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domenica 11 settembre 2016

Bernardo Gianni «Liturgia: fra teologia e antropologia una feconda e perenne esperienza di mistero»


Una conferenza di padre abate Bernardo per i catechisti dell'Arcidiocesi di Firenze
Parrocchia del Preziosissimo Sangue 
Sabato 3 settembre 2016

Proverò a dirvi qualcosa di utile nella stretta correlazione che mi sembra sia al cuore anche di questo ciclo di conferenze, fra vita, mistero della Chiesa e catechesi.

Intendendo la catechesi come una sorta di canale di comunicazione con il quale si rendono partecipi coloro che si affacciano e intendono qualificare la loro vita in Cristo, li si rendono partecipi dei misteri che la Chiesa crede, celebra, approfondisce e comunica e quindi già si toccano vari ambiti della vita stessa della Chiesa, l'ambito della riflessione, quello teologico, l'ambito celebrativo, quello appunto liturgico, ma anche naturalmente quello che la vita della Chiesa intende testimoniare, quindi appunto l'ambito della pastorale e della carità vissuta.
Ecco, tutto quello che raccorda queste diverse esperienze, le rende comprensibili al popolo di Dio credo sia davvero il compito che sta a cuore a ciascuno di voi, tanto appunto da aver rinunciato al mare per crescere nel vostro servizio benedetto di catechisti e catechiste.
In modo ancora più particolare è significativo che don Dante abbia inteso riconoscere una giusta importanza alla dimensione liturgica che spesso è un po', se posso dire, la cenerentola, perché in fondo si dà quasi per scontata la centralità del cosiddetto precetto, quindi dell'obbligo di andare a Messa la domenica, con tutte le conseguenze di una vita di partecipazione più o meno forte e consapevole alla dimensione celebrativa, però già questo linguaggio: obbligatorietà e precetto, vi fa intuire che c'è, come dire, una debolezza di fondo.
Quando si ha bisogno dell'obbligo per rendere consapevole l'importanza di una esperienza che in realtà -ed è questo in un certo senso l'obiettivo delle mie confuse parole- e voi lo sapete bene, vorremmo fosse patrimonio più comune e condiviso, più che obbligo è davvero fame, necessità di una esperienza nel tempo di incontro e di vita in Cristo quale la liturgia ci assicura.
Quindi è un pochino il senso del mio contributo ma don Dante mi può correggere.
Io come vedete mi sono presentato anche senza fogli, ho qualche testo sotto gli occhi per ricamare qualche parola con delle pezze di appoggio, ma il mio contributo è un work in progress come si suole dire proprio perché ha l'ambizione di poter essere anche una sorta di dialogo con ciascuno di voi.

Intervento Don Dante che sottolinea la preoccupazione dei catechisti poichè alla catechesi “verbale” non segue spesso la partecipazione alla liturgia. Come valorizzare la liturgia come prima catechesi?

Riallacciandomi alle parole di Don Dante adesso e alle sue indicazioni, credo emerga significativamente un doppio vuoto, una prima debolezza di ordine soprattutto, uso un parolone, antropologica, cioè in riferimento più stretto all'ambito dell'umano, una seconda debolezza in ordine più teologico, cioè più in relazione al mistero stesso di Dio.
Due debolezze appunto complementari che spiegano quanto Don Dante ha detto, cioè il fatto che per esempio il segno dell'obbligatorietà poco è efficace, perché tutti sentano nel cuore la gioia e vorrei dire davvero, la necessità di unire all'esperienza di ascolto di una catechesi, all'esperienza di adesione a Cristo, una dimensione appunto celebrativa. Perché questa difficoltà, perché questo vuoto?
Una prima possibile spiegazione viene, direi davvero, da una delle dimensioni proprie e peculiari della nostra contemporaneità, io qui ve la illustro con le parole di un filosofo niente di meno che sud coreano, perché è felice nel tratteggiare un aspetto nel quale secondo me anche voi potreste essere d'accordo e che riconoscereste come peculiare del nostro tempo.
Egli scrive:
“Se si toglie dalla vita ogni elemento contemplativo questa finisce col soffrire di iperattività mortale, l'uomo soffoca nel proprio stesso fare, una rivitalizzazione della vita contemplativa è necessaria per aprire spazi di respiro. Lo spirito nasce da un sovrappiù di tempo, da un otium, da una lentezza del respiro, una democratizzazione dell'otium deve succedere alla democratizzazione del lavoro perché questo non degeneri in schiavitù di tutti”
( Byung-Chul Han insegna Kulturwissenschaft presso la Universität der Künste di Berlino, in Germania, ed è uno scrittore e teorico della cultura di origine coreane (è nato a Seoul nel 1959)


E' una frase di un filosofo, quindi apparentemente campata un po' in aria, ma in realtà è molto interessante, spero davvero colga il vostro interesse, cioè quello che voglio dirvi è: perché la liturgia è in crisi? Perché è singolarmente felice la scelta di iniziare questo ciclo di conferenze proprio con la cenerentola, la liturgia?
Proprio perché, come ci sta dicendo questo filosofo, oggi noi tutti siamo ammalati di attivismo, il tempo che non è il tempo del fare, del produrre, dell'efficienza etc etc è un tempo che si ritiene di sostanziale inutilità, di poca praticità, di poco frutto.
