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mercoledì 7 settembre 2016

Enzo Bianchi Non usare il nome di martire invano


Avvenire 7 settembre 2016
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Gesù, l’inviato da Dio in questo mondo , “è passato tra di noi annunciando la buona notizia, l’evangelo, e facendo il bene”, ma anche rivelando più volte, a più riprese, che c’era una necessità divina e umana che doveva compiersi nella sua vita: la passione-morte violenta inflittagli dai potenti di questo mondo.
Perché questa fine? Perché in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere rigettato, perseguitato messo a morte – e questa è una “necessità umana” – ma anche perché il giusto, se compie con perseveranza la volontà di Dio e non cede alla tentazione del male, finisce per essere destinatario della violenza umana.

Secondo questo annuncio è avvenuta la morte di Gesù che fu condannato innanzitutto dalla legittima autorità religiosa – i sacerdoti sadducei – e perciò dichiarato maledetto, scomunicato, e di conseguenza consegnato al potere totalitario romano perché subisse una morte ignominiosa, la morte in croce. Per questo il Nuovo Testamento chiama Gesù “martys”, il “testimone” di Dio per eccellenza, fedele fino alla morte.

In conformità a lui, maestro e Signore, anche i discepoli hanno conosciuto la passione e la morte, a cominciare da Stefano, come ci narrano gli Atti degli Apostoli. L’apostolo Giacomo di Zebedeo, ucciso di spada da Erode nel 44 d.C., l’altro Giacomo gettato dal muro del Tempio nel 61 d.C. hanno inaugurato quella stagione della chiesa nascente segnata dal martirio. Discepoli di Gesù, credenti in lui, uomini e donne percepiti come appartenenti a una setta, adepti di una superstizione, ritenuti nocivi per la salute della res publica romana, a motivo della loro appartenenza a Cristo - “cristianoi”, appunto – sono stati mandati al supplizio in diverse forme. Gli Acta Martyrum e le Passiones, riferendosi anche ai racconti di martirio dei profeti e dei giudei credenti nell’epoca ellenistica – i Maccabei – ce ne hanno trasmesso la testimonianza, perché la loro vita e la loro morte erano esemplari per gli altri cristiani, fossero questi in situazione di persecuzione o in quella di pace ecclesiale.

Perché questa eredità, questa memoria è divenuta addirittura celebrazione festosa nelle liturgie cristiane ed esempio eminente nella spiritualità? Perché i martiri sono stati uomini e donne che hanno mostrato di avere una ragione per vivere, avendo anche una ragione per cui valeva la pena dare, spendere la vita. Vivere il vangelo di Gesù Cristo è per i martiri non solo la loro “porzione preziosa”, ma ciò che dava senso alla loro esistenza in ogni istante quotidiano. Il martire cristiano, infatti, non progetta il martirio come disegno umano, non cerca la morte gloriosa per darsi un’importanza e una notorietà mai avuta prima, non asseconda una brama di morte, né si incammina verso la morte con sentimenti contro qualcuno, fosse anche il suo persecutore. Il martire cristiano è una persona che ama la vita e ama vivere, non disprezza la terra né tutto ciò che la vita può dargli, crede sì alla vita eterna ma non aliena nell’aldilà la vita presente e per questo accoglie la persecuzione e il martirio come una prova da cui vorrebbe essere liberato ma che accetta alla sequela del suo Signore Gesù. Questo suo morire è coerente con la vita vissuta e questo atto con cui consegna la vita non è mai contro l’altro, contro un nemico, un malvagio: è un gesto posto affinché si interrompa la violenza, appaia la verità e non regni la menzogna, affinché l'amore sia più forte dell’odio.

Noi oggi a ragione fremiamo e siamo turbati di fronte a chi si dice martire, o è acclamato tale da ideologie religiose fondamentaliste, perché arriva a uccidere se stesso pur di uccidere gli altri, sovente anonimi e inermi, dichiarati nemici dalla follia di chi strumentalizza Dio e la religione per fini di potere mondano.

La mia generazione è nata durante la persecuzione di ebrei, cristiani e altri uomini e donne da parte del nazismo e dello stalinismo, poi ha conosciuto le persecuzioni dei cristiani in Cina, Vietnam e Cambogia, fino a diventare consapevole che il martirio dei cristiani era ritornato a essere dopo secoli il sigillo più eloquente posto sulla loro fede e sulla loro presenza nella storia. Cristiani martiri in quasi tutte le regioni della terra, sopratutto là dove sono minoranza umile e mite ma capace di mostrare una differenza, la “differenza cristiana” che incute paura ai potenti di questo mondo. Abbiamo assistito addirittura al martirio di cristiani da parte di poteri politici che si qualificavano come “cristiani”, soprattutto in America Latina e assistiamo oggi all’uccisione di intere comunità cristiane in Medioriente da parte del fondamentalismo terrorista bellicoso islamico.

E noi qui, nel mondo occidentale, nel mondo del benessere? Per ora non corriamo alcun pericolo di persecuzione, tutt’al più all’orizzonte appare un anticristianesimo finora sconosciuto in quanto non semplice offensiva contro la chiesa: è un'ideologia che condanna il messaggio di Gesù, non quello cattolico-clericale. Eppure a volte registriamo la stoltezza di chi, patendo opposizione, si proclama facilmente martire. Perché quando c’è opposizione, critica, diffidenza, un cristiano deve innanzitutto domandarsi se ciò avviene a motivo del vangelo che cerca di vivere o invece a causa del suo comportamento non conforme al vangelo. Non ci si deve servire della parola martirio per autoproclamarsi vittime o per inventarsi un nemico da combattere. Il martirio è il “caso serio”! Soprattutto oggi che questa testimonianza fino al sangue coinvolge cristiani di diverse confessioni – cattolici, ortodossi, protestanti – dovremmo vedere nel sangue versato da questi testimoni di Cristo una comunione che si sta costruendo e che abbatterà quelle barriere che noi abbiamo costruito nella storia, dividendoci e lacerando la tunica di Cristo.

Papa Giovanni Paolo II ha parlato di “comunione dei martiri”, papa Francesco continua a ricordare l' “ecumenismo del sangue” come profezia della comunione verso la quale ci vuole condurre il Signore della chiesa. Quando oggi cantiamo le litanie dei santi, noi esultiamo di gioia nell’invocare tanti nostri contemporanei – alcuni dei quali conosciuti, incontrati e amati – che avendo dato la loro vita per Cristo sono martiri accanto agli antichi martiri della chiesa nascente, la chiesa indivisa.