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sabato 11 giugno 2016

Enzo Bianchi Visitare i carcerati


Vita Pastorale, Giugno 2016
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

La sesta azione di misericordia corporale ha dei destinatari particolari rispetto alle altre: è indirizzata a uomini e donne per lo più colpevoli per i delitti commessi; e dove c’è delitto, dentro di noi emerge la parola “castigo”.
La sequenza “delitto e castigo”, titolo del celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij, dice molto dei nostri sentimenti e atteggiamenti, peraltro alimentati da un cristianesimo ben poco ispirato dal Vangelo. Per questo visitare i carcerati è l’azione di misericordia più disattesa. Di più, va anche detto che, se è vero che i delitti creano i carcerati, sovente i nostri pregiudizi creano forme di carcere, ghettizzano e rendono chi esce dal carcere come un lebbroso che preferiamo tenere lontano da noi, soprattutto da casa nostra.

Bisogna d’altra parte riconoscere che oggi non è così facile visitare i carcerati: occorrono permessi rilasciati dall’autorità giudiziaria, occorrono motivazioni documentate, e chi vuole realmente praticare questa azione si scontra poi con le lentezze burocratiche che scoraggiano il tentativo di ripetere la domanda fatta in vista di un esito positivo. Ma prima di questa barriera reale, è innegabile che visitare i carcerati è un’azione che richiede coraggio e determinazione: c’è chi non va mai una volta nella vita a trovare un carcerato perché non trova il tempo, ma per molti più che la mancanza di tempo è un sentimento di vergogna che impedisce questa azione. Chi mi vede oltrepassare i recinti del carcere cosa penserà?, ci si chiede. Che ho parenti in carcere di cui dovrei vergognarmi? Oppure che sono amico di gentaglia? E poi cosa dire? Cosa portare in dono? Insomma, è difficile visitare i carcerati e lo si fa solo per qualche parente veramente vicino e amato; altrimenti, soprattutto se i delitti del carcerato sono gravi, meglio dimenticarlo e lasciarlo marcire là dove, a causa delle sue scelte, è finito…

Non posso tentare di leggere questa azione senza pensare a me, al mio rapporto con il carcere, alla mia conoscenza di carcerati, alla mia esperienza di incontro e dialogo con quelli che “stanno al di là delle sbarre”. Sono cresciuto con alcuni ragazzi in un piccolo paese del Monferrato, dove noi ragazzi eravamo tutti più o meno buoni e cattivi. Tra di noi uno era particolarmente fantasioso, abitato da desideri di viaggi oltre l’oceano, che ci raccontava come se li avesse realmente vissuti. Era figlio del sacrista, appartenente a una famiglia numerosa, dunque povera. Ricordo con molta commozione sua madre, che lavorava dal mattino alla sera presso diverse famiglie, per sfamare alla sera i suoi setti figli, spesso solo con pane e latte.

Poi lasciai il paese per frequentare l’università e si interruppero i nostri rapporti, finché molti anni dopo questo mio compagno, ormai quarantenne, mi scrisse dal carcere di Alessandria, dove era finito per una rapina a mano armata in cui c’era stato un morto. Andai a trovarlo, lo rividi e lo abbracciai: era diventato irriconoscibile, privo di denti, senza più la capacità di narrare. La domanda che subito mi salì dal cuore fu: perché lui e non me? Sì, perché lui è finito nella vergogna e nella condanna, mentre io in una vita con una buona reputazione e un riconoscimento? Non mi ero mai sentito migliore di lui, e anche vedendolo in carcere non mi sentivo di dire che lui lo meritasse e io no! Ho riflettuto a lungo, ascoltandolo più volte, intrecciando ricordi con la sua condanna, e ne deducevo che, se vi era una differenza tra me e lui, stava nel fatto che io ho sempre potuto mettere fiducia in qualcuno e qualcuno ha sempre potuto metterla in me. Lui questa grazia non l’ha conosciuta, dunque non potevo giudicarlo, perché al suo posto forse sarei stato peggiore. Da allora ho avvertito il bisogno che il carcere non mi fosse estraneo e il dovere di non dimenticare i carcerati, umani come me, i quali hanno commesso errori e delitti che, se anche io non li ho fatti, non mi sono alieni.

I carcerati: uomini e donne nostri fratelli e sorelle, che hanno commesso errori, a volte grandi, a volte piccoli. Sovente proprio chi ha compiuto delitti di peso relativo è in carcere, mentre i grandi ladri, gli oppressori che schiacciano gli altri, i potenti che violentano i poveri e i deboli in modo disumano sono fuori.

