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martedì 13 settembre 2016

Luigi d'Ayala Valva Conclusioni Ceiso 2016


XXIV Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa
Monastero di Bose, 7-10 settembre 2016

Introduzione



“Martirio e comunione”: il XXIV Convegno di spiritualità ortodossa che conclude ora i suoi lavori, proseguendo il discorso avviato negli anni precedenti, ha cercato di riflettere su questi due concetti fondamentali della fede cristiana e sui loro rapporti reciproci. Più che sul martirio come tale, abbiamo inteso interrogarci sulle potenzialità di comunione e sugli orizzonti ecumenici del martirio cristiano. Come comitato scientifico non abbiamo voluto suggerire una definizione univoca di martirio o di comunione, lasciando liberi i relatori intervenuti di sottolinearne i vari aspetti e le molteplici dimensioni, così come le varie possibili connessioni tra i due concetti. Penso che dalle relazioni sia emersa la ricchezza, la profondità e la complessità della tematica. Le varie definizioni di martirio che sono state offerte si integrano a vicenda convergendo sull’essenziale: il martirio è anzitutto una testimonianza resa a Cristo (che è lui stesso il primo Testimone), una testimonianza alla verità dell’amore misericordioso di Dio per gli uomini, che Gesù è venuto a rivelare e che ha vissuto fino al dono di sé sulla croce. In questo senso il martirio è anzitutto questione di amore e di vita, non di sangue e di morte. Dall’altra parte, la dimensione della comunione legata al martirio è anzitutto frutto della comunione intra-trinitaria, del Dio che dà testimonianza di sé come Dio di amore; poi è comunione personale vissuta dal martire con Cristo; quindi è comunione che ridonda, come seme fecondo, a favore di tutto il corpo di Cristo, la chiesa, e di tutta l’umanità.

A partire da quanto abbiamo ascoltato vorrei offrire alcune riflessioni che tentano di far emergere le sfide che il tema del martirio e della comunione pone ai cristiani del nostro tempo.

Riconoscere il martirio dell’altro

Parlando oggi di martirio, siamo chiamati innanzitutto a un riconoscimento. Se è vero, come diceva il patriarca Irinej di Serbia nel suo bel messaggio, che oggi la famiglia cristiana considerata globalmente è di fatto divisa in due gruppi – quelli che subiscono il martirio a causa della fede, e coloro che si trovano a viverla ancora “al sicuro” –, noi che per lo più apparteniamo a quest’ultimo gruppo, nelle chiese europee, siamo chiamati anzitutto a riconoscere il segno visibile, la testimonianza offerta, a prezzo di enormi sofferenze, da parte di innumerevoli fratelli che portano come nome noi (e prima di noi) il nome di cristiani. Devono farci riflettere le parole accorate pronunciate all’inizio del convegno dal Patriarca Giovanni di Antiochia: “I nostri cristiani d’Oriente cercano oggi qualcuno che porga attenzione al loro grido ma non lo trovano!”. Il riconoscimento delle sofferenze dei nostri fratelli deve tradursi in una concreta solidarietà, la quale può riportarci alla consapevolezza di essere parte di un unico “corpo”. Possiamo infatti riconoscerci membra gli uni degli altri, solo se soffriamo e gioiamo insieme, come dice l’Apostolo (cf. 1Cor 12,26), altrimenti il corpo di Cristo e la ricostituzione della sua unità restano un’idea teorica. Questa condivisione di gioie e sofferenze, come diceva il prete russo Aleksandr El’chaninov, costituisce il criterio fondamentale di cattolicità e di appartenenza ecclesiale (“se non abbiamo questo sentire non siamo dentro la chiesa!” [1]).

In questa condivisione avviene un reale scambio di doni, tra quelle che oggi sono le chiese martiri e le altre chiese, che sono materialmente più sicure, ma che spesso sono assai più deboli spiritualmente: come al tempo dell’Apostolo Paolo, quando le chiese provenienti dai pagani sostenevano con le loro collette i poveri della chiesa di Gerusalemme, consapevoli di aver ricevuto da loro il dono della fede e della testimonianza al vangelo (cf. Rm 15,26-27), così oggi siamo chiamati a fare noi, consapevoli che questi nostri fratelli rendono testimonianza anche per noi e anche a noi: mentre siamo invitati a riconoscere la loro sofferenza e a fare qualcosa per alleviarla, dobbiamo anche rendere grazie e gioire perché essi custodiscono in questo mondo la grazia a caro prezzo del vangelo.

