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venerdì 23 settembre 2016

Enzo Bianchi Undicesimo comandamento "Ama la terra come te stesso"


La Stampa 16 settembre 2016 Pagine Speciali "Una città per gustare"
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Da anni torno con insistenza su due mie convinzioni riguardo al nostro rapporto con la terra e con il cibo. La prima è una sorta di undicesimo comandamento che mi pare emerga con forza da una lettura in profondità delle pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento: “Ama la terra come te stesso”.
La seconda l’ho appresa dal libro aperto della vita quotidiana, in particolare dal dono dell’amicizia che ha attraversato come balsamo la mia esistenza: “il miglior modo per dire a una persona ‘Ti voglio bene!’ è farle bene da mangiare”. Ora ritrovo questi due grani di sapienza accostati nel titolo scelto quest’anno per “Terra Madre” e il “Salone del Gusto”: “Voler bene alla terra”.

“Amare la terra come se stessi” rimanda all’unico, doppio comandamento biblico di “amare Dio e amare il prossimo come se stessi” (Lv 19,18; Mc 12,31 e par.), infatti la terra (adamah), da cui ogni terrestre (adam) è stato tratto (cf. Gen 2,7), è nostra matrice, di essa siamo fatti, a essa torniamo (cf. Gen 3,19). Ma la terra non è solo polvere, è un organismo vivente che dobbiamo rispettare, amare, contemplare e soprattutto sentire solidale con noi. Senza la terra noi non siamo, e anche la nostra vita interiore non è estranea alla terra, alle piante, agli animali, alla natura. Anzi, è vita interiore vera e viva se ingloba tutte le co-creature con le quali siamo la terra in corsa nell’universo. C’è una relazione vitale tra l’uomo e la natura, e per questo l’umano non può distruggere la natura ma deve abbracciarla, contemplarla, diventare la sua voce e il suo custode, fino a essere il suo cantore. Per pochi giorni siamo dei viventi sulla terra: come possiamo non amarla? Come possiamo non sentirla nostra madre e nutrice?

Se poi decliniamo questo “voler bene alla terra” nelle tre modalità proposte da “Terra Madre Salone del Gusto” – fare il contadino, fare il coproduttore, fare l’orto – ci rendiamo conto che l’atto del mangiare, soprattutto quando avviene nella convivialità tipicamente e unicamente umana del sedersi alla stessa tavola, è momento di consapevolezza e di ringraziamento. Consapevolezza perché, mentre ci nutriamo del cibo, non dovremmo mai dimenticare da dove e da chi ci viene: da chi l’ha preparato come pietanza bella a vedersi e desiderabile al palato, certo, ma prima ancora da chi l’ha coltivato, fatto crescere, prodotto perché nutrisse l’esistenza sua e dei suoi cari, prima ancora che la nostra. Poi da chi ha reso possibile che arrivasse sulla nostra tavola e su come questo tragitto, lungo o corto, è stato compiuto: e qui la dimensione del “coproduttore” diventa critica delle ingiustizie che troppo spesso si moltiplicano lunga la filiera che porta un alimento dai campi o dalle stalle fin nei nostri piatti. Ingiustizie e violenze sui lavoratori, sugli animali, sul suolo… Infine, il “fare l’orto”, il dedicarsi – come io ho avuto la gioia, e anche l’ostinazione, di fare dalla mia infanzia fino ad oggi – a coltivare di persona un pezzetto sia pur minuscolo di terra ci rende consapevoli della fatica che accompagna ogni singolo boccone di cibo e di come ciò che mangiamo trasuda del lavoro di generazioni e generazioni di uomini e donne che hanno fatto della coltivazione una cultura.

Queste consapevolezze non possono allora che sfociare nella gratitudine e nel ringraziamento. Non caso la tradizione cristiana ha chiamato con il termine di eucaristia, “rendimento di grazie”, il pasto che fa memoria del mistero della morte e risurrezione del Signore. Ma credo che anche la tradizione più laica non possa e non debba esimersi dal reimparare a pronunciare dal cuore la parola “grazie”, raccogliendo, in un termine ormai quasi dimenticato, il sentimento più genuino che sgorga quando ci rendiamo conto che altri e non noi hanno reso possibile che noi vivessimo e godessimo dei frutti di questa terra, benedetta e amata.

Infine, l’etica della terra richiede di pensare con consapevolezza e responsabilità ai diritti delle generazioni future: ogni generazione dovrebbe andarsene dalla terra dopo averla resa più bella, conosciuta, amata e difesa, ma in realtà soprattutto le nostre ultime generazioni sembrano solo capaci di lasciare bruttezza nel paesaggio, nell’ambiente, e sembrano responsabili dell’avanzata dei deserti su tutte le terre. Davvero c’è una conversione “globale” da operare, c’è un comandamento universale da proclamare: “Ama la terra come te stesso, e la terra ti ricompenserà”. E non si dimentichi questo monito della sapienza monferrina ripetuto da generazioni di contadini: “Dio perdona sempre, l’uomo perdona qualche volta, la terra non perdona mai il male che le viene fatto”.