E questa prospettiva il filosofo la mette in correlazione con un guadagno importante della cultura moderna, quella che lui chiama democratizzazione del lavoro, tanto per cui nelle moderne costituzioni, nel moderno pensare contemporaneo, anche dei nostri governi e di tante nostre legge, giustamente si dice che il lavoro è un diritto di tutti. Ecco, dunque una democratizzazione del lavoro, benissimo, anche la nostra costituzione dice che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, ma è una interpretazione, nella fattispecie della Repubblica, ma soprattutto della persona, un po' angusta.
Come si fa a pensare che una persona e quindi una comunità civile possa essere fondata esclusivamente sul lavoro? Il lavoro è importantissimo, siamo perfettamente d'accordo, ma il rischio è che culture abbastanza diverse dalla cultura che il Vangelo ha ispirato, ci portino lontano proprio dalla riscoperta di una esigenza altrettanto importante del cuore dell'uomo e che appunto qui il filosofo chiama con queste parole, peraltro della tradizione monastica -non è un monaco eh, non son così sfacciato da ricoprirvi di sabato pomeriggio di autorità monastica, ho questo garbo, è un filosofo normale, civile, laico- ci ricorda due parole tipiche della tradizione monastica, ma direi della tradizione spirituale in senso pieno, otium e contemplazione, a ricordarci un dato molto importante, che non sono un privilegio, un lusso dei soli monaci, l'otium e la contemplazione, anzi, vi direi anche molto cordialmente e sinceramente che grazie a Dio, anche la vita di un monaco è molto segnata dal lavoro, ma in monastero e nelle strade della città guai se non riservassimo nell'arco della nostra giornata e della nostra settimana, un tempo apparentemente inutile e infruttuoso che è proprio il tempo della contemplazione che questo filosofo sud coreano, in omaggio ad una tradizione propria anche della sua tradizione spirituale, ma non estranea nemmeno alla nostra, associa con questa esperienza importante, quella addirittura del respiro.
E qui è anche importante ricordarci che pregare bene significa anche un pochino rientrare in noi stessi e, come fa il musicista prima di un concerto, riaccordare i propri strumenti, il primo strumento che noi abbiamo a disposizione per pregare è il corpo e come un cantante sa, prima di un bel canto occorre tornare a respirare in modo profondo, come si suole dire, un pochino più consapevole, attenti al primo grande miracolo che il respiro ci ricorda: siamo vivi!
E se siamo vivi è un dono, un mistero, uno stupore, per il quale dobbiamo dire grazie a qualcuno. Ecco, una piccola traccia di preghiera molto semplice ma, come dire, importante ed essenziale che parte da una prima constatazione fisica, che ci dice appunto come riservare dei tempi di otium e di contemplazione nell'arco della nostra giornata, significa davvero ritornare all'essenziale del mistero del nostro esserci, anziché non esserci.
E questo guardate è un grande contributo, una grande esperienza, una grande rivelazione che i tempi apparentemente infruttuosi della preghiera, e in modo particolare della liturgia, donano alla nostra consapevolezza credente, quella appunto di ritornare al primo grande miracolo, di guardarlo con un senso eucaristico, cioè di riconoscenza, di gratitudine, di stupore, di sorpresa, che è poi la prima cosa da ricordare a chi magari sta vivendo momenti di vita segnati dall'angoscia, dalla disperazione etc etc.
Questo direi è il primo approccio, propriamente antropologico, quindi proprio cosa vive l'uomo oggi a tutte le latitudini e con tutte le fedi possibili, quello che ci sta dicendo questo nostro filosofo sud coreano e quindi la riscoperta che secondo me anche voi come catechisti dovreste, mi permetto di suggerire, anche proprio trasmettere alla sensibilità di chi vi ascolta, in poche parole, ora scendo un po' sul pratico -ma d'altra parte questa non è una conferenza accademica, siamo fra amici, nonostante sia due o tre metri sopra le vostre teste, per pura praticità geografica- e cioè insieme ai vostri allievi, a chi fa catechismo con voi, trasmettere l'importanza di rivisitare l'arco di una giornata. Come è la nostra giornata?
Quanto tempo destiniamo al Signore? E' un tempo di qualità? E' un tempo che nel suo volersi riposizionare davanti al Signore, ci dona una qualità diversa di tempo e di spazio? A volte nelle confessioni non è poco, meglio di niente, ci si sente dire -Padre, io prego quando guido, il mio rosario è quando guido-
Perché magari, poveretto deve star dietro ai figlioli, portarli a scuola etc..meglio di niente, benissimo, però effettivamente insomma, sempre che non accadano incidenti, guidare e pregare possono stare insieme, ma la preghiera esprime anche nella sua dimensione contemplativa una esperienza un po' diversa dall'ordinario, una esperienza che trascenda, per così dire, cioè che ci faccia un po' superare le normali coordinate esistenziali nelle quali si svolge la nostra quotidianità, potrebbe essere una chiesa, per chi ha la fortuna di avere una cappellina, una chiesa vicino casa, ma può essere anche, perché no? secondo me anche questo potrebbe far parte di una ritrovata cultura liturgica, uso proprio consapevolmente questa espressione un po' forte, delle nostre famiglie, avere in casa un piccolo angolo di preghiera, perché nelle nostre case c'è tutto, l'angolo cottura, l'angolo televisione, l'angolo videogiochi, l'angolo quello, l'angolo quell'altro, però è grassa se c'è un crocifisso appeso sui letti, ma sì, uno ci può buttare uno sguardo, ma perché non pensare a un piccolo spazio in cui, anche come famiglia, si può uscire dall'ordinarietà della geografia della casa e scoprire fra le proprie pareti quella che Giorgio La Pira avrebbe anche in questo caso definito una geografia della grazia, uno spazio cioè dell'incontro in punta di piedi e senza calzari del Signore che si degna di abitare in quella che -stamani ho celebrato un matrimonio- non a caso il Concilio Vaticano II, su suggerimento del mio vescovo di Prato Pietro Fordelli, chiamava ecclesiola, la piccola chiesa della famiglia; quindi vuol dire che in ogni famiglia ci dovrebbe essere un piccolo tabernacolo in cui, ecco, poter più facilmente entrare in uno spazio, in un tempo diverso dall'ordinario, dove appunto il respiro si affanna un pochino di meno, l'immagine possibilmente bella e, perché no, con una candela accesa, evoca che il Signore si degna di abitare anche fra le pareti della mia casa.