Identità cristiana come identità “martiriale”

Il martirio, del resto, come è stato spesso ripetuto, esprime l’identità cristiana. Non è qualcosa di periferico, di accessorio o di occasionale. Riconoscere il martirio dell’altra chiesa, di queste chiese perseguitate, significa quindi riconoscere onestamente che là (e non qua) c’è la vera misura del nostro cristianesimo, là c’è la vera misura del vangelo, che noi spesso – troppo spesso – abbiamo annacquato e annacquiamo ancora, riducendolo a un fatto culturale. Come ci è stato ricordato, il martirio è legato alla condizione del discepolo, il quale “prende” e “porta” la croce pazientemente dietro a Gesù (cf. Mt 10,38; 16,24; Lc 9,23; 14,27). In quanto “apostolica”, la chiesa è e deve essere anche chiesa martiriale, come ci ha ricordato anche l’arcivescovo Anastasios.

Il martirio che ricompare all’orizzonte delle nostre chiese deve essere dunque riconosciuto come un invito a ritrovare l’essenziale dell’identità ecclesiale, ricordando ai cristiani lo stile caratteristico della loro presenza nel mondo, se vuole essere una presenza evangelica, quindi di comunione e di riconciliazione. O lo stile cristiano è conformato alla croce di Cristo, o non è stile di comunione. La figura del Cristo umiliato e crocifisso esprime una realtà sempre attuale della chiesa, non solo un’immagine del passato. In questo senso occorre fare un esame di coscienza (ecclesiale e teologico) per vedere se il gioioso e doveroso annuncio della resurrezione e del trionfo sulla morte, non abbia spesso portato con sé un modello ecclesiologico di tipo trionfalistico, che finisce per “svuotare la croce di Cristo” (1Cor 1,17), nella quale soltanto possiamo trovare la nostra gloria, come dice l’Apostolo (cf. Gal 6,14). Il destino del cristiano, della chiesa, del vangelo nel mondo non è, e non può essere, quello di un trionfo mondano, ma solo quello di una presenza crocifissa, di un amore crocifisso, come è stato per Gesù. “Il discepolo non è superiore al suo maestro” (Mt 10,24).

Se è vero che c’è una visibilità che è legata all’atto del martirio fin dall’antichità (abbiamo sentito citare più volte l’Apostolo: “Siamo dati in spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini!”), si tratta però di una visibilità kenotica, cioè che si svuota di sé per far emergere il “Cristo in noi”. La domanda esigente è: quale visibilità ricercano le nostre chiese oggi? Una visibilità come affermazione di sé nella società, magari come rivalsa rispetto a una situazione di oppressione, oppure una visibilità che lasci emergere il più possibile, nella sua trasparenza, la verità del Cristo e del suo amore, e che dunque implica una certa misura di auto-svuotamento da parte della chiesa? Con l’eccezione delle chiese-martiri, non siamo forse tutti ancora troppo legati a un’identità ecclesiale che dimentica la croce e troppo facilmente fa appello alla resurrezione? È il rischio del “docetismo”, che rifiutando la “carne” della storia finisce per rifiutare anche la compassione con gli uomini.

Martirio come “esodo da sé”

