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lunedì 5 settembre 2016

Adalberto Mainardi Eleni Karaindrou


Musica, ostinata promessa di rigenerazione
Osservatore Romano inserto DONNE CHIESA MONDO settembre 2016


Il mito di Ulisse è un mito della solitudine. L’inesaudibile desiderio del ritorno diviene, nel XX secolo, la narrazione dello sradicamento di interi popoli, dell’indefinito errare in cerca del sentiero di casa.

«Quanti confini si devono attraversare, prima di ritornare a casa?» si chiedeva all’inizio degli anni novanta il regista greco Theo Anghelopoulos (1935-2012), a proposito del suo film Il passo sospeso della cicogna (1991). L’anno della dissoluzione dei confini — il crollo del comunismo, l’esplosione dei Balcani, il tragico inizio di un movimento di popoli ancora in atto che ridefinisce le nostre idee di tradizione, di nazione, di casa — è l’inizio di un’odissea di cui ancora non scorgiamo l’approdo. Il filo che con alterna riuscita il regista greco ha cercato di dipanare — dal Volo (1986) allo Sguardo di Ulisse (1995) e L’eternità e un giorno (1998), fino a La sorgente del fiume (2004) e La polvere del tempo (2009) — ha trovato una voce non episodica nelle colonne sonore di Eleni Karaindrou.

Di questa musicista appartata, nata in un paesino della Focide nel 1941, che ha saputo toccare con levità e poesia corde profonde del dramma del tempo che viviamo, vorremmo dire qualcosa — un invito all’ascolto e insieme alla riflessione. Se la musica da film è considerata un genere leggero, che deve evitare i problemi costruttivi, esecutivi e formali della musica colta, la scrittura della Karaindrou trascende le convenzioni del genere: il cinema e il teatro sono in realtà lo sbocco naturale di un percorso che ha sempre cercato di stabilire un clima emotivo con l’ascoltatore.

Il sodalizio con Anghelopoulos non fu solo una felice collaborazione (la Karaindrou ha lavorato anche con Christofis, Xanthopoulos, Marker, Dassin, Margarethe von Trotta), ma un’affinità elettiva. Esuli entrambi dalla Grecia dei colonnelli (1967-1974), i due si sarebbero conosciuti solo nel 1982 al Thessaloniki International Film Festival. «Uno dei miei lavori [Rosa, del 1982] gli aveva “parlato”», racconta la compositrice: «Theodoros non è un professionista, è un poeta».

L’incontro con Anghelopoulos era stato preceduto, nel 1976, da quello con Manfred Eicher, il fondatore e direttore artistico di ecm (Edition of Contemporary Music), la casa discografica che fa conoscere e ospita, tra gli altri, musicisti quali Arvo Pärt, Giya Kancheli, Keith Jarrett. Attraverso, la tavolozza sonora della Karaindrou si arricchisce di colori inimmaginati prima: il sassofono di Jan Garbarek, «il suono ardente e sensuale della viola di Kim» (Kaskashian).

Eleni Karaindrou si interessa a tutto ciò che nella musica contemporanea è ricerca in profondità, ma non è attratta dallo sperimentalismo fine a se stesso. La domanda cruciale è se l’artista, il musicista, possa essere sradicato dall’umano soffrire. La musica di Eleni si lascia bruciare dalla materia stessa cui cerca di dare voce: il muto destino degli esiliati, dei clandestini, degli incamminati nell’esodo dalla vita; la disperata solitudine di Medea abbandonata che decide di uccidere i suoi stessi figli.

La sua arte ci dona emozioni profonde, esplorando zone irredente della nostra anima: ma come nella tragedia greca, la cantabilità struggente dei temi accompagna l’azione drammatica alla sua catarsi. Malinconica è la sua musa, non è difficile piangere abbandonandosi al suo abbraccio, ma è un pianto che conduce a una strana felicità: lacrime come lavacro, catarsi, rigenerazione. «Prima di iniziare a scrivere sento dentro di me qualcosa come il travaglio del parto». È una musica che agisce maieuticamente sull’ascoltatore, come nei cori femminili delle musiche di scena per Medea, culmine della devastazione tragica e al tempo stesso ostinata promessa di rigenerazione:

Indietro alle sorgenti risalgono i sacri fiumi.

La giustizia e il mondo intero rinascono

di nuovo

Onore alle donne: sorge la loro era,

Le loro vite sono coronate di gloria

La musica di Eleni Karaindrou aiuta ancora a sognare, come cantano i versi della lirica di Christofis Rosa [Luxemburg]:

Il mio nome è Rosa

e io sono la canzone dell’anima

sulla cima dei tetti

di là dal vento.

Cercai di cambiare il mondo

e mi trasformai in un canto

per salvare il sogno.

La vena onirica non abbandona la musicista greca nemmeno nelle sue opere drammaturgicamente più complesse: le musiche di scena per le Troiane di Euripide, un «grido contro la guerra»; The Weeping Meadow («Il prato che piange», diventato Le sorgenti del fiume nella distribuzione italiana); l’Elegia dello sradicamento: «Il prato piange, ha sempre pianto, non importa quanto la gente continui a implorare. Ci sarà sempre un lamento per Astianatte, per una Ecuba». L’impiego degli strumenti folklorici greci — la lira costantinopolitana, il kanonaki, l’arpa, il ney, il santouri, il liuto, il daouli, «suoni dell’Oriente, greci ma anche globali» — avviene in modo non tradizionale, secondo un’intenzione straniante: «Ero certa che soltanto questi suoni potevano dipingere il paesaggio delle donne troiane (...) che dettero una lezione di moralità e interiore grandezza ai conquistatori greci». Sono i suoni e i colori di una geografia interiore che canta lo sradicamento contemporaneo. Eleni Karaindrou sa che nessuna Itaca attende più Ulisse, ma la musica può indefinitamente cantarne la nostalgia, rendendola presente nel desiderio, nel coraggio di continuare a sperare. All’aforisma di Garbarek, «si potrebbe dire che vivo in un vicinato spirituale, sparso geograficamente intorno al mondo», rispondono i versi di Georgios Seferis, che Eleni ama ripetere per sé: «Ovunque io viaggi / la Grecia continua a ferirmi».