I carcerati: uomini e donne che hanno perduto il bene più prezioso, la libertà, sono rinchiusi quasi sempre in celle inabitabili, dove entra poca luce, e spesso vivono in condizioni di sovraffollamento, con scarsa igiene, impossibilitati a usufruire di quella comunicazione e relazione che possono dare senso alla vita.

I carcerati: inondati dalla vergogna, fin dal momento dell’arresto, quando cercano di coprirsi il volto; con poche possibilità di essere visitati da qualcuno; gente che attende la fine della pena, a volte lontana!

I carcerati: alcuni di loro innocenti o condannati a una pena sproporzionata rispetto al delitto commesso. Quasi sempre ammutoliscono, non sanno dire, vedono la loro speranza affievolirsi e scomparire.

È vero, in alcuni di loro aumentano la cattiveria, il rancore, la sete di vendetta, ma questo anche per le condizioni del carcere, che non è innanzitutto rieducativo e correttivo, ma resta punitivo, emblema del castigo. Sebbene portino le stigmate del delitto commesso, sono anche loro vittime! Oggi la popolazione carceraria è formata in gran parte da tossicodipendenti, stranieri, immigrati, ladruncoli: tutti poveri ed emarginati, emersi da una condizione che li vedeva vittime prima di diventare malfattori. Sono soprattutto costoro a non avere parenti che li vadano a trovare, dunque si sentono soli, abbandonati e insignificanti per tutti gli altri. Per questo spesso si mettono a scrivere lettere, cosa che prima mai hanno fatto: per la fame di relazione e il desiderio di sentire che qualcuno può rivolgersi a loro e ascoltarli. L’ascolto, infatti, è la prima forma di amore, la sola che rende possibile tutte le altre.

Quanti, rispetto ai carcerati, si sentono solo vittime o possibili vittime, non impiegano molte energie per pensare alla loro condizione, per misurarne il peso, per alleviarlo e per fare qualcosa che li faccia sentire parte della società. Anzi, nella barbarie che avanza grazie agli imprenditori della paura, a quanti sono ossessionati dalla protezione localistica, ai giustizieri che si arrogano il diritto di punire chi delinque, la prigione sembra essere la spazzatura in cui dobbiamo buttare gli scarti della società. Ma verrà il giorno in cui chi ha scartato e gettato il fratello o la sorella nella spazzatura, sarà lui stesso scartato e gettato – l’ha detto Gesù – nella spazzatura, tra i rifiuti (nella Gheenna, la valle di Gerusalemme in cui si bruciavano i rifiuti: cf. Mt 5,22.29.30, ecc.). Solo chi fa misericordia otterrà misericordia.

E i cristiani, discepoli di Gesù Cristo? Non dovrebbero dimenticare quanti sono stati in carcere e che essi ricordano quasi quotidianamente nell’ascolto delle sante Scritture: Geremia e altri profeti, Giovanni il Battista, Gesù stesso in carcere durante la passione, Pietro e Giovanni, l’Apostolo Paolo, e poi tanti cristiani trascinati in carcere e perseguitati fino alla morte a causa di false accuse mosse contro di loro… I carcerati rischiano di essere “estranei” molto più degli stranieri che bussano alle nostre porte: siamo noi, infatti, che dobbiamo bussare alle porte delle prigioni per incontrarli. Per questo nella Lettera agli Ebrei l’autore, all’interno della sua esortazione per un’autentica vita cristiana, non dice solo di visitare i carcerati, di ricordarli nella preghiera, ma di ricordarli materialmente fino a condividere con loro la situazione carceraria: “Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere” (syndedeménoi)” (Eb 13,3), perché occorre “aver preso parte (synepathésate) alle sofferenze dei carcerati” (cf. Eb 10,34). E come dimenticare l’esperienza di Pacomio (IV secolo), il quale era prigioniero quando conobbe persone che usarono verso di lui misericordia e carità: saputo che erano cristiani, volle conoscerli e, una volta convertitosi, nella volontà di servire i fratelli divenne il fondatore della vita cenobitica.