Sulla stessa linea, il martirio costituisce una provocazione costante per la chiesa, nella misura in cui è invito a un esodo da sé. Ricordiamo quanto diceva Papathanasiou sul martirio come “uscita dal tempio” per realizzare la verità dell’eucaristia nel concreto dell’esistenza, nella comunione con gli uomini, ma anche quanto abbiamo ascoltato da p. P. Manoussakis: se è vero che il martirio avviene nello Spirito santo, nel corpo di Cristo, e non tanto nel corpo individuale del martire, e se vi è quindi una “dislocazione” che viene messa in atto in virtù dello Spirito, possiamo allora vedere un misterioso legame tra il martirio e il desiderio dello Spirito santo che spinge le chiese a uscire dalle loro posizioni individuali per ritrovare la comunione visibile, il loro centro in Cristo. Un tema questo dell’esodo da sé della chiesa che, oltre a essere una delle costanti della predicazione dell’attuale papa, è stato ben presente ai padri del Santo e Grande Concilio riuniti a Creta. L’arcivescovo Anastasios in quell’occasione è arrivato a definire “l’egocentrismo come la più grande eresia e madre di tutte le eresie” nella chiesa. A questo livello si può inserire anche quanto ci è stato appena detto sul “dire la verità come martirio” che implica una “morte a se stessi” in funzione della comunione, non solo nell’ambito ecclesiale ma anche in quello laico e politico, e in questo senso ci è stato ricordato che il martirio cristiano si oppone a ogni affermazione di sé che cerca la contrapposizione con l’altro in nome di una verità astratta da difendere. Si potrebbe suggerire anche che la sinodalità, per la quale oggi il Patriarcato ecumenico lavora instancabilmente all’interno dell’ortodossia è intimamente legata alla disponibilità delle singole chiese locali di “uscire” dal proprio guscio particolare, nazionale, culturale, in pratica di “morire a se stesse” in un vero martirio, in vista della comunione. Anche in questo senso non c’è comunione senza martirio, perché non c’è comunione senza croce, senza rinuncia alla propria volontà, senza accoglienza dell’alterità dell’altro. In questo senso la tradizione monastica bizantina afferma che la rinuncia alla volontà propria è “come un’effusione di sangue”, cioè come un martirio[2].

Fare memoria per riconciliarsi con il passato e aprirsi al futuro

Molte relazioni hanno poi posto giustamente l’accento sull’atto e sul dovere di fare memoria dei martiri, di coloro che hanno dato testimonianza a Cristo e spesso l’hanno fatto nell’anonimato, come è avvenuto nel corso delle persecuzioni dell’ultimo secolo. Oltre a essere un atto di giustizia umana e di verità storica, far memoria è ciò che consente a quel martirio di dare i suoi frutti di comunione. Certo, la nostra capacità di memoria è limitata e solo Dio ricorda tutti. Ma nonostante questi limiti c’è bisogno di riconoscere e accogliere la parola di verità espressa dai martiri, affinché si realizzi la comunione, diceva appena adesso Papanikolau, altrimenti, pur restando il valore di quella testimonianza davanti a Dio, c’è sempre il rischio che resti inefficace per noi. Padre Manoussakis, sfruttando anche l’etimologia di “martirio”, collegata all’idea del commemorare, ci diceva come il martirio è in se stesso un “fare memoria” di un’altra memoria, quella con la quale il Signore, nel corso della storia, cerca incessantemente di risvegliare la nostra attenzione attestando il suo amore e le sue opere in favore dell’umanità. C’è dunque una “catena commemorativa” che si prolunga attraverso l’atto del far memoria dei santi martiri, che è in se stesso atto di martirio, proprio in quanto attestazione di memoria e di verità. Del resto, in molte situazioni, per farsi strada, la memoria richiede lotta e forza di resistenza, nei confronti di chi non ha interesse a ricordare, anzi vuole seppellire e dimenticare (ricordiamo i martiri Poligono di Butovo di cui ci ha parlato padre Kaleda e la testimonianza di figure quali la granduchessa Elisabetta Fedorovna, o padre Aleksandr Glagolev, che Lidya Golovkova e Konstantin Sigov ci hanno presentato in tutta la loro attualità).

Le chiese devono sempre di più esercitarsi a purificare non solo la propria memoria storica, ma anche il proprio modo di far memoria dei martiri, liberando tale atto da ogni espressione di rivendicazione o di contrapposizione nazionalista, etnica, confessionale. È opportuno vigilare sullo stile evangelico di questa memoria (che non è garantito dal semplice fatto di ricordare chi ha dato la sua vita per la fede): la memoria non può essere una rivalsa rispetto alla situazione di oppressione subita, ma deve restare sempre una memoria testimoniale, a servizio di una verità che dà vita e crea comunione. Lo si può fare anche riconoscendo la testimonianza dei martiri delle altre chiese sorelle. I veri martiri non hanno patria, sono cittadini dell’ecumene, come ci ha ricordato il patriarca Irinej: in questo senso ha tutto il suo valore la proposta di un “martirologio ecumenico” avanzata da tempo dal Consiglio Ecumenico delle Chiese (WCC) e sostenuta anche dalla nostra comunità[3].

