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lunedì 2 maggio 2016

Rosanna Virgili "Il no di Elisabetta"


Osservatore Romano del 2 maggio 2016
Donne Chiesa Mondo
Rosanna Virgili

Insieme a quella di Maria, la figura di Elisabetta — moglie del sacerdote Zaccaria e madre di Giovanni il Battista — viene proposta da Luca come fonte e strumento di quella rivoluzione copernicana che compirà il cristianesimo nascente rispetto alla religione giudaica.
Se la pietà del Tempio era affidata al ruolo maschile e conservativo dei sacerdoti, la fede cristiana si apriva sulle braccia laiche e femminili delle madri, giovani o anziane, giudee o galilaiche che fossero; se il Dio del Tempio era protetto dai recinti esclusivi del culto e della rigida precettistica, il Dio dello Spirito batteva strade senza confini e senza muri, includendo ogni umanità e annunciando la salvezza per tutti. Elisabetta è una donna capace di gratitudine e di libertà, di profezia e coraggio. La salvezza per Israele non verrà dall’ortodossia del sacerdote del Tempio, ma dalla fede di una donna che, come lei, non aveva mai smesso di attendere.
Arriva per Elisabetta il tempo del parto e il figlio custodito nell’intimità viene al mondo. Sino ad allora solo Maria sapeva certamente di Giovanni; in teoria anche Zaccaria, ma Luca non dice se questi ci avesse mai creduto veramente. Oggi il figlio di Elisabetta non solo è stato dato alla luce, ma tutti, vicini e parenti, possono vederlo. Veramente Elisabetta ha avuto un figlio, quando ormai era diventata vecchia! La gente è piena di stupore e si congratula con lei. Avere un figlio è sempre un segno dell’amore di Dio, ma in casi eccezionali come questo, lo è ancor di più.
A otto giorni dalla nascita si deve circoncidere il bambino. La stranezza, qui, è che Luca scriva: «vennero per circoncidere il bambino», come se l’iniziativa fosse dei vicini e dei parenti e non dei genitori. Come se quella circoncisione fosse dovuta alla tradizione religiosa, ai legami di sangue, più che a una decisione vera e propria. Protagonista è, insomma, la famiglia religiosa, sono i Giudei della città di Elisabetta.
I figli maschi venivano circoncisi secondo la tradizione che risale ad Abramo:
«Quando avrà otto giorni, sarà circonciso tra voi ogni maschio di generazione in generazione, sia quello nato in casa, sia quello comprato con denaro da qualunque straniero che non sia della tua stirpe (...) Il maschio non circonciso, di cui cioè non sarà stata circoncisa la carne del prepuzio, sia eliminato dal suo popolo: ha violato la mia alleanza» (Genesi, 17, 12.14).
Questo rito rendeva, pertanto, figli di Abramo a tutti gli effetti, cioè eredi della promessa che Dio aveva fatto al patriarca ed ai suoi discendenti, il popolo dell’Alleanza.
Oltre a farsi presenti per celebrare il rito, congiunti e conoscenti propongono il nome da dare al bambino. Usualmente questo veniva imposto a un figlio il giorno della nascita, ma nel giudaismo più recente si era andata affermando la consuetudine di farlo in questo giorno. Per molte donne dare il nome ad un figlio significava ricordare il momento — spesso sofferto — della sua nascita.
Così era stato per Anna che aveva chiamato il figlio Samuele, perché il Signore aveva udito il suo lamento (1 Samuele, 1, 20) ed anche per le matriarche di Israele: Lia che chiamò il suo primogenito Ruben, perché disse: «Il Signore ha visto la mia umiliazione, ora certo mio marito mi amerà» (Genesi, 29, 32); Rachele che chiamò il suo primo figlio Giuseppe auspicando: «Il Signore mi aggiunga un altro figlio» (Genesi, 30, 24).
Quando sono le madri a dare nome al figlio è perché vogliono segnata in lui una gioia insperata, un riscatto dalla propria umiliazione, un marchio a fuoco della misericordia di Dio.
Così è anche per Elisabetta che, quando i parenti decidono di chiamare quel figlio «Zaccaria», si impone con forza: «No! Si chiamerà Giovanni!». Così si chiamerà, perché quel nome è scritto nelle sue viscere di madre: il dono di Dio. Così si chiamerà perché quel figlio è venuto dalla promessa di Dio e non dalla virilità della stirpe di Levi. Questa è la verità! Lei ne ha respirato ogni letizia, ogni sorpresa, ogni insperata gratuità. Era arrivato come pura gioia quando lei da anni l’aveva bramata. Quell’arrivo così repentino l’aveva fatta rifiorire alla vita, le aveva ridato dignità davanti a tutti, l’aveva riconsegnata alla bellezza di un mondo che si apriva al futuro, per lei che, ormai, era avanzata negli anni. Il nome di quel figlio è ciò che Dio ha fatto in lei di assolutamente nuovo, vitale e bello e non si tocca!
