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giovedì 7 luglio 2016

B. Salvarani Elie Wiesel: tormento della memoria


Nel Talmud, libro chiave per l’identità ebraica, si narra che, quando il bambino che sta per nascere è ancora nel corpo materno, una luce gli splende sul capo e apprende tutta intera la Torà; mentre arriva il momento di uscire al mondo, però, sopraggiunge un angelo che gli posa le dita sulle labbra, perché dimentichi tutto e non possa parlarne, in futuro. La suggestiva parabola espone una nozione decisiva per Israele, sospeso costantemente fra l’urgenza della memoria e la necessità dell’oblio.

Parafrasando la litania dei tempi di Qohelet, si può dire che, ebraicamente, c’è un tempo per fare memoria, e un tempo per astenersi dal ricordare. Un tempo per fare memoria, perché quanto è accaduto non abbia mai più ad accadere, e un tempo per astenersi dal ricordare, per non vedersi inchiodati a un passato che va superato, messo in discussione. Per non farne un idolo, come ogni idolo illusorio e inutile. Esiste, in effetti, un ricorso retorico all’appello alla memoria, piuttosto diffuso, soprattutto in relazione alla memoria della Shoà: un riferimento talvolta puramente celebrativo, ornamentale, privo di mordente e scadente persino nei linguaggi adottati. E c’è, d’altra parte, il rischio di diffondere la convinzione della necessità di una pacificazione sociale ottenuta al prezzo dell’afasia o della smemoratezza, giungendo al punto di occultare le fonti storiche o di riabilitare i colpevoli, trovando una colpa nelle vittime…

È un caso serio, dunque, l’educazione alla memoria, l’apprendimento progressivo di questo esile filo interiore che ci tiene faticosamente legati al nostro passato: individuale, familiare, della società civile cui apparteniamo e della comunità di fede cui, nel caso, ci riferiamo. Non è facile vivere in maniera feconda la relazione col proprio passato, e si corrono sempre i due pericoli citati: sospesi fra il rischio di rimanerne prigionieri, incapaci di superarne gli errori, e la tentazione di spezzare ogni vincolo con esso, quasi fossimo i primi abitatori di questo pianeta. Come suggeriva rabbi Israel Spira, un maestro chassidico moderno: «Ci sono avvenimenti di tale straordinaria grandezza che non li si dovrebbe ricordare in ogni momento, ma non li si dovrebbe nemmeno dimenticare. La Shoà è uno di questi».

Questo è il contesto nel quale si è collocata, non per sua scelta ma per dovere etico, la lunga esistenza di Eliezer (per tutti, Elie) Wiesel, conclusasi sabato scorso nella sua abitazione di New York, 2 luglio, poche settimane prima di raggiungere il traguardo degli ottantotto anni. Era nato in un lembo di Romania – che all’epoca era parte dell’Ungheria – Sighet, sui Carpazi, nel 1928, da una famiglia ebraica (padre, madre e tre sorelle), che nel 1944 sarebbe stata interamente deportata nei lager di Auschwitz-Birkenau. Solo due sorelle, oltre al sedicenne Elie, nel frattempo portato a Buchenwald, si salveranno, mentre il padre morirà appena qualche settimana prima dell’apertura dei cancelli da parte dell’esercito sovietico.

Quanto visse e soffrì in quei mesi rappresentò il fardello che Wiesel si sarebbe dovuto portare appresso tutta la vita: tutto l’orrore del mondo, tutta la malvagità che può celarsi in un animo umano. Così si dedicò a raccontare l’orrore della Shoà, nella profonda convinzione che narrare di quanto accadde, e appare incredibile, potrebbe far sì che non accada più; che l’uomo si ricordi, in un attimo di lucidità, di essere tale.

Nasce qui la parabola mondiale di Elie Wiesel, il testimone per antonomasia (premio Nobel 1986 per la pace e strenuo difensore delle vittime, dall’America Latina al Rwanda, dalla ex Yugoslavia alla Cambogia), quella che meglio testimonia la crisi di senso provocata da Auschwitz. Fino alla stesura di un capolavoro letterario, La notte (uscito nel 1958): «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata… Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai». E sarà così. In realtà, al silenzio di Dio di fronte al male trionfante, Wiesel intende in un primo momento reagire con il suo personale, ostinato silenzio, temendo – come capiterà a Primo Levi e a tanti altri testimoni – di non essere creduto. E sarà solo dopo un drammatico colloquio con un caro amico, lo scrittore cattolico François Mauriac che, di getto, adotterà un capovolgimento radicale di strategia.

A Mauriac, che egli sta intervistando e che gli dice di Gesù di Nazaret con linguaggio affascinante, Elie, non riuscendo più a trattenersi, grida in faccia: «Lei parla di Cristo, maestro. Ai cristiani piace parlarne. Passione di Cristo, agonia di Cristo, morte di Cristo. Nella vostra religione si tratta solo di questo. Ebbene, sappia che dieci anni fa, non molto lontano da qui, conobbi bambini ebrei che avevano sofferto, ciascuno, mille volte di più, sei milioni di volte di più del Cristo sulla croce. E non ne parliamo. Può capire tutto questo, maestro? Noi non ne parliamo!». Da quel momento, Wiesel deciderà che tutti i suoi sforzi sarebbero stati spesi con l’unico, incessante scopo di tener viva la fiaccola del ricordo, dedicando il suo impegno umano e intellettuale a incidere parole di fuoco su una pietra tombale: una memoria straziante, che tortura, che odora di morte ma profuma anche di speranza, secondo uno di quei paradossi ai quali ci ha abituato spesso la tradizione ebraica.

Da qui, l’eterno sfondo malinconico del suo intensissimo sguardo, e i mille punti interrogativi raccolti nelle sue pagine (dalle straordinarie Celebrazione biblica e Celebrazione chassidica al meraviglioso Processo di Shamgorod, in cui si suggerisce che solo Satana possa pretendere di spiegare lo sterminio nel processo che i sopravvissuti intentano contro Dio, imputandogli la colpa di avere abbandonato il proprio popolo), quasi per segnalare nella scrittura lo stupore di essere ancora vivo… ancora vivo, nonostante tutto. (fonte)