I carcerati non cessano di essere uomini e donne come noi, non cessano di essere parte della comunità cristiana, e dimenticare la loro presenza significa amputare il corpo di Cristo di alcune sue membra, membra malate, ma come lo siamo noi: l’unica differenza è che i loro peccati (delitti) sono stati rivelati e così sono stati sanzionati con la pena. Ora, occorre essere molto chiari: la vita della società richiede che chi ha commesso delitti che minacciano fortemente l’esistenza altrui, chi delinque e causa gravi contraddizioni alla communitas, sia messo in condizione di non nuocere più agli altri. Nessuna utopia e nessuna carità stolta! Ma non potremmo pensare in altro modo a questa necessaria condizione che impedisca di nuocere? Non attraverso il castigo, la pena, che a volte dura fino alla morte (ergastolo), ma dando la possibilità di cammini di correzione, di riabilitazione, di crescita umana, nel rispetto della dignità della persona.

Mi rincresce che a questi cammini di umanizzazione del diritto e delle leggi i cristiani non diano un contributo sostanziale, mentre questa ricerca è condotta spesso da non cristiani. Non basta essere presenti a livello caritativo e di volontariato (azione pur straordinaria, che è certamente un’epifania della solidarietà tra alcuni cristiani e i carcerati), ma occorre anche impegnarsi per il rispetto dei diritti dei carcerati, perché la privazione di certe libertà sia proporzionata alla necessaria sicurezza sociale e non schiacci la persona. Nella storia della riflessione sui delitti e sulle pene noi cristiani, nonostante le ammonizioni evangeliche, non abbiamo fornito grandi contributi all’evoluzione del diritto nel senso che esso possa obbedire a una giustizia in grado di includere in sé anche il perdono. Oggi più che mai occorre dunque una riflessione seria e approfondita, un confronto tra cristiani e non cristiani sulle condizioni carcerarie, sulla possibile evoluzione di tale istituzione in senso umanizzato, e occorre un impegno politico efficace nell’elaborazione del diritto e delle leggi in merito.

Il nostro Dio ha ricevuto come primo nome quello di Go’el, Liberatore e Redentore, perché egli non ha un nome astratto ma lo riceve dalle azioni che compie nella storia a favore dell’umanità. Ora, la prima azione che ha compiuto rivelandosi al suo popolo è l’averlo sottratto alla schiavitù e alla prigionia dell’Egitto e da allora l’azione di liberazione è “pasquale”, cantata ogni anno, di generazione in generazione, dalla comunità ebraica e da quella cristiana. Il Signore è Go’el, per questo Gesù ha chiaramente proclamato che una delle azioni messianiche proprie della sua missione era “liberare i prigionieri” (cf. Lc 4,18; Is 61,1, dove si parla esplicitamente di “scarcerazione dei prigionieri”). Alla sua sequela, una chiesa capace di misericordia non ricorda solo gli affamati, gli assetati, i poveri, gli stranieri, i malati, ma anche i “prigionieri”, quei fratelli e quelle sorelle sui quali pende una condanna che li identifica come “malfattori”. Gesù è morto tra due malfattori e i vangeli si compiacciono di precisare che “fu annoverato tra i malfattori” (Lc 22,37; Is 53,12) e che proprio a uno di questi ha promesso: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43).

Quando ero giovane ho vissuto un certo tempo in una comunità dell’Abbé Pierre a Grand Quevilly, alla periferia di Rouen. Eravamo una quindicina e tra loro la maggioranza era di ex carcerati: ho imparato a conoscerli e a non sentirmi migliore di loro; ho imparato che sono persone capaci di solidarietà, attenzione e cura l’uno per l’altro, più che molti nella vita ordinaria; su consiglio dell’Abbé Pierre ho fatto di loro dei maestri, e oggi li ringrazio.

Concludo questa riflessione ricordando un’azione a favore dei carcerati assunta dal domenicano p. Jean-Joseph Lataste, che a metà del XIX secolo volle una comunità di fratelli e sorelle talmente dediti alla cura dei carcerati da vivere a volte con loro. Un altro domenicano mio amico, p. Reginald Kessler, al quale devo molto per la mia crescita, quando ero giovane venne a salutarmi a Bose per dirmi che andava alcuni mesi in prigione a vivere con i carcerati, proprio per mettere in pratica alla lettera l’esortazione della Lettera agli Ebrei: “… come se foste loro compagni di carcere”. E lo fece, in un carcere duro, facendosi fratello tra i fratelli, peccatore tra i peccatori, nella piena solidarietà tracciata da Cristo con la sua vita.

Andare in carcere, intraprendere una relazione con un detenuto, occhi negli occhi, mano nella mano, ascoltarlo, soprattutto ascoltarlo e dargli una carezza non è solo fare un’azione di misericordia, ma per chi lo fa è imparare ad amare.