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domenica 5 giugno 2016

Lisa Cremaschi Padri Chiesa: I Padri del deserto


“Sii come un portinaio alla porta del tuo cuore”
Vivere da cristiani per i padri del deserto

“Visitare gli anziani è la regola degli antichi padri” (Nau 613), risponde un giorno un monaco a un discepolo che gli chiede se sia più utile interrogare i monaci più anziani ed esperti nella vita spirituale o restare a pregare in solitudine. I padri del deserto vivono sotto il primato della parola di Dio, in totale dipendenza dalla Parola, ma sanno anche che questa Parola si incarna, la vogliono leggere nella vita dei fratelli, vogliono sentirla annunciata da chi vive di questa Parola e cerca di realizzarla nella sua vicenda umana.
Si racconta che un giorno “alcuni fratelli fecero visita ad abba Antonio e gli dissero: `Dicci un parola: come potremo essere salvi?’ Disse loro l’anziano: `Avete ascoltato la Scrittura? É quello che fa per voi. Risposero: `Anche da te vogliamo sentire qualcosa, padre’ (Antonio 19).
Questi discepoli vogliono sentire la Parola da Antonio, l’uomo di Dio che l’ha incarnata nella sua vita, cercano qualcuno che li guidi per imparare l’arte della lotta e sono consapevoli che non basta leggere le Scritture da soli, pregare da soli; bisogna “entrare nella Chiesa”, nella comunione dei santi del cielo e della terra e, resi saldi dalla loro fede e dalla loro intercessione, diventare a loro volta padri, generare altri alla vita spirituale, continuando la catena ininterrotta della tradizione. Chi è Dio? É il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio dei profeti, il Dio di Gesù Cristo, il Dio dei martiri, dei padri del deserto, di Antonio, Basilio, Agostino, Girolamo, Francesco, Chiara ... fino a quei volti che abbiamo personalmente conosciuto, quelle persone che lungo il nostro cammino hanno svelato un poco il volto di Dio.
Prima di Pacomio, fondatore della vita monastica in comunità, non vi erano regole. I padri allora suggerivano: “Va’, attaccati a un uomo che tema Dio e, nello stargli vicino, imparerai anche tu a temere Dio” (Poimen 65). Accanto a un uomo di Dio, a un credente che si è lasciato rigenerare dalla Parola, il discepolo impara a temere Dio e impara l’arte della lotta contro tutto ciò che cerca di distrarlo dal servizio dell’unico Signore. L’abba, il padre del deserto, esercita una vera e propria paternità nel nome di Dio, destando il suo discepolo alla vita secondo lo Spirito; non è un direttore spirituale e neppure impartisce lezioni di carattere intellettuale, è piuttosto un padre che genera dei figli a Dio, che guida il discepolo fino alla soglia dell’incontro con Dio, prepara la strada come Giovanni il Precursore, pronto a diminuire e a tirarsi indietro non appena i suoi discepoli giungono a dire, come gli abitanti del villaggio della Samaria a cui la samaritana aveva annunciato di aver incontrato il Messia: “Non è più sulla tua parola che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (Gv 4,42). I detti dei padri del deserto sono nati in questo contesto di colloquio spirituale tra un abba e un suo discepolo. Queste parole, donate da un abba a un discepolo per aiutarlo in una situazione di difficoltà concreta furono tramandate oralmente da chi le aveva ricevute ad altri discepoli finché nel V secolo, quando il monachesimo egiziano cominciò a vivere una fase di progressiva decadenza, alcuni monaci capirono che questo tesoro di esperienza spirituale accumulatosi di generazione in generazione non doveva andar perduto e cominciarono a scrivere i detti e a redigere le grandi collezioni che sono poi giunte fino a noi.
Questo lavoro di raccolta e redazione dei Detti avvenne probabilmente in Palestina, dove convivevano gli uni accanto agli altri monaci di nazionalità e di tradizioni culturali ed ecclesiali diverse. Ma non va dimenticato che questi detti sono nati in un contesto preciso; costituivano il “dono” del padre a una domanda di un determinato discepolo e dunque erano sempre profondamente ancorate alla realtà, alla situazione concreta di colui che interrogava. Non c’è da stupirsi perciò se nelle collezioni troviamo detti in contraddizione l’uno con l’altro; il detto non è una regola ugualmente valida per tutti; se a un discepolo viene data una certa risposta, a un altro ne sarà data una diversa, proporzionata al suo cammino di fede.