Ora direte voi, Padre ma lei ci vuole monasticizzare tutti. Certo, io penso che se Don Dante mi ha invitato a questo incontro è perché supponeva che qualche consiglio che viene dalla nostra tradizione ve lo potessi proporre, ve lo propongo, ripeto, non perché tipo Savonarola vi voglia tutti piagnoni a recitare gli uffici di prima, terza, sesta e nona, questo lasciatelo fare ai monaci....e qualche volta ai canonici.
Non dico questo, però può bastare davvero anche un salmo la mattina, un salmo la sera, meglio ancora possibilmente riferirsi alla liturgia proposta in quei libretti che condensano un po' la liturgia romana, queste cose possono sembrare un lusso, per molti di voi son convinto una abitudine, ma ecco, non perdete la speranza di giocare un po' al rialzo con chi vi segue, questo è un tempo storico molto importante in cui ci è chiesta intensità, non dobbiamo mai dimenticarlo, siamo piccole isolette consunte da un fiume che scorre sempre più incessantemente, non dobbiamo aver paura dell'esperienza storica che il Signore ci fa vivere, ma la risposta che, con la sua grazia e il suo aiuto, nell'umiltà della consapevolezza dei nostri limiti, dobbiamo dare è una risposta di intensità, di qualità, quindi ecco, questa prospettiva secondo me è veramente molto importante.
Poi c'è un nesso appunto un pochino più teologico che vorrei evocare con voi in questi termini, nella riscoperta appunto della preziosità del tempo che scorre, perché vedete, sullo spazio il ventaglio può essere abbastanza ampio, da quello che recita e sgrana rosari mentre guida e lo dico, ripeto, comunque con rispetto, perché meglio così che niente, chi ha bisogno della chiesa, chi è riuscito davvero a fare nel proprio appartamento, nella propria casa un angolo di preghiera, chi magari non ce l'ha, ma ugualmente sa dove più o meno ritrovarsi col Signore, certo è che la varietà degli spazi è ammessa, ma c'è una cosa imprescindibile e cioè: la preghiera chiede del tempo, questo veramente non se ne può davvero fare a meno e d'altra parte con un gioco di parole coniato da Bruno Forte , dal Vescovo Bruno Forte, si tratta “di trovare tempo per il Dio che ha tempo per noi”.
Dio ha preso del tempo per noi, donandoci il Signore Gesù che è entrato nel nostro tempo, quindi eccome se ha in qualche modo preso a cuore i minuti, gli anni, i secoli che noi attraversiamo, inabitandoli col Signore Gesù, chi siamo noi per non donare un po' di tempo a questo Dio del tempo e nel tempo?
Sembrano giochi di parole, ma io sono sicuro voi cogliete l'importanza di questa espressione, quindi noi abbiamo da riscoprire proprio un po' come ha fatto Israele, quando non ha più avuto la possibilità di disporre del suo tempio perché in esilio, sapete la famosa distruzione del tempio di Gerusalemme, 70 DC, la sciagura nazionale e spirituale immane per Gerusalemme, come se ci distruggessero in qualche modo, ma ancora di più per certi versi, come dire, il santuario più importante del nostro cuore etc etc.
E cosa diventa il tempio di Israele, il tempio diventa proprio il tempo, pensateci a questo passaggio importante, in modo particolare quella giornata nella quale il pio israelita di ogni tempo, fermando il lavoro, entra in comunione con il Dio che si è fermato anch'egli dal lavoro nel giorno di sabato e così, nella letizia, nella preghiera e nel riposo, il nostro filosofo sud coreano direbbe nel respiro, incontra l'uomo e viceversa.
Ecco, quindi il tempo è un tempio, per così dire, imprescindibile dell'incontro col Signore, allora come qualificare questo tempo? Attraverso appunto un riflessione importantissima che San Paolo ci fa nel capitolo VI della sua II lettera ai Corinzi, i primi due versetti, quando ci dice “e poiché siamo suoi collaboratori vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio, Egli dice infatti -al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso, ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza”
Naturalmente qui si incontrano proprio due tempi, il tempo appunto che Dio dona all'uomo, il momento favorevole, il giorno della salvezza, istanti di tempo in cui l'uomo sperimenta quello che è il desiderio profondo del nostro cuore, così fragile, provvisorio, essere esaudito, essere soccorso, in una parola centrale della nostra fede, essere salvato. Questa esperienza di salvezza che è al cuore della nostra fede. Cosa produce alla fine nella nostra vita l'incontro con Gesù Cristo? La salvezza.
Cogliete no questo aspetto?