Ma i parenti insistono e non la prendono neppure in considerazione. Non si può mettere un nome che non esiste nella sua parentela. Si deve chiamare Zaccaria, si deve dare il nome della Memoria, che garantisca il passato, che conservi la tradizione. Si deve trasmettere il nome del padre e tutto ciò che egli rappresenta. Ma Elisabetta dice no proprio a quello che il nome Zaccaria definisce: un sacerdozio incapace di accogliere la novità del dono di Dio. Incapace di udire la voce attuale che viene dal Cielo e che risponde alla terra. Incapace di dare una parola a chi aspetta fuori dalle Sacre Stanze del Tempio. Un nome diventato non solo inefficace, ma addirittura un impedimento, una resistenza, un ostacolo, al passaggio di Dio.
Elisabetta dice no. Ma i parenti, i conservatori delle tradizioni religiose, continuano a ignorarla. Il nome deve darlo il padre. Quello è il suo primogenito. Il nome deve rispondere a una logica di diritto e di proprietà, in cui chi conta è il padre. Il nome deve tutelare il tradizionale rapporto con Dio di tutta Israele.
Ma Elisabetta dice no! Andando oltre la tradizione religiosa chiusa del conservatorismo giudaico e aprendo verso una nuova logica e una nuova luce, che è quella universale di Maria e di Gesù.
La folla dei parenti non demorde e fa dei cenni a Zaccaria per sapere come volesse chiamare il bambino. Un caso davvero unico di lunga discussione su un nome. Sembra una questione di vita o di morte. E, in effetti, lo è! Zaccaria si mostra anche sordo, oltre che muto. Una sordità che significa l’incapacità di dare ascolto alle parole dell’Angelo (cfr. Luca 1, 20). Muto diventa, infatti, chi è sordo o chi non vuol sentire. La fede apre l’orecchio, ma Zaccaria non ne ha avuta e perciò è rimasto sordo.
Ma adesso succede qualcosa di speciale, proprio mentre i vicini si aspettavano da lui che tenesse ben salda la ragione della sua tradizione: Zaccaria chiede una tavoletta. E su di essa scrive il nome di Giovanni! In quel preciso istante gli si scioglie la lingua e riprende a parlare: il primo segno tangibile del «dono di Dio» per Zaccaria! Dono di Dio e dono di sua moglie Elisabetta.
La fede di lei e la sua aperta intelligenza sulle novità che vengono da Dio ha salvato anche suo marito. Ha ridato voce ad un sacerdozio già morto. La fede viva di una donna ha rianimato il corpo chiuso di una classe sacerdotale del tutto ottusa, impotente, afona. Che custodiva ormai solo se stessa ed i suoi vuoti riti ed estrometteva dal Tempio ogni possibile canale di Misericordia e di Amore.
La parola recuperata da Zaccaria contagia gli astanti. Si trattava di una parola così nuova da stupirli e farli cedere alla domanda ed alla meraviglia. Era davvero una lettera inedita quel nome che il sacerdote aveva recepito da sua moglie. Cose inaudite stavano accadendo. Le colline di Giudea sembrano attonite anch’esse, mentre la gente che vi si incammina non parla d’altro.
La narrazione mette qualcosa di esagerato e di paradossale: com’è possibile che ci sia una reazione tanto grande alla semplice scelta di un nome? Ma la ragione è chiara: il no di Elisabetta ha fatto cambiare il corso della storia di Israele e la forma della religione giudaica.
Circa il corso della storia esso non seguirà più il sacerdozio del Tempio e neppure il Dio chiuso nel Tempio, ma l’esperienza reale ed umana del Dio che si rivela in opere concrete di vita e di riscatto, che si esprime in legami autentici di amore e di fede, ovunque essi accadano.
Per la forma della religione, essa non sarà più «mediata» obbligatoriamente dalle classi sacerdotali — uniche autorità religiose che restavano al Giudaismo al tempo di Gesù — ma dall’Amore di Dio che si fa presente e si incarna nel grembo e nelle speranze delle donne, nella vita dei semplici laici, nelle case dei gentili, nel coraggio dei profeti.
La scrittura del nome di Giovanni ha un effetto grandissimo su tutta la regione montuosa della Giudea. Un evento che impressiona quasi quanto la nascita di Gesù, presso i gruppi dei pastori. Quel nome diventa occasione di stupore, ma anche di meditazione: «Coloro che udivano tutte quelle cose le serbavano in cuor loro: Che sarà mai questo bambino?». Lo stesso farà Maria osservando tutto quello che succede alla nascita di Gesù (cfr. Luca, 2, 19). Sta veramente accadendo qualcosa che cambierà tutto il mondo di allora: partendo dalla Giudea, il «dono di Dio» navigherà mari e terre, fino a introdursi in una storia che coinvolgerà l’intera ecumene.