da poeta, come insuperabile repertorio di metafore e di parabole, o come grande codice della civiltà. Più un riferimento culturale che pietra d’angolo su cui si regge l’universo spirituale dell’artista.
Eppure, a un certo punto del suo percorso Bob praticherà la canzone come atto di fede: sa di avere un pubblico vasto davanti, di possedere un carisma capace di suscitare la massima attenzione possibile. Al riguardo è esemplare la famosa e controversa trilogia cristiana, gli album incisi dal 1979 al 1981, in un momento particolare della sua vita. A metà degli anni Settanta il rapporto con la moglie Sara inizia a deteriorarsi, tra infedeltà del marito, liti e incomprensioni, fino a sfociare in divorzio nel 1977: la crisi ha come esito la conversione alla religione cristiana e, in particolare, alla Vineyard Fellowship, una chiesa evangelica fondata dal pastore Ken Gulliksen, presso la quale passa qualche mese, per cinque giorni la settimana, a studiare la Parola di Dio.
Da qui nascono gli album – Slow train coming, Saved e Shoot of love – in cui Dylan non si risparmia nel cantare la nuova fede, utilizzando spesso le forme musicali del gospel, con brani nel complesso deludenti. Se oggi, al netto delle critiche che piovvero ai tempi sul capo del reborn, del rinato a Cristo, si può convenire sull’ottima cura degli arrangiamenti e sulle capacità vocali sfoggiate nell’occasione, certi testi sono lontani anni luce da precedenti prove: “Quando la distruzione arriverà improvvisa/ e non ci sarà tempo per un ultimo addio/ avete deciso da che parte stare?/ Col paradiso o con l’inferno?/ Siete pronti, siete pronti?”. La canzone, Are you ready?, è inserita in Saved, album con cui Dylan esce definitivamente allo scoperto, usando toni talmente perentori che rischiano di sconfinare nel fondamentalismo. Qui la Bibbia di Bob è implacabile, non fa sconti, richiede una fede “aggrappata a una solida roccia” (da Solid rock).
Per ritrovare canzoni dal sapore biblico ma anche efficaci artisticamente, conviene tornare al Dylan classico, quello degli esordi. Ad esempio, a A hard rain’s a-gonna fall (da Freewheelin’ Bob Dylan del ‘63), scritta al tempo della crisi dei missili a Cuba e che ha ispirato generazioni di musicisti: “Ho visto un bimbo appena nato con lupi selvaggi tutti intorno/ Ho visto un’autostrada di diamanti e nessuno che la percorreva/ Ho visto un ramo nero e sangue ne scorreva/ Ho visto una stanza piena di uomini con martelli insanguinati/ Ho visto una scala bianca tutta ricoperta d’acqua/ Ho visto diecimila persone parlare con lingue spezzate/ Ho visto armi e spade affilate nelle mani di bambini/ E una dura, e una dura, e una dura, e una dura/ e una dura pioggia cadrà”. Il pezzo, che fu letto in chiave di protesta contro la corsa agli armamenti e la paura per una terza guerra mondiale che sembrava prossima, trascende però il suo primo livello di lettura e acquista un significato universale, grazie alla presenza di diversi riferimenti biblici. Innanzitutto l’uso delle numerazioni, tipiche del Primo Testamento (dodici montagne nebbiose, sei strade contorte, sette tristi foreste, dodici oceani morti, diecimila miglia nella bocca di un cimitero, diecimila persone che parlavano, cento tamburini, diecimila persone bisbigliare); poi le immagini, simboliche o meno, degli eventi catastrofici. A hard rain’s a-gonna fall è il primo di una lunga serie di brani in cui Dylan userà toni profetici per dire della malvagità del mondo e della necessità di un cambiamento profondo. Anche nel terzo disco (The times they are a-changin’, ‘64) si trovano canzoni del genere: in When the ship comes in egli canta che “I mari si divideranno/ e le navi si scontreranno/ e le sabbie sulla riva tremeranno./ Poi la marea risuonerà/ e le onde scrosceranno/ e il mattino comincerà a sorgere/ ...e le rocce sulla sabbia/ si ergeranno fiere,/ l’ora in cui la nave arriverà in porto/ …i nemici si alzeranno/ con il sonno ancora negli occhi/ e dai letti si scuoteranno…/ …Allora alzeranno le mani/ dicendo ‘Faremo ciò che volete’,/ ma noi dalla prua grideremo ‘i vostri giorni sono contati’./ E come il popolo del Faraone, saranno sommersi dalla marea, e come Golia saranno vinti”.
Curiosamente una delle migliori fra le sue ultime canzoni, del 2000, richiama The times they are a-changin’, sia per il titolo (Things have changed, Le cose sono cambiate) sia per l’approccio, anche qui, da fine del mondo: “Ho camminato sulla cattiva strada per quaranta miglia/ se la Bibbia dice il vero il mondo sta per esplodere”. Una lunga fedeltà, quella alla Bibbia, al di là delle giravolte esistenziali, per il menestrello di Duluth più volte candidato al Nobel per la letteratura(1).

(1) E oggi, 13 ottobre 2016, finalmente insignito di questo riconoscimento…