E ciò accade in un momento speciale con cui Dio dona se stesso alle nostre vite, e d'altra parte questo momento favorevole e questo giorno della salvezza diventa anche il dono che l'uomo può fare a Dio in quello spazio speciale di incontro che, anzitutto è ovviamente per noi la domenica, il giorno in cui si celebra proprio questa esperienza di reciprocità, di alleanza fra Dio e l'uomo, questo giorno in cui la nostra vita dispersa e frammentaria per le mille cose da fare, e anche direi squalificata nei suoi rapporti essenziali, famiglia, amicizia etc, appunto perché ognuno di noi come mille tramvie è costretto un po' a percorrere i diversi e confusi binari delle proprie responsabilità, finalmente tutto si raccorda, si fa esperienza di unità, di reciprocità e di fraternità accanto a questi due poli essenziali che diventano così segno e strumento di una ritrovata coesione, di senso, di significato e di relazione, il polo della parola e naturalmente non a caso -suona la campana, che bel segno!- il polo dell'Eucaristia.
Insieme devo dire, davvero, perché come accade nel Vangelo di Emmaus, non c'è l'uno senza l'altro, vi ricordate cosa accade? Che prima il Signore fa la prima lectio divina della storia parlando di se stesso, passando in rassegna i versetti del Primo Testamento dove si allude al suo mistero, e poi quelle parole diventano gesto concreto allo spezzare del pane e se prima quella intelligenza della parola emoziona e dona stupore a chi l'ascolta e questo Luca ce lo dice : “ricordavate?”
Si ricordano i due come in effetti il loro cuore fosse trafitto dalla parola del Signore Gesù e dopo, con lo spezzare del pane, quello stupore diventa piena consapevolezza di fede, di fiducia, con uno sguardo che si apre sulla verità rivelata “ e lo riconobbero”.
E l'esito quale è di questa, come dire, intelaiatura che in piccolo è la Santa Messa, l'esito è che i due, che prima se ne andavano disperati “noi speravamo che fosse lui a liberarci” e se ne vanno via impauriti da Gerusalemme, al contrario ritornano a Gerusalemme per portare pieni di gioia l'annuncio pasquale.
Ecco questo è esattamente quello che dovrebbe accadere in una celebrazione eucaristica, appunto noi dispersi, disperati -perché c'è guarda caso un nuovo terremoto, perché non si trova lavoro, perché c'è isis che minaccia il futuro dei nostri ragazzi uccidendo nei luoghi più disparati e più inprevedibili, perché c'è tutto il male che noi vediamo, la percezione è che, noi speravamo sì che qualcosa cambiasse, ma in realtà nulla cambia- e l'ascolto della parola, possibilmente illuminata da un servizio alla parola stessa che saldi questa nostra storia di tutti i giorni, raccordandola alla fecondità infinita dell'evento pasquale che si propone come chiave di decifrazione di ogni fatto storico, di ogni fatto storico, nel segno fondamentale di un Dio non estraneo alla nostra sofferenza, ma che se la carica sulle proprie spalle, proponendo però una via pasquale di superamento di tale limite attraverso l'amore, l'umiltà e l'obbedienza ai disegni del Padre. Ecco, ascoltando tutto questo noi poi partecipiamo, non solo di testa, ma anche di cuore, con tutta la nostra esistenza, spirito, anima e corpo di questo amore, con l'Eucaristia che ci parla con il linguaggio essenziale, quello che capiscono alla fine, pur grazie a Dio non comprendendolo mai fino in fondo, anche i bambini, cioè del cibo che entra nella nostra bocca, il gesto più elementare che l'uomo fa quando ha fame, questa è l'umiltà di Dio che arriva a consegnare se stesso e il suo amore, intercettando questa esigenza basilare, elementare dell'uomo, qualificandola e trasfigurandola appunto perché diventi capace di nutrirsi del suo amore e della sua verità.
L'esito, quell' ite missa est , andate la messa è finita deve diventare un ritornare anche noi a Gerusalemme, portando a tutti la notizia di come ci ha trasformato nel cuore l'evento pasquale, da disperazione, tristezza, rassegnazione in nuovo fuoco, in nuovo amore.
Ecco, io direi che questa prospettiva è il cuore della liturgia eucaristica, in modo particolare la domenica, una prospettiva che come vedete implica un radicale cambiamento mai compiuto, una vera e propria conversione di cui ogni domenica tutti, da Padre Bernardo, a tutti, io per primo e più di voi, abbiamo tremendamente bisogno e la liturgia è esattamente questa esperienza che potrebbe essere come dire, rimproverata dall'angolatura di cui ci parlava il filosofo, come perdita di tempo : ah, voi, anziché andare in mezzo alle strade a soccorrere quello e quell'altro, state in chiesa a recitare preghiere...
Ma questa è una prospettiva in cui noi non ci vogliamo, non ci possiamo stare perché, fratelli e sorelle carissimi, io vi chiamo così, noi possiamo essere d'accordo sulla democratizzazione del lavoro, salutiamo la democratizzazione dell'otium, ma non saremo mai d'accordo in una democratizzazione della carità.
Lo dico un po' provocatoriamente. Perché vedete, la carità non è l'amore di cui noi siamo capaci, la caritas è l'amore che noi riceviamo dal Signore, un amore che trasfigura proprio tutto quello con cui noi possiamo metterci, e dobbiamo metterci in gioco, perché la nostra esistenza racconti con la vita il Vangelo di Cristo. Oggi è San Gregorio Magno e lo omaggio evocando il suo celebre gioco di parole. “Viva lectio, vitae sanctorum”, la vera lettura delle sante scritture, potremmo dire il vero ascolto delle sante scritture è appunto una vita santa, ma non ci può essere santità di vita se l'uomo e la donna nella loro umiltà non si scoprono bisognosi di una vera e propria trasfigurazione che solo lo Spirito compie fino in fondo nella nostra carne, nel nostro cuore, nei nostri pensieri, fino a condurci, direbbe Paolo, pensate un po', questa ascesa bellissima, al nus stesso di Cristo, al pensiero di Cristo.
