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domenica 8 maggio 2016

Lisa Cremaschi Fin negli inferi, Signore, è la tua misericordia


Introduzione

“Parlare del sabato santo può sembrare a prima vista paradossale. Come potremmo infatti parlare di questo momento silenzioso, di questa durata senza contenuto particolare, di questo tempo che sembra essere, nel senso più letterale del termine, un tempo morto? Ci sono in esso un arresto, un’assenza, un ritiro che sembrano imporre il silenzio” (D. Cerbelaud, Silenzio di Dio e il Sabato santo, Magnano 1999, Testi di meditazione 88, p. 19).

Del resto, anche il racconto evangelico passa dalla deposizione nella tomba il venerdì sera alla visita delle donne la domenica mattina. In mezzo c’è un giorno “vuoto”. Il venerdì potevamo ancora guardare al trafitto, contemplare Gesù sulla croce; c’è ancora una presenza. Il sabato è vuoto; quando muore una persona cara diciamo che ha lasciato un vuoto incolmabile. La pesante pietra del sepolcro sembra coprire non solo il corpo di Gesù, ma ogni fiducia in quest’uomo. La sepoltura viene raccontata in dettaglio da tutti gli evangelisti: viene descritto il sepolcro, sono riportati i nomi di quelli che lo hanno sepolto, è ricordata la chiusura del sepolcro con una grossa pietra, l’apposizione dei sigilli, le guardie. Il sabato viene rapidamente nominato in Lc 23,54 (“già splendevano le luci del sabato”) e in Lc 23,56 (Le donne “il giorno di sabato osservarono il riposo com’era prescritto”).
La liturgia ha privilegiato il giovedì, il venerdì santo e la veglia di pasqua. Il sabato non ci sono grandi celebrazioni. Forse possiamo accostare questo sabato a un altro sabato, quello di Gen 2,2: “E Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto, e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro”. Il settimo giorno non è soltanto un giorno di riposo, ma anche quello in cui Dio porta a termine il suo lavoro; anche il riposo di Gesù nella tomba è conclusione di un lavoro, compimento di ciò che aveva fatto su questa terra. Questa è la conclusione del suo lavoro prima della sua resurrezione: Gesù porta il vangelo anche negli inferi. “Anche ai morti è stata annunciata la buona novella”, proclama la Prima lettera di Pietro 4,6 (cf. anche 1Pt 3,18-22). La pace e la misericordia di Dio scendono anche agli inferi, la sua morte è vangelo per tutti anche per i morti, anche per quelli che sono senza speranza.
Sulla terra tutto tace. “Oggi sulla terra c’è un grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato”, così scrive un autore anonimo del IV secolo (Omelia sul sabato santo, in Letture per ogni giorno, p. 160).
In questo tempo di silenzio tante domande salgono al cuore dei discepoli di ieri e di oggi. La vicenda di Gesù di Nazaret è finita? È solo un uomo come noi? Dobbiamo rassegnarci e dare ragione agli abitanti di Nazaret? È solo “il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone?” (Mc 6,3; cf. anche Gv 6,42). È tutto finito con la sua morte in croce? La morte ha inghiottito l’amore, è stata più forte dell’amore? È soltanto uno dei tanti uomini che hanno sofferto e sono stati ingiustamente messi a morte dalla malvagità degli uomini?
Il sabato santo è un’immagine dei nostri dubbi, della nostra notte, ma contemporaneamente è tempo di attesa e di speranza, tempo in cui cantare la misericordia del Signore anche negli inferi. L’immagine che i discepoli si erano fatti di Dio doveva essere distrutta, infranta davanti alla croce e a un sepolcro vuoto; le nostre immagini di Dio, le nostre attese (o meglio, pretese su Dio) devono essere purificate. È il mistero del sabato santo il cui abisso di silenzio è diventato schiacciante nel nostro tempo. “Dio è morto”, si è ripetuto negli anni dopo il 1968. Ora non lo si dice nemmeno più. Sembra diventato una realtà irrilevante.
“Dove andare lontano dal tuo Spirito? dove fuggire lontano dal tuo volto? Se salgo nei cieli, tu sei là. Se discendo agli inferi ti trovo!”, canta il Salmo 139,7-8.
Il sabato è il giorno in cui le nostre immagini di Dio si spezzano contro la pietra del sepolcro, ma è anche giorno in cui ravvivare la nostra speranza. Il Signore è sceso negli inferi, anche nei nostri inferi. Anche là possiamo cantare la sua misericordia. Sal 87 (88),5 Vg: “Vita mea inferno propinquavit; aestimatus sum cum discendentibus in lacum” (“La mia vita si è avvicinata agli inferi, sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa”), ma il salmo seguente, il Sal 88 (89),2 Vg afferma: “Misericordias tuas in aeterno cantabo” “Canterò in eterno la tua misericordia”). Ecco su che cosa possiamo sempre contare: la misericordia del Signore, la sua compassione, il suo amore, vorrei dire il suo affetto speciale per ciascuno di noi che non viene mai meno.
Vorrei fermarmi, in questo nostro incontro, sull’esperienza di due santi che hanno conosciuto la misericordia di Dio anche negli inferi, che hanno sperato nella sua misericordia “contro ogni speranza”, che, attraverso un lungo e faticoso itinerario spirituale, hanno infranto l’immagine di Dio che si erano costruiti o che era stata loro consegnata. Queste due figure sono Silvano del Monte Athos e Teresa di Gesù Bambino, un ortodosso russo e una carmelitana cattolica.