Il fare memoria proprio della chiesa, però, non ci riporta al passato, ma è un invito alla conversione nel presente; anzi, non è confinato neppure al solo presente, ma è aperto sul futuro. Come ci ricordava l’anno scorso in questa sala il Metropolita di Zagabria Porfirije: “Fare memoria significa esercitare una fervente attesa di ciò che è ancora a venire, dal momento che nulla è completamente e irrimediabilmente finito”[4]. Il ricordo dei martiri, in senso autentico, non viene dal passato ma dal futuro e ci orienta al futuro, a quel Regno che noi invochiamo continuamente nel “Padre nostro”.

Anticipo della comunione escatologica

Il martirio ci orienta dunque alla realtà escatologica dell’identità ecclesiale. Se è vero che l’identità cristiana è un’identità martiriale, e il martirio è sempre realizzato dal Signore ed è sempre futuro (“allora sarò veramente discepolo”, dice Ignazio[5]), allora l’identità cristiana è un’identità aperta: nessuno di noi ha il diritto di chiuderla. La testimonianza dei martiri è l’irruzione dell’eschaton nel presente della storia e richiama la chiesa alla sua verità più profonda, che non viene semplicemente dal passato, né si dà completamente nel presente, ma viene, si dà ed è attesa dal futuro, da quel futuro che è nelle mani di Dio. Coloro che hanno consegnato la propria vita nelle mani di Dio, i martiri, sono i cittadini della chiesa celeste che “fanno segno” a coloro che sono ancora membri della chiesa terrena. Questo implica un ascolto di ciò che significa oggi il grido dei martiri per le chiese, di ciò che lo Spirito dice alle chiese attraverso di loro: dai martiri (quelli di ieri e di oggi) sale continuamente un grido, “Fino a quando?”, che non è rivolto semplicemente al cielo, a Dio, come dice l’Apocalisse di Giovanni (cf. Ap 6,10), ma è rivolto anche a noi qui sulla terra che siamo spesso incapaci di intravedere la realtà di questo mondo a partire dalla prospettiva del cielo. Questo grido ci richiama alle nostre responsabilità: “fino a quando prolungherete le vostre divisioni sulla terra?”.

L’ecumenismo del sangue, invito alla conversione delle chiese

Il patriarca Kirill e papa Francesco, nella loro dichiarazione congiunta firmata a L’Avana il 12 febbraio di quest’anno, hanno affermato che “i martiri del nostro tempo, appartenenti a varie Chiese, ma uniti da una comune sofferenza, sono un pegno dell’unità dei cristiani”[6]., come è stato ricordato nel primo giorno del convegno dal messaggio del metropolita Ilarion di Volokolamsk. Sulla stessa linea, il Patriarca ecumenico Bartholomeos accogliendo lo stesso papa Francesco al Fanar nel 2014 aveva detto: “I persecutori dei cristiani oggi non si domandano a quale chiesa appartengano le loro vittime. L’unità … è già realizzata nel martirio”[7]; e da parte sua papa Francesco, in termini simili si è chiesto (l’ha ricordato adesso il cardinale): “Se il nemico ci unisce nella morte, chi siamo noi per dividerci nella vita?”[8].

Dovremmo essere consapevoli che questo essere accomunati sotto l’unico nome cristiano da parte dei persecutori, mentre ci riporta alle origini delle persecuzioni dei primi secoli, ha un carattere inedito rispetto alle persecuzioni del XX secolo, in cui i persecutori hanno avuto piuttosto la tendenza ad adottare una politica di divisione tra le chiese, per poterle meglio assoggettare; appoggiavano le une contro le altre, e questo ha fatto sì che raramente i cristiani si percepissero solidali nelle stesse sofferenze (anche se casi felici non sono mancati né nei campi di sterminio nazista, né nelle carceri del potere sovietico, come abbiamo sentito nella vicenda toccante di Nicu Steinhardt[9]). Tutto questo oggi diventa più evidente: laddove sono oggetto di persecuzione, i cristiani lo sono insieme. E dovremmo forse essere maggiormente capaci di cogliere anche questo come un “segno dei tempi”, per poter rispondere con vigilanza.