Si è parlato di vita monastica, di monaci anche se in realtà questo termine non è molto usato nei Detti. In essi si parla piuttosto di “anziano”, non tanto in senso biologico, ma in senso spirituale. Il monachesimo non è altro che la vita cristiana vissuta nella solitudine del celibato e, a volte in comunità. Ma unica è la vocazione battesimale; quel che conta “non è essere vergine o maritata, monaco o secolare, perché Dio dona a tutti lo Spirito santo nella misura della disposizione di ciascuno” (Detti XX,21). E quando i padri del deserto sono tentati di sentirsi migliori degli altri cristiani, un angelo dal cielo viene a correggerli. Ad Antonio fu rivelato che non aveva ancora uguagliato la santità di un ciabattino di Alessandria (Nau 490); a un altro anziano monaco apparve un angelo e gli disse: “Non sei ancora diventato come l’ortolano che vive nel tal luogo” (Nau 67).
C’è un rimando continuo dalle comunità monastiche alle comunità cristiane nelle città e la chiesa è vitale là dove i diversi carismi sono compaginati fra loro.
Chi desiderava abbracciare la vita monastica si recava solitamente presso un anziano e viveva con lui un certo tempo finché, divenuto provato, capace di discernimento, lasciava il suo padre spirituale e si ritirava a vivere da solo o più spesso con un discepolo divenendo a sua volta padre spirituale. Le celle erano di vario tipo: a volte si trattava di grotte naturali, più spesso il monaco provvedeva a costruirsi una casetta dotata di diversi ambienti: l’oratorio, una cella per l’anziano e una per il discepolo, un deposito per le provviste e gli strumenti da lavoro, una cella per gli ospiti. La costruzione attorniata da un pezzo di terreno che poteva servire da orto, era circondata da un muro per proteggerla dagli animali del deserto e da beduini mal intenzionati. Si formarono ben presto dei centri: Nitria, le Celle, Scete. Il centro di Nitria era abbastanza vicino ad Alessandria e fu il più coinvolto nella vita ecclesiale. Il regime di vita in queste colonie monastiche che si popolarono nel volgere di pochi anni era molto semplice. Il monaco trascorreva la massima parte della giornata nella sua cella, intento al lavoro che consisteva spesso nella fabbricazione di stuoie e canestri con i giunchi raccolti lungo il Nilo. Ma vi erano anche contadini, copisti, fornai, ecc. I prodotti del lavoro erano venduti nei villaggi vicini. All’ora nona prendevano l’unico pasto della giornata. La preghiera ritmava lo scorrere del tempo; oltre agli uffici del mattino e della sera, il monaco cercava di ripetere un versetto della Scrittura durante il lavoro. L’eucarestia era celebrata comunitariamente il sabato e la domenica. Dopo l’eucarestia vi era una riunione fraterna, durante la quale un padre noto per la sua sapienza e la sua chiaroveggenza spirituale commentava un passo della Scrittura o diceva una parola di edificazione. Numerosi erano gli ospiti che giungevano dai villaggi vicini o da Alessandria a chiedere “una parola” a un anziano. A Nitria vi era una casa per gli ospiti e sappiamo che vi si potevano fermare anche un anno.
I detti dei padri del deserto sono ricchi di insegnamenti sulla vita spirituale. Qui accenniamo soltanto al tema della lotta spirituale.
Diceva Antonio: “Chi dimora nel deserto e cerca la pace è liberato da tre guerre: quella dell’udito, quella della lingua, quella degli occhi. Gliene resta una sola: quella del cuore” (Antonio 11). In che cosa consiste questa lotta del cuore? Il cuore è il luogo della preghiera. Il cuore, inteso in senso biblico, è il centro della vita della persona. Ma occorre imparare a conoscere il proprio cuore, a discernere le presenze che lo abitano. Dice Gesù: “Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo” (Mc 7,21-23). La lotta contro il peccato inizia nel cuore. Il peccato, dicono i padri, nasce sempre da un pensiero che sgorga dal nostro cuore. Occorre imparare a vigilare sui nostri pensieri, a lottare contro quelli malvagi, a seminare nel terreno del cuore la Parola di Dio prima che il Divisore vi getti il suo seme. I detti sono molto critici nei confronti di chi crede di aver tante cose da insegnare agli altri e non si preoccupa della propria conversione: “I padri di un tempo sono partiti per il deserto e sono stati guariti; sono diventati medici, si sono curvati su altri e li hanno guariti. Noi invece, nel momento stesso in cui usciamo dal mondo, prima di essere guariti, vogliamo curare gli altri e così abbiamo una ricaduta e lo stato finale è peggiore del primo e udiamo il Signore che dice: `Medico, dapprima, cura te stesso’ (Lc 4,23)” (Nau 603).
