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giovedì 16 giugno 2016

Daniel Attinger: Predicazioni Chiesa Valdese di Biella



VITA DELLA PRIMA CHIESA
Atti 4,42-47


Sorelle e fratelli carissimi,
Eccomi nuovamente in mezzo a voi per celebrare questo giorno di domenica, giorno del Signore. Quindici giorni fa, si celebrava la festa della Pentecoste che ricorda il dono dello Spirito santo, che è la forza che anima la Chiesa. Ho quindi scelto per questa domenica di riflettere su ciò che caratteriz­zava la vita della prima Chiesa, come la descrive Luca negli Atti degli apostoli.
S’impone però una prima osservazione: ho parlato della “prima Chiesa”, mentre in realtà, all’indomani della Penteco­ste, Luca non parla ancora di Chiesa; parla di “fratelli” o di quelli che “hanno accolto la Parola”. La parola “Chiesa” ap­pare stranamente nel libro degli Atti solo al capitolo 5, alla fi­ne del tragico episodio di Anania e Saffira, come se si potesse parlare di Chiesa solo dopo che essa ha fatto l’esperienza del peccato (At 5,11). Qualcosa di simile era capitato anche a Israele. Al momento dell’uscita dal paese di Egit­to, gli israe­liti, ricorda­te, iniziano una lunga traversata del deser­to, ma quasi subito iniziano le mormorazioni e le ribellioni contro Mosè… e con­tro Dio: chi ci darà dell’acqua, della carne… in Egitto erava­mo schiavi, ma almeno si mangiava, invece, tu, Mosè, ci hai condotti qui per farci morire. Appena dopo que­sta descri­zio­ne delle tentazioni nel deserto e dopo la punizio­ne per mano di Ama­leq, il testo dell’Esodo dice:
I figli d’Israele arrivarono nel deserto del Sinai e si accam­parono nel deserto. E continua: Israele si accampò qui (Es 19,2).
Questo passaggio dal plurale (i figli d’Israele) al singo­lare (Israele) è com­mentato dai rabbini come il risultato delle prove su­bite nel deserto: solo dopo di esse le folle uscite dal­l’Egitto sono diventate “il popolo d’Israele”: un popolo se­gnato dalla prova, ma che ormai ha conquistato una unani­mità. Allo stesso modo potremmo dire che dopo la Penteco­ste i cristiani non sono ancora la Chiesa, ma una folla di per­sone un po’ disparate. Appena prima del nostro testo, Luca scrive:
Quelli che accolsero la parola (di Pietro) furono battezzati e quel giorno circa tremila per­sone si aggiunsero a loro (At 2,41).
Queste persone sono tuttavia una realtà importante. Pensate: 3000 persone dopo una sola predicazione! È ciò che permette a Luca di tracciare un primo ritratto di quei cristia­ni e questo ritratto ci deve servire di specchio nel quale sia­mo chia­mati a guardarci anche per verificare ciò che noi siamo realmente. Ecco allora il nostro testo: ciò che caratte­rizza quest’assemblea è una quadruplice perseveranza:
Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nella frazione del pane e nelle preghiere.
Notiamo anzitutto che la prima caratteristica è la perse­veran­za. All’inizio del nostro cammino nella vita cristiana, forse non abbiamo dato troppo peso a questa parola, c’inte­ressava di più il contenuto della nostra fede, la sua espressio­ne retta e buona. Ri­cordo, ad esempio, e ciò mi sembra signi­ficativo, di tre sorelle di questa chiesa di Biella i cui nomi esprimevano bene l’intenzione dei loro genitori. La prima si chiamava Nella, la seconda Vera e la terza Luce. Era questo che contava – ed era giusto! –: vivere alla luce di Colui che è la vera luce. Oggi però siamo andati – un po’ tutti – avanti negli anni, e ora misuriamo meglio l’importanza di questa prima caratteristica. Essere cristiani implica anzitutto di im­parare a durare, un po’ come fece Gesù poco dopo la sua tra­sfi­gurazione. Luca scrive che Gesù “rese duro il suo volto per anda­re a Gerusalemme” (Lc 9,51), espressione che si ren­de solitamente così: “Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Geru­salemme”. Notiamo però che è il volto di Gesù che si rende duro, non il suo cuore! Se la perse­veranza contiene per noi l’idea di resistenza, e quindi di combatti­mento per durare, non è l’idea che prevale nel verbo greco, il quale contiene invece l’idea di “essere disponibili” o di “met­tersi alla disposizione di qualcuno”. La perseveranza è un lavoro su se stessi per rendersi disponibili agli altri, ma an­che agli eventi e a ciò che ci capita.