Già questa prospettiva ascensionale, lasciatemi dire, provare a proporla a questi nostri figli amici che sono oggi tutti diciamo vittime di questo nuovo idolo che i social creano di cui, per carità non mi ritengo dispensato, chi mi conosce sa che anche io alla fine... però attenzione usiamoli con vigilanza, in questo senso qui.
Un aspetto importante è il terzo elemento che è nello stesso tempo un po' antropologico, un po' teologico, vi riassumo un po' fino ad adesso quello che ho cercato di dire, il primo elemento di antropologia e di cultura contemporanea, riscoprire la centralità della contemplazione che è per tutti, non solo per i monaci, un tempo e uno spazio diverso in cui usciamo dai meccanismi febbrili del lavoro, della produzione, per chi ha la fortuna di averlo, dell'utilità etc, per entrare in uno spazio direi davvero di libertà, di gratuità usiamo questa parola fondamentale della nostra esperienza cristiana, di mistero. Perché quando si attenua l'utile e il pratico scopriamo che la vita non è solo utilità, profitto e guadagno, ma grazie a Dio, anche un interrogativo che trova spazio e senso solo nel mistero, quindi son tutti doni dalla riscoperta di una dimensione un pochino più contemplativa del vivere.
Secondo aspetto era appunto la centralità della qualità di un tempo diverso che il Signore ci dona, non è il tempo, per dirla in altri termini, pensateci delle culture pagane, le culture pagane avevano questa drammatica ciclicità, forse ve la ricordate dai tempi della scuola, l'età del ferro, del bronzo, dell'argento e dell'oro e poi di nuovo ferro, bronzo, argento, oro, un ciclo continuo, non se ne scappa, ispirato dalla natura. La natura funziona così, primavera, estate, autunno, inverno, non c'è regola che possa cambiare questa successione. In Cristo, Paolo ce l'ha detto, è diverso, c'è un tempo di salvezza, un'occasione, un kairos favorevole che spezza questo cerchio senza speranza e ci immette in una linea che ci conduce attraverso Gesù verso il Padre, l'evento pasquale che chiede però a ciascuno di noi di raccordare i nostri minuti che scorrono, anche loro rischiando di diventare un cerchio senza molto senso e meta, chiedendoci appunto di raccordarci in questo momento fondante che è, in modo tutto particolare, l'Eucaristia domenicale, ma non solo in realtà, perché immergere le nostre vite nella liturgia significa ogni momento entrare in questa esperienza forte di un tempo che il Signore riporta al Padre con l'energia dello Spirito.
Dicevo appunto come in questa prospettiva noi ci sentiamo davvero tutti un pochino analfabeti, lo diciamo con molta sincerità, e appunto la prova è che spesso e volentieri per spingere le persone ad andare a Messa dobbiamo dire, è obbligatorio, è precetto, il precetto domenicale, però oggi in modo particolare se dite a un ragazzo, devi andare a Messa perché è obbligatorio non ti ci va di sicuro, tu devi cercare di far capire la grazia di quello che accade nella celebrazione eucaristica e ci è servito un po' questo passaggio che ci ha fornito la rilettura rapida di Emmaus come fruttuosità di passaggio dalla disperazione alla speranza e questa prospettiva molto bella è esattamente quello che ci auguriamo, per far riscoprire a tutti la necessità di destinare del tempo settimanale a questo incontro forte con la parola del Signore, con il suo amore che fa diventare la sua parola gesto concreto di amore.
Da ciò deriva appunto una testimonianza piena di amore, piena di speranza, perché noi salvati e perdonati, non a caso la celebrazione inizia sempre con il riconoscerci fragili, bisognosi di quella grazia che trasfigura i mille nostri limiti, noi tutto questo lo possiamo a questo punto davvero comunicare agli altri, perché guardate, la gente ci crede e ci dà retta non quando facciamo bei discorsi, ma perché incontra delle persone che a loro volta si riconoscono e si lasciano riconoscere come salvati, perdonati, guariti. Io amo una definizione bellissima di Chiesa che l'allora Cardinale Joseph Ratzinger proponeva, “la Chiesa è una comunità di peccatori perdonati”, questo è stringi stringi il nostro identikit ed è quando raccontiamo la gioia di un perdono che può far venire negli altri la gioia di vivere questa esperienza in cui rimettiamo nelle mani del Signore i nostri limiti, anche il nostro egoismo e possiamo testimoniare l'amore che riceviamo.
Il terzo punto, che potrebbe essere anche una prima ipotetica conclusione, salda un po' questi due aspetti, appunto teologico ed antropologico, e ve l'ho introdotto appunto dalla scoperta di uno dei tratti antropologici che l'uso massiccio di social oggi gradatamente imprime nella nostra condizione umana, perché si può usare benissimo i social network, cioè c'è uso, come dire, Agostino direbbe davvero buono, un usus buono dei social, come c'è un uso buono dei telefoni, in sé sapendolo usare, tutto può essere buono e santo nelle mani di un bravo credente, omnia munda mundis, il punto più delicato è che questi oggetti determinano anche comunque una vera e propria mutazione antropologica, cioè a furia di usare queste cose entrano nella nostra percezione del tempo, dello spazio, delle relazioni dei tratti che poi diventano il nostro modo di vivere questa contemporaneità, questa cultura.