Questa lotta interiore contro il male per predisporre il cuore alla venuta del Signore viene chiamata dai padri práxis. La vita pratica è la lotta contro le passioni. “Passione” equivale a “pensiero”: con questo termine non si intende il ragionamento, ma un abbozzo di pensiero, un’immagine, un sentimento che si affaccia al nostro cuore. La necessità di raccogliere gli insegnamenti dei padri del deserto per tramandare la loro dottrina spirituale spinse Evagrio a comporre una lista di “pensieri” che divenne classica nell’oriente cristiano: “I pensieri più generali nei quali è compreso ogni pensiero sono in tutto otto. Primo è quello della gola e, dopo di lui, quello della fornicazione. Terzo, quello dell’avarizia; quarto, quello della tristezza; quinto, quello dell’ira; sesto, quello dell’accidia; settimo, quello della vanagloria; ottavo, quello della superbia” (Trattato pratico 6). Questo elenco è passato in occidente con alcune varianti ad opera di Gregorio Magno. Va notato che il primo pensiero, quello che origina tutti gli altri, è la gola, o meglio, la voracità, cioè il peccato di Adamo ed Eva in Gen 3; è voler inghiottire, far proprio, accaparrare qualcosa o qualcuno, piegare il mondo a sé, piegare la realtà ai propri desideri: “Tutto è mio”, “tutto e subito”: questa è la logica della voracità.
Occorre vegliare per discernere e sradicare questi pensieri sul nascere, prima che si tramutino in peccato: “Un fratello chiese ad abba Arsenio di dirgli una parola. L’anziano gli disse: `Lotta con tutte le tue forze perché il lavoro che fai dentro di te sia secondo Dio e così vincerai le passioni di fuori (cf. 2Cor 4,16)” (Arsenio 9).
Alcuni padri hanno tramandato e sistematizzato l’analisi del processo attraverso il quale si passa da un pensiero a un peccato. Marco l’eremita e Giovanni Climaco in particolare distinguono i vari momenti in cui i pensieri entrano nel cuore e ne prendono possesso. Con fine penetrazione psicologica descrivono ciò che accade nel cuore dell’uomo. All’inizio, dicono vi è una semplice “suggestione”, una sensazione, un sentimento cattivo che bussa alla porta del cuore. Se non abbiamo imparato a riconoscerlo subito e a chiudergli la porta in faccia, cominciamo a discutere con questo pensiero. É la seconda fase, il “dialogo” o “colloquio”, è ciò che Eva fa con il serpente. Ma già in questo colloquio, avvertono i padri, disperdiamo le nostre energie e lasciamo che il serpente stravolga il nostro sguardo sulla realtà, fino a convincerci che le cose stanno veramente così, che davvero l’altro è nemico, è malvagio ... A questo punto è facile il passaggio alla terza fase “il consenso”, il dire di sì al pensiero malvagio, l’acconsentire alla parola del serpente. Ormai l’atto, il gesto cattivo, “il peccato”, ha la strada pronta. Quando questo processo si ripete più volte senza che noi ci preoccupiamo di interromperlo, nasce “l’abitudine”, e allora il comportarsi in modo contrario al desiderio di Dio su di noi finisce per diventare come naturale, come una seconda natura che offusca la nostra natura vera: l’essere a immagine e somiglianza del Signore. Tutti i padri insistono nel dire che occorre lottare con i pensieri subito, non appena si presentano a noi. Dice Evagrio: “Sii come un portinaio alle porta del tuo cuore e ad ogni pensiero che si presenta chiedigli: `Sei dei nostri o sei degli avversari?’ (Gs 5,13)” (Lettera 11,3).