Viene poi precisato il contenuto di questa perseveranza: sono quattro attività che certamente evocano la convinzione di Israele per il quale “il mondo poggia su tre colonne: la to­rà, cioè la Scrittura, la ‘avodà, cioè il culto, e le opere di mise­ricor­dia”. Ma mentre Luca riprende la convinzione ebraica, ne modifica sensibilmente il contenuto.
Anzitutto la torà diventa, sotto la penna di Luca, l’inse­gna­mento degli apostoli. La modifica non sta tanto nel fatto che Luca sostituisce allo studio di un testo, quello di una parola viva. Per Israele infatti la torà non è solo la Scrittura, ma la rivelazione che Dio ha dato di sé sul Sinai, la quale si trova nelle Scritture certo, ma lette e reinterpretate alla luce della fede. Nei due casi l’accento cade sulla parola viva (degli apo­stoli per i cristiani, dei rabbini per gli ebrei) che spiega la parola scritta. Per i cristiani però, e là si trova la loro partico­larità, questa parola vivente è il Cristo così come lo racconta­no quelli che hanno vissuto con lui e l’hanno seguito sulle strade della terra d’Israele.

Viene poi, per Luca, la comunione, che corrisponde alle opere di misericordia della tradizione ebraica. Luca quindi rovescia le priorità: la comunione precede il culto, conforme­mente alla parola detta dal Signore:
Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qual­cosa contro di te, lascia là la tua offerta davanti all’al­tare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta (Mt 5,23-24).
Il seguito del testo mostra bene quanto questa comunio­ne non è solo spiritu­ale: si tratta in primo luogo di una messa in co­mune di ciò che i cristiani hanno, di un mettere alla di­sposizione di tutti ciò che ciascuno ha. È precisamente a que­sto proposito che si verificherà il peccato di Anania e Saffira. La posta in gioco nella comunione è fondamentalmente l’i­dentità cristiana: “se siamo stati totalmente uniti al Cristo” (per riprendere l’espressione di Paolo, Rm 6,5), formiamo un solo corpo nel quale ogni singolo membro dipende di tutte le altre. La comunione è co­me la vita che anima e costruisce il corpo.
Infine Luca parla di preghiere e di frazione del pane, lad­dove la tradizione ebraica parla di ‘avodà, di culto. Forse con ciò Luca in­tende precisare da una parte che i cristiani conti­nuano a parteci­pare alla preghiera del tempio, insieme con gli ebrei; il Cristo non ha chiesto a loro di abbandonare la religione dei loro padri. È pro­prio ciò che sottolinea chiara­mente il testo che abbiamo letto: “ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio”. Ma Luca vuole anche sottoli­neare che i cri­stiani hanno in più una preghiera particolare, specifica: la “frazione del pane” – ciò che chiamiamo la santa cena – grazie alla quale essi esprimono che la loro comunio­ne non è una semplice associazione o un raggruppamento per sostenersi a vicenda ed essere più forti, ma la partecipa­zione alla vita stessa di colui che, nel suo amore, ha dato la sua vita per loro, come per noi. È significativo che Luca non si preoccupi qui della preghiera individuale – che evidente­mente conosce e che per lui va da sé – ma della preghiera co­mune e quindi liturgica: la parteci­pazione alla preghiera nel tempio, e la celebrazione della santa cena. Anche se situata in terza posizione, la pratica liturgica rima­ne un’attività parti­colarmente essenziale, perché essa indica la fonte da cui i cristiani traggono la loro esistenza, la loro comunio­ne, la loro com­prensione dell’insegnamento degli apostoli e la loro for­za di perseverare nella loro fede, nonostante le difficoltà.