Ecco, i nostri ragazzi, oggi grazie ai social sono i ragazzi, cosiddetti nativi digitali o millenials, della simultaneità, ecco questa è una parola importante con cui i sociologi più avvertiti ci insegnano a fare sempre di più i conti. Segnatela nelle nostre note. Perché la simultaneità? Perché chi usa Instagram, Twitter e Facebook sa che ormai siamo tutti simultaneamente connessi e quindi è ormai sempre più necessario che simultaneamente ci trasmettiamo notizie, informazioni, in forza di un'altra parola totem del nostro tempo, reperibilità, la quale appunto ci rende tutti perfettamente atomi, individui, ma nello stesso tempo in questa strana ragnatela per cui effettivamente nessuno può più permettersi un tempo di solitudine contemplativa, e ritorniamo al primo elemento di cui si è parlato e ormai, ed è il secondo punto e più delicato, nessuno più vive il senso di una successione storica e questo è l'aspetto molto più delicato. Perche?
Se si è simultanei, pensateci un attimo, si sente meno importante l'asse del tempo che scorre presupponendo memoria, cioè passato, presupponendo speranza cioè futuro, perché tutto è simultaneo.
Allora la liturgia deve fare anch'essa i conti con la simultaneità, non certamente celebrando la Messa su twitter o su facebook anche se voi scherzate, ma ormai sono tantissimi i siti dove in effetti tu puoi connetterti e trovare per esempio è indicativo in positivo, vi porto un po' a cogliere come quello che vi sto dicendo non è calato da chissà quale libro, ma viene semplicemente dalla realtà, blasonati siti di monasteri francesi super osservanti dove tu puoi immediatamente connetterti con la liturgia che c'è appena stata o che ci sarà, la videocamera nella grotta di Lourdes, tutto è veramente nel segno della simultaneità. Però cosa può succedere? Succede che si perde di vista un aspetto che per la liturgia è invece essenziale e che noi riteniamo indispensabile per affrontare in Cristo questa nostra esperienza di vita, appunto una memoria ed una speranza evangelicamente qualificate, le quali presuppongono appunto un senso del tempo e della storia che nessuna simultaneità, anche quella immediata, corale, globale che i social ci permettono, potrà mai in un certo senso farci superare o dimenticare, appunto il senso per cui noi ci riconosciamo in fondo il nuovo Israele che rivive, e vuole rivivere, e soprattutto sa riconoscere nella sua storia quello che è accaduto a quell'antico popolo per grazia e per mistero dal Signore, per diventare protagonista di una salvezza storica che, proprio perché storica, è reale ed efficacemente disponibile come speranza e significato anche per il nostro tempo, ecco il senso appunto della scrittura e della liturgia che ci invita, pensateci, anno dopo anno a rileggere attraverso i profeti, attraverso i libri storici, le vicende dell'antico Israele, uno potrebbe dire un po' trucemente:- ma che importa a me, è roba del cucco, ci son ben altre cose..
Ecco il senso della memoria, una memoria che ci porta a riconoscerci figli, eredi di una promessa, partecipi di una alleanza antica, nello stesso tempo questa esperienza che ci precede non è archeologia, non è lettera morta, ma con l'energia dello Spirito è esperienza che feconda il nostro oggi.
Quante antifone della liturgia iniziano, Don Dante lo sa perché frequenta anche lui sotto sotto i monasteri, “hodie”, oggi è nato per noi...quante volte risuona nel tempo di Natale, oggi, oggi, oggi, ma perché lo Spirito feconda il nostro oggi per aprirci a un domani di speranza.
Allora la simultaneità che i social mi propongono come alla fine l'unica esperienza del tempo, in realtà è la grande speranza che la consuetudine con la liturgia immette nel mio cuore, e deve diventare davvero esperienza di ascolto, di memoria, quindi anche di umiltà, esperienza con cui vivere l'intensità del tempo presente nella prospettiva che Paolo ci ha appena detto, il kairos, il momento favorevole è oggi fratelli e sorelle!
Non andiamolo a cercare in chissà quale direzione, è proprio ora che il Signore mi domanda il mio sì, il mio amen, perché si mescoli all'amen del Signore Gesù e nello stesso tempo questa prospettiva di adesione all'appello che Gesù fa oggi a ciascuno di noi, alle quattro di questo pomeriggio, ecco l'apertura al futuro che per noi non ha altra cifra interpretativa della speranza e chiudo davvero ricordandovi come essa sia la grande malata del nostro tempo, perché naturalmente con questa situazione storica e culturale che noi viviamo, ma chi se la sente di parlare di speranza, chi attende oggi un futuro migliore del presente che viviamo?
Certo psicologicamente, mettendo al mondo un figliolo a questo siamo spinti, ma se ci mettiamo a ragionare è difficile che questa prospettiva inabiti il nostro cuore, ma è esattamente questo che la liturgia ci vuole pazientemente educare a riscoprire come una prospettiva di tempo, qualificata da quello che il Signore ha immesso una volta per tutte col mistero pasquale.
Questa prospettiva credo sia uno dei frutti importanti della consuetudine con la quale ci mettiamo in ascolto della parola del Signore ed educhiamo i nostri giovani ad ascoltare quelle parole, non come un momento noioso in cui per forza di cose dobbiamo sentire la storiella come ce la può dire la maestra a scuola, non è la maestra a scuola che sta parlando, è il Signore che ci , come ha insegnato sulla via di Emmaus, a rimettere a posto la memoria perché si riconosca in quelle gesta lì e nello stesso tempo, come è accaduto allora, stia attenta a riconoscere i tratti, i passi del Signore salvifico nella mia storia, che apre in questo modo prospettive inedite, che la nostra fede deve saper umilmente riconoscere e coraggiosamente attuare e percorrere con perseveranza e fiducia.