Come si conquista questa capacità di discernere fra i vari pensieri? I padri insistono sulla necessità di avere uno spazio di silenzio, un “deserto”, per imparare a conoscere il nostro cuore e ad ascoltare Dio che parla al cuore. Certo la solitudine non è facile. Ben lo sapeva un giovane monaco che, dopo aver vissuto alcuni mesi nel deserto, scoraggiato e spaventato poiché gli pareva di diventare sempre più cattivo, si recò da un anziano abba a chiedergli consiglio. L’abba l’ascoltò con amore e pazienza, quindi senza dire altro lo condusse accanto a una pozza d’acqua e gli ordinò di gettarvi un sasso. Quindi disse: “Specchiati!”. Lo specchio d’acqua era increspato, era impossibile specchiarsi e il giovane lo fece notare. “Aspetta un poco. Ora specchiati”, ordinò nuovamente l’anziano. Il giovane si specchiò e vide la sua immagine riflessa nell’acqua. “Vedi, gli disse l’abba, quando uno vive in mezzo ad affanni e a preoccupazioni vive fuori di sé e non si conosce; è come l’agitata, non ci si può specchiare. Ma quando si ritira in solitudine, allora vede se stesso in verità. Non sei diventato più malvagio vivendo nel deserto; sei ciò che eri prima, ma allora non te ne accorgevi. Va’, lavora e il Signore sia con te” (Nau 134).
Nella solitudine mi libero dai ruoli che devo quotidianamente recitare; non c’è nulla che distragga, non ci sono amici con i quali parlare, telefonate da ricevere, riunioni a cui assistere, libri per distrarre ... nient’altro che l’io: nudo, vulnerabile, debole. É questo nulla che io devo guardare in faccia nella mia solitudine, un nulla così terribile a vedersi, che tutto in me aspira a correre verso i miei amici, il mio lavoro, le mie distrazioni, per dimenticare la mia solitudine e non vedere chi sono in verità. Ma questa è alienazione, questo risponde all’illusione di salvarci da noi stessi. Tutta la tradizione monastica cita con frequenza il passo di Lm 3,2b: “É bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore”.
Giovanni Climaco, in una raccolta di consigli indirizzati a chi vuole vivere nella preghiera continua, dice che per dimorare nel vero silenzio occorre imparare a chiudere tre porte: “Chiudi la porta della cella al tuo corpo, la porta della lingua alle vane parole, la porta del cuore ai pensieri” (Scala del Paradiso 27,19). Occorre uno spazio di silenzio, occorre fare silenzio, ma poi il silenzio vero lo si raggiunge con la terza porta, quando chiudiamo la porta del cuore ai pensieri. Questo è il vero silenzio, o meglio la vera esichia, parola assai ricca che indica un atteggiamento di raccoglimento, di pace interiore. Il risultato della lotta contro i pensieri è la pace interiore, la pace profonda. Certamente il fatto che i pensieri malvagi “turbino o meno il cuore non dipende da noi, ma che si attardino o meno, che scatenino le passioni o meno, questo sì dipende da noi” (Evagrio, Trattato pratico 6).
Il cammino di conversione, di ritorno sotto le mani di Dio, quelle mani dalle quali Adamo e, in lui, tutti noi siamo sfuggiti, richiede una lotta perseverante, senza cedere allo scoraggiamento. Siamo in via, in cammino verso il regno, un cammino che conosce soste, cadute, deviazioni ... Tutti i padri insistono sull’importanza di ricominciare sempre, senza stancarsi mai, senza misurare il cammino percorso, senza far paragoni con gli altri: “Abba Poimen disse: `Il gettarsi dinanzi a Dio, il non misurare se stessi e il gettare dietro a sé la propria volontà, questi sono gli strumenti dell’anima” (Poimen 36).
Il fine della lotta spirituale è vivere nell’assiduità con Dio per poter amare i fratelli. Nei Detti emerge costantemente la preoccupazione di un accordo tra vita interiore e carità. E la carità ha la sua massima espressione nel perdono e nell’amore per quelli che ci hanno fatto del male. “Se ci ricordiamo dei mali che abbiamo patito da parte degli uomini, allontaniamo la facoltà di ricordarci di Dio, ma se ci ricordiamo dei mali che provengono dai demoni, diventiamo invulnerabili”, diceva Macario (36). E abba Poimen diceva: “La malvagità non distrugge mai la malvagità; ma, se qualcuno ti fa del male, fagli del bene, per distruggere la cattiveria con la bontà” (Poimen 177).

Per saperne di più: Detti editi e inediti dei padri del deserto, a cura di S. Chialà, L. Cremaschi, Qiqajon, Bose 2002

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