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venerdì 19 agosto 2016

Alberto Maggi La polemica sul burkini e quei divieti della Bibbia…


Né Mosè, né Gesù hanno dato mai indicazioni su un abbigliamento particolare che i loro seguaci avrebbero dovuto portare, e nei loro scritti o insegnamenti non si trova alcun cenno neanche per il velo che le donne sposate sono obbligate a tenere sul capo. In assenza di indicazioni dei loro maestri, sono stati i discepoli a creare leggi riguardanti l’abbigliamento religioso dei credenti: i rabbini per la legislazione mosaica, e per i cristiani ci ha pensato Paolo, che pur avendo accolto il messaggio di Gesù Cristo è rimasto profondamente fariseo nel modo di pensare (Fil 3,5).
Le donne sposate devono portare il capo velato, e il marito può ripudiarla in caso di trasgressione (Ket. M 7,6). “Mai le travi della mia casa videro le trecce dei miei capelli”, afferma orgogliosa la madre di sette figli, tutti sommi sacerdoti, attribuendo tale onore alla sua virtù (Yom. B. 47a). La chioma al vento ha un alto richiamo erotico e sono solo le prostitute che per pubblicizzare la loro mercanzia, portano i capelli sciolti. Nella Bibbia viene raccontata la storia della bellissima Giuditta che per sedurre Oloferne, il temibile capo dell’esercito invasore, “spartì i capelli del capo” (Gdt 10,3), e Oloferne perse la testa, letteralmente (Gdt 13,8), e nel vangelo di Luca si narra lo scandalo della prostituta che asciugava con i capelli i piedi di Gesù (Lc 7,38). Nel Talmud, nel Trattato delle Benedizioni (Berakhot) si arriva ad affermare “i capelli di una donna sono considerati come pudenda, secondo quanto fu detto: I tuoi capelli sono come un gregge di pecore” (Ber. 24a).
Per le donne cristiane le norme di comportamento vennero dettate da Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, e l’obbligo per le donne di andare velate, almeno nei luoghi di culto rimase in vigore fino alla riforma liturgica del concilio Vaticano II. Nel capitolo undici di questa lettera, Paolo, con argomentazioni tipiche delle elucubrazioni rabbiniche, si arrampica sugli specchi per dimostrare la superiorità degli uomini sulle donne, delle quali il velo è segno di accettazione e di sottomissione, e mentre esclude per gli uomini il capo coperto durante la preghiera, lo impone alle donne: “Ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata” (1 Cor 11,4). Con affermazioni gratuite e infondate Paolo afferma sicuro che “l’uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio: la donna invece è gloria dell’uomo” (1 Cor 11,7), contraddicendo la stessa Scrittura dove si afferma che “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). Comprendendo la debolezza delle sue argomentazioni, Paolo si rivolge direttamente ai destinatari della lettera chiedendo a loro stessi di giudicare se sia o no conveniente che una donna preghi col capo scoperto, e tira in ballo l’argomento che da sempre è la forza di chi non ha argomenti convincenti, la natura: “Non è forse la natura stessa a insegnare che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La lunga capigliatura le è stata data a modo di velo” (1 Cor 11,13-15). Paolo stesso capisce che le sue contraddittorie parole non saranno accolte, e finisce polemico affermando in maniera autoritaria, che se qualcuno ha il gusto della contestazione “noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio” (1 Cor 11,16).
Ma c’è un passaggio nell’argomentazione traballante di Paolo che, non sapendo più chi tirare in ballo a suffragio delle sue affermazioni, scrive che “la donna deve avere sul capo un segno di autorità a motivo degli angeli” (1 Cor 11,10). Per comprendere l’affermazione di Paolo occorre rifarsi alla cultura del tempo, secondo gli echi mitologici del libro della Genesi dove si narra dell’origine dei giganti, nati dall’unione dei “figli di Dio” (angeli) e le “figlie degli uomini” (Gen 6,1-4), e anche nel Nuovo Testamento si trova l’eco di tali credenze (Gd 5-6; 2 Pt 2,4). Nel Libro dei Vigilanti (apocrifo giudaico del II sec. a.C), si legge che questi angeli quando videro le donne persero la testa e se ne innamorarono, e dissero fra loro: “Venite, scegliamoci delle donne fra i figli degli uomini e generiamoci dei figli… esse rimasero incinte e generarono giganti” (Enoch, LV, VI,1.2). Anche i primi autori cristiani credevano in queste leggende e nelle Apologie di Giustino (II sec) si legge che “gli angeli trasgredirono l’ordine divino e scesero ad accoppiamenti con donne, da cui ebbero figli” (II Apologia, 5). Nella misoginia patologica degli autori cristiani sono sempre state le donne la causa di ogni male e anche Agostino sospira che “ancora una volta troviamo la donna all’origine di questo male”, e affermasicuro che questi angeli “presero ad amare quelle donne che erano di cattivi costumi” (Città di Dio, XV,22), sostenuto in questo anche da Tertulliano, che vede nella prescrizione di imporre alle donne il velo in testa una precauzione contro le voglie degli angeli concupiscenti (De virginibus velandi, 7,37). Si comprende allora l’avvertimento di Paolo alle donne: attente, che se non portate il velo gli angeli vi scambiano per delle poco di buono e si accoppiano con voi. Come spesso capita alla base di venerate tradizioni immutabili e consolidate c’è il nulla.