Silvano del Monte Athos

“Sono vecchio e aspetto la morte. Scrivo la verità per amore degli uomini. È per loro che la mia anima si affligge. Se anche una sola anima si salvasse, ringrazierei Dio per questo; ma il mio cuore soffre per tutto il mondo. Prego e verso lacrime per il mondo intero, affinché tutti si pentano e conoscano Dio, vivano nell’amore e godano della libertà in Dio” (Nostalgia di Dio, p. 106).
Così Silvano del Monte Athos spiega i motivi che l’hanno spinto a stendere il suo diario spirituale, brevi note in uno stile semplice e spoglio, in cui narra la misericordia di Dio, padre delle compassioni (cf. 2Cor 1,3).
Esteriormente, la vicenda di Silvano è di una disarmante semplicità. Nasce in Russia in una famiglia di contadini nel 1866; a ventisei anni giunge al monte Athos. Dopo gli anni di noviziato in cui lavora al mulino del monastero russo, vive per un certo tempo in un possedimento del monastero fuori dell’Athos, dove i monaci coltivavano il grano per le loro necessità; richiamato in patria come riservista durante la guerra russo-nipponica (1904-1905), al suo ritorno, dopo un tempo di vita ritirata, ricopre il delicato incarico di economo del monastero con oltre duecento persone alle proprie dipendenze. Muore il 24 settembre 1938. Non vi è nessun evento degno di nota nella vicenda esteriore della sua vita.
Interiormente, la parabola esistenziale di Silvano è un’infaticabile ricerca del volto di Dio. Al cuore della propria angoscia, del proprio peccato e della propria radicale impotenza sa riconoscere la presenza del Signore venuto a cercare e salvare ciò che era perduto. “Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare” (Nostalgia, p. 202), sono le parole che sintetizzano il suo cammino spirituale. Su questa via Silvano diventa testimone della misericordia e dell’infinita tenerezza di Dio per ogni uomo, santo o peccatore, buono o cattivo.
Nelle sue note rievoca due episodi della sua giovinezza che l’hanno segnato. Un giorno di festa, mentre passeggiava con alcuni amici per le vie del villaggio suonando la fisarmonica, si scontra con un giovane che tenta di strappargli lo strumento dalle mani. Silvano va in collera e aggredisce quel giovane; lo scontro è violento; nessuno dei due vuole cedere. Sofronio che ha ne ha narrato la vita racconta: “Simeone è propenso a cedere, poi d’un tratto è preso dalla vergogna al pensiero che le ragazze lo prenderanno in giro e colpisce con violenza il suo antagonista al petto. Il calzolaio viene scagliato lontano e cade pesantemente sulla schiena in mezzo alla strada. Sangue e bava gli colano dalla bocca” (Non disperare, p. 18). Ebbe il timore di averlo ucciso; in realtà il giovane si riprese, ma l’esistenza di Silvano da quel giorno fu sconvolta. Aveva conosciuto la violenza che l’abitava, aveva sperimentato la prepotenza dell’orgoglio ferito. Per “vergogna”, per timore di essere disonorato di fronte ai compagni e alle ragazze, giunge alla soglia dell’omicidio, si vede capace di tutto, perfino di stroncare una vita umana. Quella vergogna che aveva provato al pensiero di subire un affronto senza reagire, di essere schernito come debole e vile, si muterà poco a poco in vergogna di sé perché debole nel lottare contro l’orgoglio, vile nel rifuggire il rinnegamento di sé. Poco più tardi, durante la notte, Silvano fa un sogno: ha ingoiato un serpente (allusione al serpente di Gen 3?) e, nauseato, vomita. Una voce gli dice: “Hai ingoiato un serpente in sogno, e questo ti ripugna. Allo stesso modo, neppure a me piace vedere quello che tu fai” (Non disperare, p. 19). Nausea e disgusto di sé, ripugnanza di fronte alla propria meschinità; ma dentro al suo cuore permane quel profondo desiderio di bene che da bambino gli faceva dire: “Quando sarò grande, andrò a cercare Dio per tutta la terra” (Non disperare, p. 15). Silvano comincia a rientrare in se stesso, inizia quel cammino di ritorno al Signore che lo condurrà più tardi ad abbracciare la vita monastica.
