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lunedì 5 settembre 2016

Enzo Bianchi Madre Teresa e il coraggio del dolore


Il coraggio di toccare il fondo del dolore
Enzo Bianchi in “la Repubblica” del 4 settembre 2016
dal sito del Monastero di Bose

Narra san Bonaventura nella Legenda major che Francesco d’Assisi verso la fine della sua vita, acclamato come santo al suo passare di città in città, avrebbe detto: «Potrei ancora avere figli e figlie: non lodatemi come se fossi già sicuro! Non si deve lodare nessuno, quando non si sa come andrà a finire».
Sì, nella chiesa, fin dai tempi apostolici, ci sono sempre state persone riconosciute e acclamate come santi dai loro contemporanei, prima ancora della morte, per la loro vita conforme a quella di Gesù o per il loro messaggio ritenuto ispirato da Dio. Per altri l’invocazione “santo subito!” è risuonata già durante le esequie; per altri invece ci sono voluti secoli prima che la chiesa di Roma riconoscesse la loro testimonianza come esemplare per la vita cristiana e le loro parole coerenti con la dottrina cattolica: soprattutto questo è accaduto per quanti durante la loro vita avevano conosciuto diffidenze, ostracismi, persecuzioni e perfino condanne da parte dell’autorità ecclesiastica. Basti pensare a quelli che sono chiamati “profeti” dopo essere stati silenziati, censurati, calunniati e a volte uccisi per quello che dicevano e facevano.
Madre Teresa di Calcutta ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti pubblici — sia nella chiesa che nella società mondiale — durante la sua lunga vita, in particolare negli ultimi due decenni, e la sua popolarità, capace di superare confini di ogni tipo, è stata ampliata dall’epoca storica in cui ha vissuto: una stagione in cui l’impatto anche emotivo di alcune figure e delle loro opere è stato enfatizzato dall’esplosione dei mezzi di comunicazione di massa. Si pensi emblematicamente all’evento della morte di madre Teresa, sopraggiunto solo una settimana dopo la tragica morte di Lady Diana, la principessa che aveva sostenuto con convinzione e dovizia di mezzi anche l’opera caritativa delle Missionarie della Carità, la congregazione fondata dalla religiosa albanese.
Eppure credo che la vera madre Teresa non possa dire di averla conosciuta in profondità nessuno dei potenti che l’hanno incontrata, nessuno dei giornalisti curiosi di tutto il mondo che l’hanno intervistata, nessuno degli uomini di chiesa con i quali appariva in tante manifestazioni, nessuno dinoi che l’abbiamo ammirata come una grande figura della carità cristiana. Chi l’ha conosciuta nella sua dimensione umana, spirituale cristiana più autentica forse non sono state nemmeno le sue prime consorelle, che pure avevano colto in quella piccola donna tenace un’eco schietta del vangelo.
Credo che chi ha potuto scorgere il volto autentico di madre Teresa sono stati i più poveri tra i poveri, i derelitti senza dignità, quegli esseri umani abbandonati e considerati morti già prima che esalassero l’ultimo respiro. Sono loro ad aver colto nei suoi occhi uno sguardo carico di misericordia, ad aver avvertito nelle sue mani rudi la carezza che non guariva le piaghe ma sanava il cuore ferito, ad aver ascoltato in un sussurro di voce la parola di vita che non viene meno. Perché madre Teresa ha sempre e solo fatto questo: chinarsi su chi giaceva nel più dimenticato angolo delle strade per toglierlo dalla solitudine disperante e per “rialzarlo”, anche solo per quell’attimo sufficiente a morire nella ritrovata dignità di essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio.
Sono state molte le critiche rivolte a madre Teresa in questi ultimi decenni: alcune ingiuste e solo sprezzanti, altre da parte di chi non condivideva la sua visione “doloristica” dell’esistenza”, la sua rassegnazione di fronte alla malattia e alla miseria, la sua giustificazione del dolore ritenuto provvidenziale oltre che purificatore e redentivo. In questo madre Teresa è debitrice di una spiritualità dominante che oggi molti cristiani, che conoscono nuove letture antropologiche, non riescono più a condividere. Nessuno però può negare che madre Teresa ha saputo vedere i sofferenti, avvicinare chi era nella miseria, abbracciare chi era ritenuto senza dignità e perciò scartato. Nel 1980 a Calcutta ho visitato uno di questi “luoghi” da lei predisposti dove erano raccolti malati e morenti… È vero, madre Teresa non aveva pensato a un ospedale — a differenza di padre
Pio da Pietrelcina con la sua “Casa della sofferenza” — ma come si sarebbe potuto pensare ad altro in quella città straripante non di poveri ma di miseri disprezzati?
Chi di noi ha un minimo di empatia con la sofferenza dell’altro — sia essa del corpo, della mente o dello spirito — sa che solo può capirne qualcosa chi accetta di condividerla, di farla propria, di “restare accanto” anche e soprattutto quando più nulla può essere fatto o detto. Credo che madre Teresa abbia insegnato alla chiesa e ancor più alla società, alla nostra società stordita dal benessere raggiunto o agognato, che ciò che conta è restituire umanità a ogni essere umano, avvicinarsi concretamente e restare vicino a chi è nel bisogno, ricollocarlo nel posto che gli spetta di nostro fratello o sorella, ripetergli con i gesti prima ancora che con le parole che la sua vita è preziosa per noi e che la sua morte è per noi motivo di dolore sì, ma anche di lezione e insegnamento e può divenire persino occasione di consolazione se vissuta in un abbraccio compassionevole. Madre Teresa è un memoriale, un antidoto contro la carità cristiana presbite, quella che vuole aiutare chi è nel bisogno restando a distanza, senza incontrarlo, senza un abbraccio, senza la mano nella mano dell’altro.
Senza spirito di contraddizione, sento doveroso ricordare che quello che ha fatto questa donna in India e che è diventato straordinario fino a meritare le luci della ribalta internazionale, lo realizzano tante persone ogni giorno, anche qui in mezzo a noi, senza che noi ce ne accorgiamo. Basterebbe visitare una “Casa della Divina Provvidenza”, un Cottolengo, per vedere che molte suore, silenziosamente, senza nessun riconoscimento, lo facevano prima di madre Teresa e lo fanno anche oggi, piegandosi su corpi di uomini e donne che a volte di umano non hanno più né la forma né la ragione.
Oggi madre Teresa sarà canonizzata, sarà cioè affermato dalla chiesa cattolica che la sua vita, il suo modo di dare carne al vangelo è testimonianza credibile di quel Gesù, uomo e Dio, che è passato facendo il bene, al punto da vivere ora in una comunione più forte della morte. Se l’esistenza terrena di questa “piccola grande donna” non è stata altro che un’incarnazione di questo amore più forte dell’odio che conferisce dignità a ogni persona, non si può dimenticare quanto affermato da papa Francesco: «Non c’è un santo che nel suo passato non abbia commesso peccati ed errori, e non c’è un peccatore che nel suo futuro non possa divenire santo».