In questo tempo del dopo Pentecoste, chiediamo al Si­gnore di dare anche a noi quella forza di perseverare, senza stancarci, nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione fraterna – che occorre rinnovare ogni giorno – e nella frazio­ne del pane e nelle preghiere. E perché non chiederci come mai possiamo celebrare tante do­me­niche senza rinnovare quel gesto – così specifico dei cristiani – della frazione del pane? Essa era ed è tuttora per molti cristiani ciò che fa della domenica un giorno diverso dagli altri, il giorno del Signore!
In queste perseveranze troviamo e troveremo la forza di essere su questa terra dei segni viventi e gioiosi dell’amore col quale Dio ama, in Cristo, il modo intero. A Lui siano rese ogni lode e ogni gloria ora e per i secoli senza fine. Amen.

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Seguire Gesù
Cari fratelli e sorelle,
È per me una grande gioia, poter celebrare questo culto insieme con voi oggi. Rinascono in me antichi ricordi, del tempo in cui fui il pastore di questa comunità per un po’ più di due anni, alla fine degli anni 70 del secolo scorso. Quasi tutti i volti sono cambiati, ma la comunità continua a vivere, piccolo gregge che può contare solo sulla forza e sull’amore di Dio per proseguire il suo cammino dietro a Gesù.
In questo tempo di preparazione a Pasqua, è bene ricordare che la vita di Gesù fu come una lunga salita dalla Galilea – dove passò la sua infanzia – a Gerusalemme, dove morì, ucciso dalla coalizione dei poteri politici e religiosi del suo tempo. Ed è quindi bene, in questo tempo, ri­pensare a cosa significhi seguire Gesù. Proprio a questo c’invitano le tre letture che abbiamo ap­pena ascoltato. Nella prima lettura abbiamo ascoltato la chiamata di Eliseo da parte del profeta Elia: unico caso di un invito alla sequela nell’AT. L’epistola ai Filippesi ci ricorda che l’andare die­tro al Cristo non è una passeggiata; assomiglia piuttosto a una corsa verso una meta da conquista­re. Il breve testo dell’evangelo secondo Luca infine ci presenta tre tentativi diversi per seguire Gesù. Avremo così modo di ripensare a ciò che noi facciamo quando ci presentiamo come disce­poli del Signore Gesù.
A proposito di queste letture, vorrei fare con voi tre riflessioni:
La prima riflessione concerne Gesù stesso del quale l’Evangelo sottolinea che è “in cam­mino” e in cammino “verso Gerusalemme”. Sono due note non banali. Seguire Gesù significa forzatamente, anche per noi, metterci in cammino, vale a dire accettare che le cose vadano diver­samente di come le abbiamo progettate. Camminare infatti implica sempre andare incontro a sor­prese, tanto più che, nel caso di Gesù, il cammino porta a Gerusalemme. Gerusalemme, però, non è solo quella città ben reale di cui i giornali parlano spesso… per motivi politici. Certo era il centro politico della terra d’Israele, ne era anche il cuore religioso perché là stava il tempio, ma Gesù camminava verso Gerusalemme perché sapeva che un profeta non poteva morire fuori di Gerusalemme (Lc 13,33). Il suo è un cammino che va verso la morte violenta, e Gesù lo sa. Per questo, appena prima del nostro testo Luca scrive che Gesù “rese duro il suo volto” per incam­minarsi verso Gerusalemme (Lc 9,51). Anche noi, seguendo il Cristo, dobbiamo sapere che la nostra strada incontrerà ostacoli e pericoli. Con un’altra immagine, Gesù ha parlato altrove di due porte: l’una, larga, che però conduce alla perdizione, e una stretta che conduce alla vita (Mt 7,13-14). L’idea è sempre la stessa: seguire Gesù è difficile, richiede sforzi. È pure ciò che lascia inten­dere Paolo nella sua lettera ai Filippesi quando parla della vita cristiana come di una corsa. Paolo immagina i cristiani ingaggiati in una gara olimpica: si tratta di correre per conquistare “la perfe­zione”. Evidentemente: basta parlare di “perfezione” per scoraggiare chiunque a intraprendere il cammino, perché noi intendiamo sempre la perfezione in senso morale: chi è senza difetti e quin­di senza peccato. Ma un tale essere umano non esiste. “Se diciamo di essere senza peccato ingan­niamo noi stessi e la verità non è in noi” (1Gv 1,8). La perfezione di cui parla Paolo è diversa: è ciò per cui siamo stati creati; la perfezione è di diventare veramente esseri umani e quindi imma­gini di Dio stesso, diventare persone la cui vita racconta Dio. Ora ciò appare alla meglio proprio nel modo con cui si affrontano le difficoltà, i momenti di crisi, le tentazioni, le malattie e il cam­mino verso la morte. Ecco per il cammino da percorrere.