Le “confessioni” di Silvano ricordano un altro episodio di poco precedente alla partenza per il Monte Athos. Nella taverna di un villaggio, vede un contadino che suona, balla e fa festa con gli amici. Silvano sa che quell’uomo è uscito da poco dalla prigione dove ha scontato una condanna per omicidio e, terminata la festa, lo prende in disparte e gli chiede: “Ma come puoi, Stefano, suonare e danzare, quando hai ucciso un uomo?”. E quel contadino gli narra la sua esperienza della misericordia di Dio, gli svela, come, dopo intense e ferventi preghiere, ha compreso che Dio aveva perdonato il suo peccato e gli aveva donato la gioia della salvezza. “Ecco perché ora suono con l’anima in pace” (Non disperare, p. 20). Silvano non capisce, non può ancora capire; ascolta e custodisce nel cuore queste parole. Passeranno anni e anni, dovrà provare vergogna di sé, vedere l’abisso della propria miseria, gustare fino in fondo il calice amaro della lontananza da Dio prima di cogliere pienamente il senso di queste parole che allora riemergeranno dalle tenebre del passato.
A ventisei anni Silvano entra nel monastero di San Pantaleimon all’Athos. Nei primi anni di formazione conosce tempi di gioia e di consolazione spirituale a cui si alternano momenti di tentazione e di tenebra. Inizia la lotta contro i pensieri che tentano di distoglierlo dalla sua vocazione: la nostalgia della propria terra, il desiderio di tornare nel mondo e formarsi una famiglia. Amato per il suo carattere affabile e buono, apprezzato per la sua disponibilità e la sua coscienziosità nel lavoro, è turbato da pensieri di orgoglio. I pensieri gli dicono: “Tu conduci una vita santa: ti sei pentito, i tuoi peccati ti sono stati perdonati, preghi incessantemente e vivi in obbedienza” (p. 51 ???). Percependo di essere oggetto di tentazione da parte del Divisore, Silvano raddoppia le sue ascesi, ma non trova alcuna consolazione. Si dispera; una sera, oppresso dall’angoscia, pensa: “Dio è inesorabile e non lo si può impietosire” (Non disperare, p. 27). Dov’è Dio? Dov’è quel Dio per il quale ha lasciato tutto? Dov’è quel Dio, che in giorni di grazia gli ha fatto intravedere qualcosa della pace e della gioia del Regno? Perché non risponde e tace?
Una notte, mentre è in preghiera, Silvano comprende qual è la via per la quale il Signore vuole condurlo a sé. Invoca il Signore: “‘Signore, tu vedi che ti voglio pregare con spirito puro, ma i demoni me lo impediscono. Dimmi, che cosa devo fare perché se ne vadano via da me?’. E nel mio intimo sentii la risposta del Signore: ‘Gli orgogliosi soffrono sempre così a causa dei demoni’. Dissi: ‘Signore, tu sei compassionevole, la mia anima ti conosce; dimmi che cosa devo fare perché la mia anima sia umilii?’. E il Signore dentro di me rispose: ‘Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare’” (Nostalgia, p. 202).
Che cosa significano queste parole? “Tieni il tuo spirito agli inferi” non nella disperazione che nasce dalla contemplazione narcisistica dei propri abissi di miseria, ma nella speranza, nella fiducia nella misericordia di Dio che non si arrende neppure davanti agli inferi. “Ricorda e temi due pensieri. Uno dice: ‘Sei un santo’; l’altro: ‘Non ti salverai’. Entrambi vengono dal nemico e in essi non c’è verità. Piuttosto pensa: ‘Io sono un grande peccatore, ma il Signore misericordioso ama molto gli uomini e perdonerà anche a me i miei peccati’. Credi questo e così avverrà: il Signore ti perdonerà. Ma non riporre fiducia nella tua ascesi, anche se ne hai compiuta molta’” (Nostalgia, p. 213). E allora il pianto sul proprio peccato è trasfigurato dalla misericordia del Signore nella “gioia della salvezza” (Sal 51,14), nella “radiosa tristezza” di cui parla la tradizione spirituale orientale. Non vi è nulla di cupo e di tetro nella spiritualità di Silvano; trova pace e gioia.
“Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29): è il testo biblico che ricorre con maggior frequenza negli appunti spirituali di Silvano che, a più riprese, invoca il dono dell’umiltà. “L’umiltà di Cristo dimora nei più piccoli; essi sono contenti di essere i più piccoli” (Nostalgia, 61). Il Signore si è rivelato ai piccoli, a quelli che sono così piccoli, così coscienti della loro piccolezza, che in totale abbandono si gettano nelle braccia del Padre affidandogli il loro peccato. Vi sono monaci che non trovano pace, dirà Silvano, e ne incolpano i fratelli, il superiore, il lavoro eccessivamente gravoso; in realtà: “è la loro anima che è malata” (Nostalgia, p. 183). Chi ha conosciuto i propri inferi, il proprio peccato, e contemporaneamente ha conosciuto la misericordia di Dio non accusa gli altri, ama tutti, perdona chi gli ha fatto del male. “Coloro che amano i nemici conosceranno presto il Signore nello Spirito santo. Di chi non li ama, invece, non voglio nemmeno scrivere, ma ne provo compassione, perché tormentano se stessi e gli altri” (Nostalgia, p. 53).
“Per giungere all’amore di Dio è necessario osservare tutto ciò che il Signore ha comandato nell’evangelo. È necessario avere un cuore compassionevole, e non solo amare gli uomini, ma avere pietà di ogni creatura, di tutto ciò che Dio ha creato. La foglia sull’albero era verde e tu l’hai strappata senza motivo. Anche se non è un peccato, non so perché, ma provo pietà anche di una fogliolina; il cuore che ha imparato ad amare ha compassione di tutta la creazione” (Nostalgia, pp. 142-143).
La conoscenza, l’esperienza della misericordia di Dio porta a stendere il manto della misericordia su ciascun uomo, a coprire le colpe degli altri. “Con tutte le forze la mia anima desidera che la misericordia del Signore sia su tutti, che tutto l’universo, gli uomini tutti, sappiano con quale ardore il Signore ci ama, come figli amatissimi” (Nostalgia, p. 151). “Chi ha conosciuto la dolcezza dell’amore di Dio, quando l’anima avverte dentro di sé il fuoco dell’amore e ama il proprio fratello, sa, almeno in parte, che ‘il regno di Dio è dentro di noi’ (Lc 17,21) … Beata l’anima che ama il fratello, perché il nostro fratello è la nostra vita” (Ib., p. 137). “Sapendo quanto il Signore ama il suo popolo, in particolare quelli che sono morti, ogni sera verso lacrime per loro. Mi rattristava che gli uomini si privassero da sé di un simile Signore misericordioso. E una volta dissi al confessore: ‘Provo compassione per gli uomini che patiscono i tormenti dell’inferno, ogni notte piango per loro e la mia anima si tormenta al punto da compiangere anche i demoni” (Ib., p. 240).
Dal riconoscimento della propria vergogna all’assunzione della vergogna di ogni uomo: questo è il cammino spirituale di Silvano. Scende agli inferi, ma scopre che il Signore lo ha preceduto! E invoca: “Signore, io non posso essere il solo, fa’ che il mondo intero ti conosca” (La vita, p. 69). La speranza cristiana è speranza per tutti.
Dopo la rivoluzione russa nessun nuovo monaco può salire alla Santa montagna. La chiesa russa è perseguitata e lacerata da scismi. Un vescovo serbo, un giorno, discorreva con lui della situazione dei cristiani nell’Unione sovietica e Silvano disse: “All’inizio ero molto indignato, ma dopo una lunga preghiera mi sono venuti questi pensieri: ‘Il Signore ama tutti senza misura. Egli conosce tutti i tempi e le cause di tutto. A motivo di qualche bene futuro egli ha permesso questa sofferenza del popolo russo. È una cosa che io non posso comprendere né arrestare. A me spetta soltanto amare e pregare. Così risponderò anche ai miei che si indignano. Voi potete aiutare la Russia soltanto con l’amore e la preghiera, ma l’indignazione e l’odio verso i senza Dio non aggiusteranno le cose” (A. Mainardi, “San Silvano del Monte Athos. Un testimone di speranza”, p. 9).
Silvano è testimone silenzioso e orante degli eventi di inizio XX secolo,vive con eccezionale intensità l’esperienza interiore della lontananza da Dio, dell’uomo peccatore e ateo consegnato agli inferi del proprio vuoto, ma spezza la sua immagine di un Dio inesorabile, che esige soltanto ascesi e pianto. Dio è misericordia per ogni creatura.