L’ “ecumenismo del sangue” non è un ecumenismo minimalista (come alcuni suoi critici ritengono), poiché – come si è visto – l’esperienza del martirio è l’esperienza suprema che esprime il cuore della fede cristiana. Con il martirio non siamo alla periferia, ma al centro delle fede cristiana, e quindi il fatto di riconoscersi come vicendevolmente partecipi dell’esperienza centrale, della testimonianza resa all’unico Signore, dà ai cristiani un fondamento solidissimo che impone loro di convertire il proprio modo di pensare l’ecumenismo e l’unità (all’ecumenismo del sangue, come ha ricordato il patriarca di Antiochia, in un’affermazione molto apprezzata nelle discussioni, deve essere associato un ecumenismo del pentimento e della conversione: conversione che significa orientamento della mente e del cuore a ciò che Dio fa e vuole fare).Anche papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint scriveva che se le chiese “sapranno veramente ‘convertirsi’ alla ricerca della comunione piena e visibile, Dio farà per esse ciò che ha fatto per i loro santi”[10]. Nel martirio infatti vediamo come l’unità non sia qualcosa che costruiamo noi, con le nostre forze: è Dio che l’ha già realizzata nei martiri per mezzo del suo Spirito; riconoscere il martirio dell’altro (dell’altra chiesa) significa de facto riconoscere lo Spirito “che soffia dove vuole”, al di là dei confini visibili della propria chiesa. Di questo occorre essere maggiormente consapevoli e trarne le conseguenze per il cammino ecumenico. Si tratta di convertirsi da un ecumenismo che pretende di costruire l’unità a partire dalle divisioni, a un ecumenismo che accoglie l’unità dal futuro di Dio per superare le divisioni che noi uomini abbiamo realizzato nel passato. E vale la pena ricordare ancora una volta, dopo averlo fatto ripetutamente in questa sala nel corso dei nostri convegni, il bellissimo testo di Doroteo di Gaza che raffigura i cristiani come persone che avanzano verso un unico centro:

Immaginate un cerchio disegnato per terra … che questo cerchio sia il mondo, che il punto centrale del cerchio sia Dio. … Poiché i santi, spinti dal desiderio di avvicinarsi a Dio, avanzano verso l’interno, nella misura in cui avanzano, si avvicinano a Dio e gli uni agli altri: quanto più si avvicinano a Dio, tanto più si avvicinano gli uni agli altri, e quanto più si avvicinano gli uni agli altri, tanto più si avvicinano a Dio. E immaginate allo stesso modo la separazione … quanto più si distaccano e si allontanano da Dio, tanto più si allontanano gli uni dagli altri, e quanto più si allontanano gli uni dagli altri, tanto più si allontanano anche da Dio[11].

Ora, i martiri sono già arrivati al centro e di là ci invitano a procedere nel cammino senza timore. Le loro voci, di cui in questi giorni abbiamo cercato di metterci pazientemente in ascolto (da Antiochia a Roma, dalla Russia e dall’Ucraina, alla Romania alla Bulgaria, alla Georgia e all’Armenia…) queste voci formano coro che canta all’unisono: “Noi siamo uno in Cristo!” (cf. Gal 3,28). Se ascoltiamo questa voce e ci riconosciamo davvero in comunione nell’unico martirio per Cristo, questo coerentemente dovrebbe facilitare un riconoscimento reciproco anche nella comunione eucaristica, perché comunione eucaristica e martirio, come abbiamo visto, sono da sempre intimamente collegati nella comprensione patristica ed ecclesiale: si tratta di essere coerenti con la nostra stessa teologia.

Non a caso, tra le “chiese martiri” di oggi (come quelle del Medio Oriente) la riflessione teologica e la prassi ecclesiale in questo ambito sono molto più avanzate che nelle altre chiese. Laddove c’è già una reale condivisione delle sofferenze, la divisione appare per ciò che è: incomprensibile e insensata, perché contraddice l’esperienza concreta.