La seconda riflessione deriva direttamente dagli episodi del nostro evangelo. Ecco tre persone che incontrano Gesù: la prima gli chiede di poterlo seguire, ma riceve un rifiuto: “Le volpi e gli uccelli hanno un luogo di riparo; il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. La seconda, chiamata da Gesù, chiede di poter prima seppellire il padre; ma Gesù rifiuta e le ordina di partire ad annunciare il regno. Il terzo uomo dice di voler seguire Gesù, ma vuole prima conge­darsi dai parenti; anch’egli incontra il rifiuto del Signore: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto al regno”. Questo testo mostra che non noi scegliamo di seguire Gesù. Chi si propone di farlo incontra il rifiuto di Gesù. È invece Gesù che sceglie i suoi seguaci e la sua chiamata sconfigge le scuse che potrebbero essere presentate. Lo conferma anche il Gesù dell’evangelo di Giovanni: “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16). Abbiamo qui certamente una particolarità di Gesù. Normalmente infatti i maestri accoglieva dei discepoli che desideravano mettersi alla loro scuola. Gesù invece sceglie quelli che egli stesso vuole come discepoli. Perché mai? Appunto perché Gesù non è solo un maestro dal quale si può imparare una dottrina o una sapienza. È colui che insegna col suo stile di vita, vale a dire: seguirlo implica lasciare tutto e incamminarsi su quella stessa strada che porta a Gerusalemme: camminare co­scientemente verso la morte.
Nell’andare però dietro a lui si scopre che le parole “vita” e “morte” con lui cambiano significato. “Vivere” non è più “campare” magari anche 100 anni, ma: rinnegare se stessi, portare la propria croce, e cioè amare; “morire” non è più solo essere portati in terra ma l’essere così cen­trati e ripiegati su se stessi da non trovare più un senso al proprio essere sulla terra. Vita e morte non sono più questione di anni o di durata, ma di relazioni e di qualità. Ecco perché è Gesù che sceglie i suoi discepoli, e non il contrario, perché egli ci conosce e sa ciò che c’è in noi; sa quindi anche chi può essere suoi testimoni e chi no; il che non significa chi è salvato e chi no!
Con ciò giungiamo alla terza riflessione. Se il camminare dietro a Cristo non è scelta nostra ma chiamata di Cristo, allora la sequela non è iniziativa nostra, ma risposta all’iniziativa di Cristo. Lo sottolinea la prima lettura che abbiamo ascoltato: a Elia che ha gettato il suo mantello su Eliseo in segno di chiamata, Eliseo chiede e ottiene di poter salutare il padre e la madre. Elia allora aggiunge questa parola: “Va e torna, perché sai cosa ho fatto per te” (1Re 19,20). La frase suona un po’ strana soprattutto se letta letteralmente: “Va e torna, perché cosa ho fatto a te?”. Per capire la scena occorre comprendere il gesto compiuto da Elia: ha gettato il suo mantello su Eliseo. Quel mantello è quello che indica il profeta; alla sua sola descrizione, il re Acazia riconob­be immediatamente il profeta Elia (2Re 1,8); quel mantello simboleggia quindi il profeta. Gettan­do il proprio mantello su Eliseo, Elia designa – come gliel’ha ordinato il Signore – Eliseo come suo erede e successore. È ciò che Eliseo capisce e perciò va a congedarsi dalla propria famiglia e si separa totalmente dal proprio mestiere, offrendolo in sacrificio a Dio, non come sacrificio espiatorio, ma come sacrificio di comunione (che dà luogo a un bel pasto popolare). Eliseo ha capito che il gesto di Elia gli trasformava la propria esistenza: non vivere più nella propria fami­glia e dei propri beni, ma seguire e servire Elia per imparare a diventare profeta come lui.