Teresa di Lisieux

Anche la vicenda di Teresa Martin scorre semplice, senza eventi significativi. Questa giovane carmelitana, morta a soli 24 anni in uno oscuro monastero della Normandia, sembrerebbe un’ombra del passato; una delle tante monache vissute in un monastero di clausura, ignorate dal mondo, estranee alla storia. Avvicinarsi ai suoi scritti per i cristiani odierni è difficile. “Corre il rischio di rievocare tutto, fuorché un modello di cristianesimo proponibile oggi: un insieme di romanticherie infantili e sdolcinate immerse in un’atmosfera medio-borghese di fine XIX secolo, in cui le trine e i merletti potrebbero sembrare il simbolo che racchiude in sé tutta la realtà dell’epoca. La madre di Teresa, Zélie Martin, faceva propria la merlettaia; non per nulla, si potrebbe dire, Teresa è nata proprio ad Alençon, la capitale delle trine e dei merletti, il 2 gennaio 1873” (G. Gennari, Teresa di Lisieux. La verità è più bella, Milano 1974, p. 17).
Teresa entra in Carmelo a 15 anni; è una ragazzina, l’ultima famiglia della famiglia Martin, una famiglia numerosa segnata dalla morte di quattro bambini. Dopo la morte della madre, restano cinque figlie che diverranno tutte monache, quattro nello stesso Carmelo. Teresa, l’ultima figlia, è viziata dalle sorelle e dal padre. Da un punto di vista psicologico possiamo dubitare della sanità dell’ambiente in cui cresce Teresa; il padre, del resto, poco dopo l’ingresso di Teresa in Carmelo, sarà ricoverato in una casa di cura. Eppure, la vita ordinaria, con le sue deficienze, i suoi handicap, le sue nevrosi può diventare un luogo di santità.
Siamo alla fine del XIX secolo; la Francia ha conosciuto un risveglio religioso. La borghesia, che ha tratto vantaggi dalla Rivoluzione, chiede ora alla chiesa la garanzia e il controllo dell’ordine sociale. Trovano nuovamente spazio tutte quelle pratiche religiose che al tempo della Rivoluzione, cinquant’anni prima, erano state rifiutate come retrograde e superstiziose: il culto delle reliquie, dei santi, della Vergine Maria, del sacro Cuore. È la stagione dei pellegrinaggi; è un tempo di fioritura di apparizioni mariane; ricordo solo La Salette (1846) e Lourdes (1858). Ma è anche un tempo in cui prende l’avvio quel processo di secolarizzazione che si manifesterà chiaramente nel secolo successivo. Il mito del progresso infinito guadagna sempre più terreno; il riferimento a Dio perde sempre più importanza; si può vivere etsi Deus non daretur. In questo clima l’anticlericalismo diventa sempre più attivo ed esplicito. Le logge massoniche si moltiplicano. La chiesa reagisce irrigidendosi, guardando con sospetto a tutti i non credenti. Qual è il clima spirituale in cui cresce Teresa? Qual è l’immagine di Dio che le viene proposta (o imposta)? Farò soltanto alcuni esempi.

