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venerdì 2 settembre 2016

Maria dell’Orto La prima rivoluzione di Gesù


«Mentre Gesù (dopo aver scacciato un demonio che era muto) parlava, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!”. Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”» (Luca 11, 27-28).

Una premessa indispensabile: ciò che segue non è un testo esegetico né teologico ma meditativo.


Questo incontro e scambio di parole tra una donna e Gesù è una novità assoluta. Insieme ad altri testi, sparsi qua e là nei vangeli, che cercherò di richiamare, ci può aprire gli occhi su quella che è la più grande e la prima rivoluzione portata da Gesù, cioè il riconoscimento della dignità e parità antropologica delle donne.

Gesù ha lasciato cadere dalle Scritture sante d’Israele soltanto ciò che aveva potere di esclusione, e nient’altro. «Voglio misericordia e non sacrifici»: con questa straordinaria parola di Osea, è Dio stesso che dà al suo popolo la chiave per interpretare tutta la Scrittura. E questa è l’interpretazione che Gesù fa sua, e dunque è per noi del tutto vincolante. Gesù non riconosce nel suo Dio nessuna volontà di esclusione: né di malati, né di ciechi, né di peccatori pubblici, né di donne, né di stranieri — e dunque pagani. Il Vangelo è davvero buona novella per i poveri, e ancor più per le povere.

Un meraviglioso incontro. Sembra però che ancora non abbiamo avuto orecchie per ascoltarlo, e per comprendere a quale libertà il Signore Gesù ci chiama, e come per noi discepole sia davvero il liberatore, come sempre lo è il Dio d’Israele, che si fece conoscere al suo popolo liberandolo dalla casa di schiavitù. Un Dio che chiama sempre a libertà gli oppressi. Che ci istruisce con parole di libertà e di amore. Perché sa che l’amore è sempre una decisione di libertà.

Una donna nella folla, affascinata dall’autorevolezza di Gesù, dal suo potere sui demoni e dalla sua sapienza, esprime con entusiasmo la sua gioia e il suo riconoscimento di lui nell’unico modo insegnato all’immaginazione di una donna: «Beata colei che ti ha portato nel grembo, e le mammelle che ti hanno allattato!», non riuscendo a immaginare con quell’uomo di Dio altra relazione possibile di beatitudine che quella materna.

E Gesù si dimostra straordinario dicendole: No! Non hai nessun bisogno di essere madre, mia madre, per essere beata. Ti basta ascoltare la parola di Dio che io racconto e che vivo. Ascoltare la parola di Dio e osservarla, metterla in pratica, viverla: ecco la beatitudine di una donna. Proprio come per un uomo. Per discepoli e discepole, la beatitudine è la stessa: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano». Nessuno mai se non Gesù disse così a una donna!

Già nell’episodio della Visitazione — quel racconto simbolico pieno di echi della Scrittura e di anticipazioni evangeliche — Maria, la madre di Gesù, è dichiarata beata per aver ascoltato e creduto alla parola del Signore, e non per esserne diventata la madre. La maternità di Maria è il frutto e l’eloquenza del suo ascolto pieno di fede della parola e dello Spirito del Signore. Ma la beatitudine le viene dalla parola ascoltata e creduta da tutto: corpo e spirito e anima.

C’è un testo, Marco 3, 34-35, molto importante, che conferma e commenta questo nostro testo: è l’episodio in cui la madre di Gesù e i suoi fratelli vanno a trovarlo mentre lui sta predicando, attorniato da discepoli e discepole e dalla folla. Poiché non riescono ad avvicinarlo, gli mandano a dire: «Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti». E Gesù, girando lo sguardo su quelli che gli stavano attorno, risponde: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio (mentre in Luca risuona così: «Coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica») costui è mio fratello, sorella e madre». Il primato è l’ascolto della parola del Signore, luogo di beatitudine e di relazione con Gesù. La maternità è una grande eloquenza, straordinaria e ordinaria al contempo, di una discepola, non la prima e sola felicità, non l’obbligato destino.

Solo Gesù dice questo. Dopo di lui, in gran fretta, viene dimenticato e, vedremo che non solo questo verrà dimenticato. Negli altri scritti del Nuovo Testamento ce ne sono purtroppo diversi esempi. Così in 1 Timoteo si dice: «La donna potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santità con modestia» (2, 15). E purtroppo non sono pochi i passi delle lettere apostoliche che chiedono alle donne credenti ciò che la mentalità e la cultura, religiosa e non, su tutta la terra conosciuta chiede loro, cioè sottomissione e silenzio innanzitutto, e non la soggettività e la libertà che Gesù ha riconosciuto loro.

Basterebbe riflettere sull’impressione che suscita ancora oggi Gesù quando, nel Vangelo, si rivolge a sua madre chiamandola donna, e non madre: sembra una riduzione umiliante! Un misconoscimento difficilmente scusabile in Gesù! Mentre per Gesù donna significa molto di più: non è madre e basta!