Grazie di cuore.

Intervento conclusivo dopo vari interventi di catechisti:

Elemento centrale della catechesi la celebrazione della Messa.
E' una consuetudine molto cara i Padri della Chiesa, la cosiddetta mistagogia cioè la capacità di fare teologia fondamentalmente commentando i misteri e credo che, accanto alla riscoperta della centralità della vita liturgica nel cuore stesso della Chiesa e nel suo servizio al mondo, possa essere indubbiamente una via molto feconda anche perché, secondo me, ha il pregio, come ho cercato un po' di farvi intuire, di tenere insieme anche, accanto all'aspetto propriamente teologico, quindi di intellezione del mistero di Dio, anche tutta la dimensione antropologica, perché la liturgia è nello stesso tempo, ovviamente e soprattuto mistero di Dio, ma è anche un agire umano.
Liturgia, ce lo diceva appunto il filosofo sud coreano, mi è servito per richiamare un po' la nobile tradizione tipica dell'oriente cristiano, è anche respiro, quindi c'è una dimensione corporea, una dimensione sensibile, l'ascolto, il canto, l'olfatto anche con l'incenso, il gusto con la stessa Eucaristia, ma soprattutto c'è, attraverso la dimensione rituale in gioco tutta la dimensione della ripetitività e della codificazione dei gesti chiamati ad essere così dei gesti, nello stesso tempo nuovi, restituiti a loro stessi con una intensità che proprio il gesto rituale permette loro e anche, lo dicevo, a vivere una esperienza del tempo che non è né il tempo dell'occupazione, del lavoro, della fatica, neanche quest'altra declinazione opposta, ormai quasi più alienata del tempo del lavoro stesso, che è il cosiddetto tempo libero, che non a caso impone codici di comportamento spesso e volentieri ancora più assurdi e folli dei tempi di lavoro, le file per andare all'outlet la domenica, i grandi riti collettivi, appunto di mercificazione dei rapporti, degli interessi e dei desideri, lo dico con un fondo di ironia, ma è veramente triste alla fine che le persone aspettino il fine settimana per questo genere di occupazioni, quindi io credo che la dimensione liturgica sia una dimensione in cui è in gioco qualcosa di diverso dal lavoro, ma nello stesso tempo non è in gioco il senso del riposo assoluto, perché nella liturgia è chiesta disciplina, è chiesta attenzione, è chiesta anche una esperienza di intelligenza, ma anche, se si vuole, di passione e se possibile di una gioia che la fa diventare, come dovrebbe accadere nei migliori teatri, una vera e propria esperienza di trasfigurazione.
Come voi vedete è in gioco tantissimo con la liturgia l'elemento umano e credo che quell'esperienza del tempo a cui alludevo dovrebbe essere, nel laboratorio liturgico, un po' messa in qualche modo a fuoco, la liturgia, ce lo insegna anche la tradizione orientale può essere una esperienza che dura diverse ore, ma quando la liturgia è bella, quando tu vivi una esperienza di qualificazione del tempo, degli spazi, della tua attenzione, della tua creatività, essa può veramente diventare una esperienza in cui il tempo finalmente assume una scansione diversa, meno matematica, meno geometrica e indubbiamente più libera e feconda e che quindi assomiglia di più, come dovrebbe assomigliare, all'eternità di Dio.
Ma quanti di noi celebrano o vivono la celebrazione con questa esperienza, chiarissima per esempio alla prospettiva ortodossa per cui noi quando celebriamo siamo nella Gerusalemme celeste, non siamo più nello spazio e nel tempo ordinario, quanti hanno chiaro che veramente si aprono le porte regali per accedere, come del resto ci insegna anche San Benedetto, per restare nella tradizione occidentale, al cospetto della maestà del Signore? Quanto invece, anche il caricare l'esperienza misteriosa della liturgia di un lessico e di gestualità a mio avviso troppo ancorate con la contingenza del nostro tempo, le fanno diventare non a caso, una parola per me orrenda che ci portiamo dietro dal Concilio Vaticano II, delle assemblee.
Guardate, le assemblee le fanno i sindacati, possibile che non possiamo trovare una esperienza lessicale migliore per dire il mistero di trovarsi, almeno una volta la settimana nella Gerusalemme celeste?
Quando voi avete un po' più chiaro questo nessuno oserà più usare la parola assemblea, con tutto il rispetto anche delle buone intenzioni con cui magari giustamente, in nome di un maggiore coinvolgimento, benedetto dal Signore, del popolo di Dio, si è scelto parole di questo tipo.
Però sono parole che dopo un po' di decenni possiamo tranquillamente dire insufficienti radicalmente ad esprimere il mistero che il Signore ci dona, in una esperienza rivelativa che relativizza il tempo, tra l'altro in quella prospettiva che io mi sento di correggere in questo piccolo termine, del resto però dobbiamo anche ricordarci che trasmettere la fede, comunicare la fede, come di fatto ogni esperienza di Cristo in Cristo, non può prescindere dall'esperienza della croce.
Con questo non voglio dirvi che i nostri bambini devono vivere la noiosità, dal loro punto di vista, della lezione di catechismo come una esperienza di croce, però credo si debba essere anche noi molto limpidi con noi stessi e davanti al Signore nel dover fare i conti con una sostanziale durezza di cuore, propria di ogni vivente, in generale per la sua presunzione di non aver bisogno di imparare da alcuno, per cui i bambini sono distratti a scuola, in casa e naturalmente anche a catechismo e d'altra parte fa parte della nostra missione educativa anche educarli a riscoprire, o a scoprire, la necessità della disciplina dell'ascolto, che non è scontata, come non a caso ancora una volta San Benedetto ci insegna nella Regola, niente è più difficile per l'uomo che mettersi ad ascoltare.