A proposito di Maria

De Maria numquam satis (“Maria non la si loda mai abbastanza”) così afferma un antico adagio erroneamente attribuito a Bernardo, ma che risale ai padri della chiesa più antichi. Ritroviamo questa idea in inni latini del XIV, ma anche negli scritti di Lutero, il quale afferma: “La creatura Maria non può essere abbastanza lodata” (Discorsi a tavola 25.3.1533). In particolare nel seicento, che costituisce la stagione più fertile della promozione e dilatazione di Maria nella teologia, nel culto e nella spiritualità, si affermerà la necessità del culto di Maria e l’impossibilità di lodare la Vergine come conviene. La formula così come la conosciamo si trova ripresa nel XVIII da Luigi Maria Grignion di Monfort, poi nel corso del tempo muta di senso: non tanto Maria non la si loda mai abbastanza, ma di Maria non si parla mai abbastanza, quasi a giustificare un discorso illimitato su Maria, cosa che accadeva anche al tempo di Teresa, dentro al Carmelo. E lei come reagisce?
“Non bisognerebbe dire di Maria cose inverosimili o di cui non si ha certezza ... un discorso sulla santa Vergine per essere fruttuoso deve mostrare la sua vita reale, quale il vangelo la fa intravedere e non la vita supposta ... bisognerebbe descrivere la Vergine non come inaccessibile, ma come imitabile, bisognerebbe dire che ha praticato le virtù nascoste, che viveva di fede come noi” (Carnet giallo, 21 agosto, p. 1080). E due giorni più tardi ritorna sullo stesso argomento: “I preti non devono mostrarci delle virtù inimitabili! Parlino pure delle sue prerogative, ma soprattutto bisogna che sia possibile imitarla. A lei piace di più essere imitata che essere ammirata, e la sua vita è stata tanto semplice! Per quanto sia bella una predica sulla santa Vergine, se ne ha proprio abbastanza, quando ci tocca fare sempre: Ah! Ah! Quanto mi piace dirle: ‘Tu hai reso visibile la via stretta del cielo, praticando sempre le virtù più nascoste’” (Carnet giallo, 23 agosto, p. 1084).
Si avverte qui tutta l’intelligenza e la libertà di Teresa nei confronti anche dei preti che vengono a predicare al Carmelo, nei confronti della spiritualità devozionale del suo tempo; siamo nel 1897, nell’anno della sua morte. Muore il 30 settembre.