Questa è pure la nostra risposta alla chiamata di Cristo: cercare in tutto di seguire e di ser­vire il Signore per imparare a diventare anche noi portatori di vita e di speranza. Vi è tuttavia un problema maggiore: per Eliseo, seguire Elia era mettere i propri passi in quelli del profeta; per i discepoli di Gesù, seguirlo significa camminare con lui per le strade della terra d’Israele, ma noi, come potremmo seguire uno che è salito nei cieli e vive ormai accanto a Dio?
La risposta a questa domanda è meno complicata di quanto sembra. A condizione però di non riflettere in modo troppo individualista. Se pensiamo solo a noi stessi in relazioni con Gesù, è difficile capire come ci possa essere un camminare dietro al Cristo. Se invece pensiamo a noi appartenenti a una comunità, a un corpo, allora la risposta è più semplice. Tra Gesù che, con l’ascensione è ritornato a Dio, e noi che viviamo nel xxi secolo, vi e il grande corteo dei discepoli di Gesù e di quelli che hanno camminato dietro a loro, i padri delle Chiese e i loro successori, fra i quali si trovano i riformatori e i loro seguaci, e oggi, qui a Biella, un numeroso gruppo di perso­ne che cercano di rispondere, con noi, alla chiamata di Gesù. Non siete soli a Biella a cercare di rispondere alla chiamata di Cristo; vi sono altri cristiani: cattolici, ortodossi, evangelici, che an­ch’essi vogliono rispondere a questa chiamata. Nel cercare di creare fra noi cristiani dei legami di amore e di comunione, diventiamo segno dell’amore che il Cristo stesso è venuto a manifestare nel mondo.
A questo punto vorrei solo aggiungere un pensiero: il lavoro ecumenico non è facile. Tutti lo sappiamo. Ma in questi anni viviamo un tempo che potrebbe davvero essere un tempo di gra­zia per la ricerca dell’unità visibile della Chiesa: non si tratta di pensare che i cattolici diventeran­no protestanti o noi protestanti diventeremo cattolici romani! Si tratta invece di non temere di perdere la nostra identità se riconosciamo nei cattolici e negli ortodossi dei fratelli insieme ai quali possiamo vivere la nostra fede cristiana e con i quali possiamo essere pienamente in comunione. Ogni famiglia è formata da persone diverse che non sono né uguali né identiche, eppure ciò non impedisce loro di partecipare agli stessi pasti. Fra di loro vi sono legami di familiarità e di amore, ma anche momenti di tensione o di crisi, ma ciò non impedisce che si ritrovino la sera attorno alla stessa tavola per la cena. È questo che dobbiamo ora realizzare con i fratelli cattolici e orto­dossi. Non possiamo più trincerarci dietro a pensieri come quelli che hanno dominato le Chiese in questi ultimi cinquant’anni, secondo i quali vi erano fra noi troppe diversità per poter sigillare l’unità. I teologi hanno lavorato e sono giunti alla conclusione che le nostre diversità non giusti­ficavano più le divisioni esistenti. Non dobbiamo neanche permettere che i responsabili delle Chiese temano di avanzare sul cammino ecumenico sotto il pretesto che il popolo cristiano non seguirà. Ora è venuto il momento di manifestare apertamente che non possiamo più sopportare di vivere divisi allorché ciascuno di noi, cristiani di diverse Chiese, cerchiamo di seguire il Cristo, camminando dietro a quelli che ci hanno preceduto sulla strada che il Cristo, come “primo di cor­data”, ha aperto.
Oggi, fratelli e sorelle, la sequela di Cristo ci chiede di manifestare e di esprimere visibil­mente la già reale unità che esiste fra i cristiani, altrimenti saremo del tutto incredibili agli occhi e agli orecchi del mondo, che è fin troppo felice di poter ridere di quei cristiani che predicano la pace e si fanno guerra.
Il Signore ci dia il coraggio e l’audacia di camminare su quella via e di riconoscere negli altri davvero dei fratelli e delle sorelle in Cristo. A lui la gloria e la lode per sempre. Amen.