Che la più grande beatitudine evangelica sia non solo per i discepoli, ma anche per le discepole è una novità straordinaria. Gesù le fa uscire dai tabù di impurità religiosa, e non solo religiosi, che confinano ed escludono le donne. È un vero esodo per noi. Gesù risale alla volontà creatrice di Dio secondo il racconto di Genesi 1, e non di Genesi 2: cioè risale alla parità antropologica di uomo e donna, e non al racconto della creazione di Eva dal lato di Adamo, esattamente al contrario di 1 Timoteo 2, 11-15 e di altri testi del Nuovo Testamento. Infatti Gesù citerà il racconto della creazione di uomo e donna di Genesi 1 in Marco 10, 6-8, quando spiegherà perché è un’ingiustizia ciò che invece era considerato del tutto normale da parte degli uomini, anche dei discepoli, cioè la possibilità del ripudio unilaterale delle donne da parte degli uomini. E il Vangelo, nel parallelo racconto matteano sul divieto del ripudio, ha registrato lo sgomento dei discepoli davanti a questa novità di Gesù, i quali, esterrefatti, gli dicono: «Ma se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi!» dando per scontato che sia naturale e giusto che convenga solo agli uomini.

Anche l’episodio di Marta e Maria, in Luca 10, 38-42, conferma questa novità portata da Gesù. Anche qui la cosa più importante, la parte buona o migliore per una donna amica di Gesù è nel primato dato all’ascolto della sua parola. Dal racconto, poiché non è narrata la vocazione di Maria, sembra quasi che sia lei qui a precedere Gesù mettendosi nell’atteggiamento tradizionale del discepolo, cioè seduta ai piedi del maestro. E che Gesù, vedendo Maria in quella postura di ascolto e riconoscendone la giustizia, subito aiuti Marta, che invece ne è radicalmente contraddetta, a comprendere e a imparare dalla sorella a dare anche lei il primato all’ascolto della parola del Signore. Tutto il resto, accoglienza e servizio, come la generosa ospitalità che Marta riservava a Gesù, ne devono discendere, ma mai sopraffarlo. Gesù ci libera anche dalla priorità della cura della casa e dell’ambiente familiare, asserendo con forza e senza ambiguità che la parte migliore è quella di Maria. Questo racconto si potrebbe quasi chiamare la vocazione di Marta.

Questo testo preziosissimo di Luca 11, 27-28 va accostato agli altri testi in cui Gesù relativizza l’istituzione familiare. Come abbiamo già visto in Marco 3, 34-35, la famiglia di Gesù, nella sua vita adulta, non ha per lui nessun peso, autorità, vincolo. E Gesù non si fa neppure una nuova famiglia. Egli sceglie per sé — cioè riconosce come vocazione — un altro modo di vivere, del tutto inusuale nella sua tradizione religiosa. Sceglie la vita comune fraterna, itinerante, con discepoli e discepole. Inventa la comunità. Gesù si è completamente sottratto a usi, costumi e frequentazioni familiari, come già il suo amico e maestro Giovanni Battista, ma con due differenze subito visibili: Gesù non predica nel deserto ma nei luoghi abitati, per incontrare le persone nella loro vita ordinaria, e sceglie di non vestirsi in modo speciale.

Nel suo vivere, parlare e incontrare, Gesù relativizza il primato della famiglia. Per lui la famiglia non è più l’unico e obbligato istituto di fedeltà a Dio, l’indispensabile luogo per la trasmissione della fede, della terra e dell’appartenenza a Israele, cioè dell’elezione di generazione in generazione. Perché Gesù è venuto a chiamare proprio quelli che erano esclusi da quella trasmissione di salvezza tramite la famiglia e il Tempio: a cominciare da lebbrosi, ciechi, malati, pubblici peccatori, stranieri, e le donne per molti aspetti. In questo modo ha fatto sì che anche tutti gli esclusi da Israele e dal Tempio perché impuri, avessero accesso alla promessa e alla parola di Dio. Anche il fatto che, in Marco 10, 19, Gesù metta il quarto comandamento — Onora il padre e la madre — all’ultimo posto nell’elenco dei comandamenti, concorre a dire come Gesù ridimensioni il primato della famiglia. Quando Gesù dirà che c’è un solo Padre e che tutti siamo fratelli (e sorelle), inventa la comunità fraterna, e non una famiglia allargata.

E ora solo una parola per dire che dopo la sua morte e risurrezione la novità introdotta da Gesù giunge al suo apice. Nei vangeli, che non raccontano nessuna vocazione rivolta a una donna da parte di Gesù — ma sappiamo dalle parole dell’angelo alle donne presso la tomba vuota, in Luca 24, 6, che erano sempre state con Gesù e i Dodici fin dalla Galilea; sappiamo anche che tutte erano guarite, a differenza dei discepoli in Luca 8, 2 — è invece raccontato che Gesù risorto fa una cosa ancora più straordinaria: affida a una donna, Maria di Magdala, l’annuncio pasquale e l’incarico di trasmetterlo agli Undici. Lei è la prima testimone ed evangelista della risurrezione, sulla cui credibilità si fonda, per volontà di Gesù risorto, l’annuncio agli Undici discepoli. Anche tutte le altre donne che erano andate al sepolcro ricevono dall’angelo e da Gesù stesso il compito di annunciare agli Undici la risurrezione.

Nei vangeli, i primi apostoli sono apostole!

di Maria dell’Orto sorella di Bose