Dono e testimonianza per il mondo

Infine, bisogna dire che l’orizzonte della comunione suscitata dal martirio non è limitato alla chiesa. Il martirio è un dono per tutti, è un seme di comunione donato al mondo intero. La chiesa, con il martirio per la fede e la giustizia, rende testimonianza di fronte al mondo di una logica “altra” rispetto a quella mondana: è la logica dell’amore che spezza il circolo della violenza e dell’odio. Questa testimonianza deve essere resa con umiltà e gratuità, sapendo che in questo nostro mondo (che non è il Regno) sarà sempre contraddetta, e non sarà mai accolta da tutti; eppure essa continua a fecondare la storia, a immettere in essa un seme che si manifesterà pienamente alla fine dei tempi e che, secondo la nostra fede, in Cristo crocifisso e risorto già ha dato il suo frutto. Il martirio non è solo una testimonianza di fedeltà resa a Dio, ma è anche testimonianza del vero volto di Dio al mondo, un Dio d’amore che, nella persona dei martiri, si rivela al mondo come colui che dona se stesso incondizionatamente. Questo è il cuore dell’annuncio cristiano, che la testimonianza dei martiri contemporanei ci aiuta a riscoprire nella sua purezza liberandolo da ogni rivestimento culturale che rischia di adulterarlo. Per essere credibile questo annuncio non può che essere unitario (Gv 17,21: “perché il mondo creda che tu mi hai mandato”). Il martirio è dunque anche un invito a ritrovare, a partire dall’essenziale, una missione comune ritornando così alle origini del movimento ecumenico, sorto, come sappiamo, nella prima metà del XX secolo proprio dalla presa di coscienza di quale grande scandalo sia la divisione tra i cristiani per l’annuncio del vangelo.

Vorrei concludere riprendendo l’apolytikion della festa di tutti i santi, facendone un’epiclesi al Signore per le nostre chiese:

Rivestita come di porpora e bisso del sangue dei tuoi martiri nel mondo intero la tua Chiesa, attraverso di loro a te grida, o Cristo Dio: Fa’ scendere sul tuo popolo le tue compassioni, dona pace alla tua città e alle nostre anime la grande misericordia[12].

[1] Cf. K. Ware, Il seme della chiesa. La vocazione universale al martirio, Magnano 1998, p. 12.

[2] Cf. Barsanufio e Giovanni di Gaza, Lettere 254; Antioco di San Saba, Pandette 39; Teodoro Studita, Piccole catechesi 98; 128.

[3] Cf. Il libro dei testimoni. Martirologio ecumenico, a cura della Comunità di Bose, Cinisello Balsamo 2002.

[4] P. Perić, “Memoria e perdono: la riconciliazione tra i popoli oggi, in Misericodia e perdono. Atti del XXIII Convegno internazionale di Spiritualità ortodossa, Magnano 2016, p. 358.

[5] Cf. Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani 4,2.

[6] Dichiarazione congiunta di papa Francesco e del Patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia 12.

[7] Discorso del Patriarca Bartholomeos al papa Francesco, Franar 30 novembre 2014.

[8] Francesco, Discorso al Movimento del Rinnovamento nello Spirito, il 3 luglio 2015.

[9] Cf. N. Steinhardt, Diario della felicità, Bologna 1995.

[10] Giovanni Paolo II, Ut unum sint 84.

[11] Doroteo di Gaza, Insegnamenti 6,78.

[12]Τῶν ἐν ὅλῳ τῷ κόσμῳ Μαρτύρων σου, ὡς πορφύραν καὶ βύσσον τὰ αἵματα, ἡ Ἐκκλησία σου στολισαμένη, δι' αὐτῶν βοᾷ σοι· Χριστὲ ὁ Θεός, τῷ λαῷ σου τοὺς οἰκτιρμούς σου κατάπεμψον, εἰρήνην τῇ πολιτείᾳ σου δώρησαι, καὶ ταῖς ψυχαῖς ἡμῶν τὸ μέγα ἔλεος.