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martedì 2 agosto 2016

Il perdono che converte – Festa del Perdono di Assisi



Liturgia di luce, celebrazione di speranza quella che stiamo vivendo. Possibilità di passare dalla maledizione alla benedizione resa manifesta ed operante dal fatto che Dio ti sta di fronte come Padre e tu stai dinanzi a lui come figlio amato di una predilezione eterna.


Siamo qui e siamo altrove. Fisicamente dove ognuno si trova a vivere ma col cuore alla Porziuncola in Assisi, ottocento anni dopo, per assaporare la stessa esperienza di Francesco quella notte del 1216 quando, dopo una esperienza di forte tentazione, si sentì trasportare dagli angeli nella piccola chiesa di S. Maria degli Angeli dove chiese ed ottenne il perdono per tutti coloro che sarebbero passati da quel luogo di grazia.

È Francesco stesso a prenderci per mano e a introdurci nella sua esperienza di Dio.

Il luogo in cui siamo è la nostra Porziuncola. A noi come un giorno a Maria di Nazaret l’angelo vuol ripetere: ti saluto, o pieno di grazia. Nel nostro cuore e nella nostra vita risuona la buona novella che a coloro che posseggono lo Spirito di Dio la maledizione come schiavitù, come situazione che impedisce la crescita del nostro rapporto con Dio, è stata definitivamente debellata.

Mentre celebriamo la festa del perdono sentiamo che su di noi scende il favore di Dio!

Ne veniamo da una lunga tradizione cristiana in cui siamo stati sufficientemente edotti su ciò che dobbiamo fare per poter finalmente “meritare” uno sguardo di benevolenza da parte di Dio. Una lunga tradizione ha non poco strutturato in noi la figura degli asserviti e dei risentiti. Molto poco, invece, ci è stato narrato di ciò che prova Dio, di ciò che passa nel cuore di Dio. Francesco, quella notte lo intuisce facendone esperienza che prontamente vuol condividere. Non a caso annuncerà il perdono dicendo: voglio portarvi tutti in paradiso! Tutti vuol mettere a parte di una possibilità: l’essere riconosciuti per il bene ancora possibile, non già per il male che pure puoi aver compiuto.

Tutta la vicenda di Gesù è la narrazione di ciò che Dio fa (cerca, gioisce, attende, invita) prima ancora di quello che l’uomo è chiamato a compiere. È la simpatia di Dio nei confronti del peccatore che potrà muovere questi a conversione. È l’amore accordato in anticipo che fa riprendere la strada verso casa. È la certezza del perdono a suscitare il pentimento: ci si converte perché amati, non il contrario.

Ecco perché abbiamo bisogno di riprendere contatto con la domanda teologica (come si comporta Dio?) prima ancora che con quella morale (che cosa l’uomo è chiamato a fare?). E finché questo non accadrà potremo anche, come chiesa, offrire categorie morali che la nostra società fatica a ritrovare ma non avremo mostrato la novità dell’esperienza cristiana.

Ma allora come si comporta il nostro Dio?

Con grande attenzione per ogni suo figlio. Il segno più evidente è il rispetto delle sue scelte. Il vero amore non impone, accetta persino che l’altro possa dire “voglio”, anche quando ciò che è voluto non è condiviso.

La scelta del figlio non attenua il suo amore, non diventa mai motivo perché quel figlio venga messo fuori dal suo cuore di padre. La scelta del figlio non aprirà mai uno spazio di intervallo nella sua identità di padre.

Un Padre che va sempre incontro per accorciare le distanze e ridurre i tempi, mai si metterà contro; ama e ricerca il dialogo e la comunione; gioisce per quello che può condividere non per le prestazioni che gli sono offerte. La sua gioia è piena quando nessuno è escluso dalla festa.

Un Padre più attento al presente e al futuro che non al passato, come invece fa il figlio maggiore della parabola di Lc 15. Non ha bisogno di rimproverare o di punire dal momento che la punizione più grande se l’è data il figlio stesso pensando di non poter essere più figlio.

Questo Padre non è certo un modello di giustizia o di diritto e non vuole esserlo. L’atteggiamento del Padre consegna un modo diverso di stare nella vita perché la giustizia non basta ad essere uomini. La giustizia è un atto di equilibrio, ma l’amore, il dono, il perdono, niente di tutto questo è equilibrato. Se l’amore non è eccessivo non è amore. Anzi, la giustizia e il diritto, da soli, sono il massimo dell’ingiustizia (summum ius summa iniuria). Dio, in un certo senso è ingiusto: fortunatamente!

Se così è il volto del nostro Dio come ce lo ha rivelato Gesù di Nazaret, quale volto di chiesa vogliamo contribuire a costruire?