Ma questo con onestà glielo dobbiamo dire ai bambini, per voi è importante, per noi, per tutti dedicare tempo a parole che non sono le mie parole, tanto più se queste parole si incaricano di trasmetterci una esperienza di amore nello stesso tempo folle e fecondo quale è l'amore della croce, il che comporta anche la necessità, e qui davvero è un mistero nel mistero, di riuscire a tenere insieme quando si parla del Vangelo di Cristo, difficoltà di dire come stanno le cose a dei bambini di otto anni a fronte di questi misteri, credo che sia impossibile e forse grazie a Dio, riuscire a nello stesso tempo a interessare e trasmettere integralmente l'intensità di quel mistero.
Certamente io credo che anche qui entri in gioco un aspetto importantissimo del Vangelo di Cristo che non a caso è così direi drammaticamente inattuale, perché vedete, l'esperienza della liturgia e del Vangelo è ormai, e la Chiesa di questo credo debba essere umilmente, ma anche orgogliosamente consapevole, uno dei pochi spazi di pensiero e di gesti in cui non si ha paura ad evocare il mistero della morte.
Io sempre da più genitori mi sento dire che i loro bambini hanno paura della morte. Non ne parlano ma ne hanno paura. Ecco io credo che la catechesi che noi dobbiamo fare ai nostri bambini perché tocchi i loro cuori, sia una esperienza nell'ambito della fraternità e sottolineo questa parola, della fraternità, della comunità parrocchiale, una esperienza in cui la paternità e la maternità di un catechista, perché anche loro se vogliono essere veri catechisti non possono prescindere da una esperienza di paternità e di maternità, in cui non si ha paura di evocare anche i misteri più scomodi e difficili della nostra esistenza, ma nello stesso tempo di essere testimoni di quanto la buona notizia del Vangelo possa trasfigurare questo limite dell'uomo e restituirlo come esperienza di senso e di speranza, senza paura.
Non dobbiamo aspettare l'ennesima sciagura nazionale per dover fare i conti con la morte.
Questo ve lo dico in tono molto caloroso, ma perché credo davvero sia un potenziale enorme, forse la maggiore difficoltà non credo sia nemmeno nei bambini, perché quando loro sentono davvero che a parlare è un cuore che sa donare tempo, autorevolezza, pazienza e amore alla loro più o meno attenta sete di crescita, io credo che i bambini, mi sembra di verificare nella mia, devo dire, piccola esperienza, in questo senso,una certa attenzione.
Forse l'aspetto più difficile oggi è parlare agli adolescenti dove, in modo molto più forte, spesso drammatico, sono in gioco queste forze e dove più istintiva è la voglia di farcela da soli e di percorrere, in modo magari anche legittimo, percorsi originali significativi e che non vogliono fare i conti con nessuna indicazione che mi viene dall'esterno.
Lì occorre molta pazienza, molta capacità di attesa e credo che una buona comunità parrocchiale debba saper decifrare anche quei momenti importanti in cui è possibile un ritorno di ragazzi mai visti prima e saper disporre per questo porte e cuori attenti che, con pazienza e coraggio, si rendano disponibili per tratti di cammino nuovo, che riallacciano antiche relazioni, antichi rapporti.
A proposito ancora della simultaneità: dialogando soprattutto con gli adolescenti si ha proprio la chiara percezione che le cose di un tempo non interessino più e le cose di domani sono talmente evanescenti, per non dire temibili, che è più rassicurante restare in questa immediatezza che un “mi piace” o un altro segno di riscontro che i social ci permettono di ottenere in tempo reale danno, dal cuoricino a qualsiasi altra icona la cui moltiplicazione a dismisura così come, pensateci, la moltiplicazione a dismisura dell'uso della parola evento, ormai è evento anche quando si rinnova la bottega del macellaio in fondo alla strada, con tutto il rispetto del macellaio, ci segnala che il nostro rapporto col tempo e con la qualità del tempo e dell'unico vero evento di salvezza si è estremamente affievolita, quando appunto si moltiplicano le cose vuol dire proprio che c'è inflazione.
Credo che il mio discorso, pur rozzo, possa essere quanto meno una via interpretativa feconda, domandarci il perché i nostri giovani, questi sono anche dati sociologici, segnalati da statistiche autorevoli, abbiano perso il senso della speranza e la percezione che sia utile ricordare le cose. Questi sono dati abbastanza di fatto, certo non accade questo fra di voi, perché altrimenti sareste al mare e non qui, però dobbiamo anche interrogarci del perché ormai vediamo sui treni, in autobus, i nostri ragazzi, tutti, io devo dire drammaticamente tutti, ruzzolare col pollice queste paginate di facebook etc, lo facciamo un po' tutti però mi son capitati viaggi lunghi in treno e ragazzi che non alzano mai lo sguardo da questi apparecchi, magari attraversando zone bellissime del nostro paese. Ringrazio anche chi ha sottolineato quell'aspetto che per me è decisivo, la malattia dell'attivismo comporta, oltre ad avere pochi spazi di otium e di contemplazione, anche la pretesa assurda che come siamo bravi a lavorare, a fare quella e quell'altra cosa, possiamo farcela da soli a salvarci, per questo il sacrosanto passivo, essere salvati, è il modo più necessario per vivere quello che le campane ci stanno segnalando adesso.

Trascrizione a cura di Grazia Collini
La fotografia è di Mariangela Montanari