Il volto misericordioso di Dio

Siamo in un tempo in cui un moralismo angusto rischiava di ridurre Dio a un giustiziere. Non c’è “timore di Dio”, ma “paura, terrore di Dio”. Chiamati a santità, la si vive come un appello impossibile, come fonte di angoscia. È la “necessità impossibile della santità”. Teresa comincia a vivere con alterne vicende il problema dello scrupolo e dell’angoscia di fronte al peccato mortale già da bambina, al momento della prima comunione. Il concetto di peccato mortale l’angoscia; peccato mortale è la negazione dell’amore per Dio, non amare Dio, essere respinta da lui, rimanere al di fuori del suo amore. Teresa, sotto la guida di padre Pichon, giungerà a parlare di “imperfezioni”, di mancanze, di impossibilità di raggiungere la perfezione. All’immagine di un Dio severo, pronto a coglierci in peccato, contrappone l’immagine di un Dio che si abbassa.
“È proprio dell’amore abbassarsi, se tutte le anime somigliassero a quelle dei santi dottori che hanno illuminato la chiesa con la chiarezza della loro dottrina, sembrerebbe che il buon Dio non discenda abbastanza in basso venendo fino al loro cuore … Scendendo così il buon Dio mostra la sua grandezza infinita” (Ms A, p. 80).
Questa espressione ricorre diverse volte. Dopo aver citato Lc 10,21: “Padre, ti benedico perché hai nascosto queste cose ai saggi e ai prudenti e le hai rivelate ai più piccoli”, afferma che il Signore “voleva far risplendere in me la sua misericordia. Egli si abbassava verso di me, perché ero piccola e debole, mi istruiva in segreto delle cose del suo amore” (Ms A, p. 151).
Dio si abbassa, scende fino a noi, scende nei nostri inferi. Teresa ha capito che la santità non è un’ascesa verso il Signore. Se, raccontando la sua infanzia e la sua adolescenza, parla di scegliere tutto - “Mio Dio, scelgo tutto. Non voglio essere una santa a metà, non mi fa paura soffrire per te, non temo che una cosa: conservare la mia volontà. Prendila, perché scelgo tutto, quello che vuoi tu” (Ms A, p. 91) - più tardi, attraverso un cammino di maturazione spirituale, giunge a parlare del Dio che si abbassa e dell’abbandono in lui. Vede realizzarsi nella sua vita le parole del salmo 23: “Il Signore è mio pastore, non manco di nulla … anche quando scenderò nella valle dell’ombra della morte non temerò alcun male, perché tu sarai con me, Signore!” (Ms A, p. 81).
La valle di morte, a volte, è già qui, nella nostra vita su questa terra. Teresa ha conosciuto questa valle di morte nella forma di aridità prima della professione e poi in tutti i ritiri spirituali che seguirono. A volte vorremmo sentire qualcosa, provare pii sentimenti, consolazioni, ecc. Scrive Teresa: “Gesù dormiva come sempre nella mia piccola navicella … Credo molto semplicemente che sia Gesù stesso, nascosto in fondo al mio povero cuore, che mi fa la grazia di agire in me” (Ms A pp. 196-197). È un’allusione a Gal 2,20. La santità è azione di Gesù.
A suor Maria del Sacro Cuore (= sua sorella Maria) scrive: “La mia consolazione è quella di non averne sulla terra. Senza mostrarsi, senza far udire la sua voce, Gesù mi istruisce nel segreto”, e questa istruzione che viene dal Signore è quella che lei chiama la “scienza dell’amore”.
“Capisco così bene che non c’è che l’amore che possa renderci graditi al Buon Dio, che quest’amore è l’unico bene che amo. Gesù si compiace di mostrarmi l’unico cammino che porta a questa fornace divina. Questo cammino è l’abbandono del bambino che si addormenta senza timore tra le braccia di suo padre … ‘Se qualcuno è molto piccolo venga a me’(Pr 9,4), ha detto lo Spirito santo per bocca di Salomone; e questo medesimo Spirito d’Amore ha detto anche che ‘ai piccoli è concessa la misericordia’. In nome suo, il profeta Isaia ci rivela che nell’ultimo giorno ‘il Signore condurrà il suo gregge al pascolo, radunerà gli agnellini e se li stringerà al seno’ (Is 40,11) … Gesù non chiede grandi azioni, ma soltanto l’abbandono e la riconoscenza, perché ha detto nel salmo 49: ‘Non ho alcun bisogno dei capri dei vostri greggi … offri a Dio sacrifici di lode e di azioni di grazie’. Ecco quindi tutto ciò che Gesù esige da noi. Non ha affatto bisogno delle nostre opere, ma solamente del nostro amore, perché questo stesso Dio che dichiara di non aver bisogno di dirci se ha fame, non ha esitato a mendicare un po’ d’acqua dalla samaritana. Aveva sete. Ma dicendo: ‘Dammi da bere’ era l’amore della povera creatura che il Creatore dell’universo invocava. Aveva sete d’amore!” (Ms B, p. 218).
“Ora non ho più alcun desiderio, se non quello di amare Gesù alla follia” (Ms A, p. 208).

