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giovedì 7 luglio 2016

Essere con Gesù Cristo, questo è il discepolato


Le scelte dei credenti: 
Alberto Corsani, direttore di Riforma, a colloquio con il prof. Fulvio Ferrario

Il dibattito sui temi dell’etica e della bioetica è nel nostro Paese confuso e al tempo stesso ingessato in schieramenti prevedibili. Da un lato la tendenza cattolica a un’etica «prescrittiva»; dall’altro la rivendicazione laica, che tende a individuare nel consenso sociale la fonte dei criteri morali. Ma se ci chiediamo da dove un cittadino, credente e protestante, possa far derivare le sue convinzioni personali, dobbiamo risalire alla maniera in cui ognuno e ognuna di noi recepiscono il messaggio biblico. Ne parliamo con il pastore Fulvio Ferrario, docente di Teologia sistematica alla Facoltà valdese di Teologia.


Tre atteggiamenti paiono consolidati nella «comprensione evangelica dell’esistenza cristiana»: il cattolicesimo, con il suo riferimento alla legge naturale; il biblicismo fondamentalista/evangelical; l’«assolutizzazione tardo-moderna del soggetto», che postula la libertà come autonomia e autodeterminazione. Quale alternativa può proporre il protestantesimo storico?

«Dal punto di vista della teologia evangelica, i tre orientamenti menzionati sono portatori di decisivi elementi di verità, che però non vanno isolati.

L’istanza cattolica della “natura” indica una precedenza della realtà vorrei dire “esterna” rispetto a ogni interpretazione. Tale prospettiva, intesa nella sua esigenza migliore, intende evitare che la realtà come tale sia risucchiata dalla percezione che ne ha il soggetto. Ciò sarebbe pericoloso. La catastrofe di tale posizione, almeno nelle forme in cui spesso si presenta nel dibattito corrente, è invece la separazione tra natura e cultura, l’idea che il “biologico” sia, come tale, ciò che Dio vuole; in tal modo viene proposta un’ideologia stranamente naturalista, spacciandola per la natura stessa.

Il cosiddetto biblicismo ci ricorda ciò che conta in definitiva: che cioè la verità sul mondo e sull’essere umano è nel Cristo testimoniato dalla Scrittura. A volte le chiese se ne dimenticano. Tutte prese dal tentativo (peraltro spesso velleitario) di “parlare il linguaggio delle donne e degli uomini di oggi”, esse mettono tra parentesi ciò che ci può dire solo il Cristo biblico: che cioè Dio perdona il peccato e chiama all’obbedienza. Solo che questi fratelli sembrano a volte credere che la testimonianza biblica coincida con la lettera del testo così come essi la leggono. Vorrebbero evitare le astruserie interpretative, ma in realtà propongono una loro lettura, altamente complessa, che però vuole sottrarsi alla discussione, identificandosi direttamente con la voce del Dio trino.

Il laicismo è lì a ricordarci che la fede cristiana non è l’unico atteggiamento esistenziale possibile: anzi, nell’Europa di oggi è minoritaria. Ciò significa che la testimonianza non può che assumere la forma del dialogo. La rivelazione di Dio, del resto, è nel Cristo vivente, non in una serie di affermazioni di dottrina. E il Cristo può essere testimoniato solo nella forma nonviolenta dell’ascolto, della condivisione, del dialogo. Chi conosce bene la Bibbia sa parlare anche un linguaggio non biblico, se è necessario; dall’altra parte, un po’ di linguaggio biblico, ben utilizzato, fa bene anche ai “laici”».

Stando al Nuovo testamento noialtri uomini e donne possiamo essere «eterodiretti» (o dal peccato o dalla giustizia – Rom. 6). Ma allora quale spazio di autonomia ci rimane?

«Per essere sincero, non amo molto la parola “autonomia”. Non credo che l’essere umano possa essere «legge-a-se-stesso», che è il significato della parola. Il Nuovo Testamento ritiene che l’essere umano sia sempre e necessariamente all’interno di determinati campi di forza, che agiscono su di lui. Da un lato abbiamo le “potenze di questo mondo”, cioè le forze anonime, in un certo senso impersonali, ma sommamente reali, che vogliono decidere della vita e della morte: i “mercati”, ad esempio. Chi sono? Dove abitano? Comunque esistono. Paolo, nel suo linguaggio mitologico, parlava di “principati e potestà”. I vangeli sinottici parlano di “possessione demoniaca”. La cosiddetta “autonomia” è schiavitù nei confronti di potenze che si nascondono abbastanza bene da non essere riconosciute. Persone sagge, e non a caso ebree, come Marx e Freud ce l’hanno spiegato egregiamente. Quello che essi non vogliono sapere è quanto afferma la Bibbia: cioè che la parola di Dio libera da queste potenze. Non lo fa per magia o come un farmaco: la parola vuol essere ascoltata. Parlerei quindi, come fa il grande Paul Tillich, di “cristonomia”.

Però il discorso moderno dell’autonomia ha anch’esso una decisiva componente di verità: ed è che il Cristo che libera non è un’ideologia né un dogma (anche se il dogma è importante: ma ne parleremo un’altra volta!), che ti arriva in testa come una randellata, ma colui che ti interroga e ti sfida, che regna su di te discutendo con te. Egli regna per grazia soltanto, ma vuole farlo con te. Non so se sia una buona idea, ma è quella di Dio»

Lutero nella Libertà del cristiano, afferma che «il cristiano è signore di tutte le cose (...)», ma al tempo stesso è «servo zelantissimo in tutte le cose, sottoposto a tutti» Forse la seconda frase investe il campo etico mentre la prima disegna una condizione esistenziale?

«La libertà cristiana è la relazione con Gesù, che ti affranca da ogni forma di legalismo, compreso quello cristiano e protestante. La schiavitù “nei confronti della giustizia”, come dice Paolo, è esattamente la stessa cosa: il vincolo con Cristo che ti toglie dalla testa e soprattutto dal cuore l’idea balorda in base alla quale tu avresti in mano il tuo destino. O l’ha in mano Cristo, oppure qualcun altro, non bene intenzionato».

Nel nostro agire quotidiano siamo chiamati al discepolato, determinato non dal soggetto umano ma dalla grazia di Dio: in che cosa consiste?

«Vorrei a questo proposito raccontare ancora una volta la mia emozione di fronte alla tomba di Johannes Rau (ex-presidente della Repubblica federale tedesca e predicatore laico della Chiesa della Renania) che ho scoperto a Berlino, vicino a un celebre monumento alla famiglia Bonhoeffer. Sulla lapide è scritto: “Anche costui era con Gesù di Nazareth”. In principio nemmeno ci ho fatto caso. Poi ho capito trattarsi di Mt. 26, 71. La donna che accusa Pietro, il quale nega e spergiura. Ma la donna dice la verità; lo vuole accusare, ma in realtà annuncia l’evangelo di Dio su Pietro. Lui (nella sua “autonomia”!) è il traditore e lo spergiuro. Ma questa realtà, per quanto tragica, è assorbita in una realtà più grande: che Pietro, lo voglia o no, che lo ammetta o no, “era con Gesù di Nazareth”, perché Gesù era con lui. Il discepolato, alla fine, è tutto in questa parola. Devo dire che, intesa così, la “successione petrina”, il fatto cioè che la parola della donna valga anche per me, è al centro, anzi, il centro, della mia fede. E una foto della tomba di Rau, proprio sopra lo schermo del mio computer, me lo ricorda in ogni momento».