Solidarietà con i peccatori

Nell’ambiente che circonda Teresa la realtà umana viene concepita come distinta in due emisferi: i buoni cattolici da un lato e i peccatori dall’altro (non solo criminali, ma anche apostati, materialisti atei, ecc.). L’idea era che i cattolici avrebbero dovuto offrire ascesi riparatrici per questi peccatori. Teresa infrange la barriera tra i due mondi. “Non ho alcun merito per non essermi abbandonata all’amore delle creature, dal momento che ne fui preservata solo per la grande misericordia di Dio! Riconosco che senza di lui avrei potuto cadere in basso quanto la Maddalena e la profonda parola di nostro Signore a Simone mi risuona con grande dolcezza nell’anima … Lo so: ‘colui al quale si rimette meno, ama meno’; ma so anche che Gesù mi ha rimesso di più che a santa Maddalena, poiché mi ha rimesso in anticipo, impedendomi di cadere” (Ms A p. 134; anche p. 209). Non si sente “giusta”; se non ha compiuto certi peccati che gli uomini giudicano più gravi di altri è solo per grazia.
“Al cuore della chiesa, mia madre, io sarò l’amore” (9 giugno 1985).
Sognava una morte da “santa”. La sua morte sarà ben diversa da quella ipotizzata e desiderata. Sperimenta la notte, conosce gli inferi. Così racconta a proposito della settimana santa 1897: “Godevo allora di una fede così viva, così chiara, che il pensiero del cielo era tutta la mia felicità. Non riuscivo a credere che esistessero degli empi che non hanno la fede … Gesù permise che la mia anima fosse invasa dalle tenebre più fitte e che il pensiero del cielo, così dolce per me, non fosse altro che un motivo di lotta e di tormento! Questa prova non doveva durare solo qualche giorno, qualche settimana; sarebbe svanita solo nell’ora stabilita dal buon Dio e quest’ora non è ancora arrivata, Vorrei poter esprimere ciò che sento, ma ahimé, credo sia impossibile. Bisogna aver viaggiato dentro questo cupo tunnel per capirne l’oscurità. Comunque cercherò di spiegarlo con un paragone. Immaginiamo che io sia nata in un paese circondato da una fitta nebbia: mai ho contemplato l’aspetto ridente della natura, inondata, trasfigurata dal sole splendente; fin dalla mia infanzia, è vero, sento parlare di queste meraviglie, so che il paese in cui mi trovo non è la mia patria, che ce n’è un altro al quale devo aspirare incessantemente … A un tratto le nebbie che mi circondano diventano più fitte, mi penetrano nell’anima e l’avvolgono in modo tale che non mi è più possibile ritrovare in esse l’immagine così dolce della mia patria. Tutto è scomparso! Quando voglio far riposare il mio cuore stanco delle tenebre che lo circondano, ricordando il paese luminoso verso il quale aspiro, il mio tormento raddoppia. Mi sembra che le tenebre prendano la voce dei peccatori e mi dicano prendendomi in giro: ‘Tu sogni la luce, una patria fragrante dei più soavi profumi; sogni il possesso eterno del Creatore di tutte queste meraviglie, credi di uscire un giorno dalle nebbie che ti circondano. Vai avanti, vai avanti, rallegrati della morte che ti darà non ciò che speri, ma una notte ancor più profonda, la notte del nulla’ … Gesù mi perdoni se gli ho dato dispiacere, ma lui sa bene che, pur non avendo il godimento della fede, mi sforzo almeno di compierne le opere” (Ms C, pp. 239-240). E l’opera è l’amore!
Teresa ha vissuto il mistero della solidarietà con quelli che non hanno la fede, con i peccatori. Ha vissuto la sua morte in comunione con il crocifisso. Nelle sue prove, nella sua malattia, nella sua ricerca spirituale, ha scoperto l’amore di Dio per i più piccoli, per chi è veramente piccolo, tanto piccolo da potersi soltanto abbandonare all’amore del Padre misericordioso, che si abbassa fino a lui. Questa è la fede della sua esperienza di non-fede!

Sabato santo: tempo in cui ravvivare la nostra speranza

Silvano e Teresa hanno vissuto il loro sabato, la loro notte spirituale sperando, confidando nella misericordia del Signore. E noi oggi? Che cosa possiamo sperare? Si può ancora sperare? Per molti oggi soprattutto nella nostra società occidentale, è diventato difficile sperare. Siamo immersi in una cultura che privilegia il presente, l’attimo che stiamo vivendo e che dimentica il passato, quanto al futuro … è meglio non pensarci. Al massimo, abbiamo speranze a breve termine, “piccole”, perché è troppo difficile osare sperare e spesso queste speranze si fermano all’apparire e all’avere, in linea con una società dei consumi.
Di certo la speranza non è facile ottimismo. Il credente è un uomo lucido, che discerne il potere del male, della sofferenza, della morte. La costituzione Gaudium et Spes al c. 1 afferma: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.
Come sperare, allora? Convertendo le nostre speranze. Dio è il Dio della vita. Le nostre malattie, le nostre crisi, le nostre tenebre, la morte di quelli che amiamo e la nostra morte si apriranno alla vita. Questo crediamo e speriamo. La vita è più forte della morte. Questa è la nostra speranza, questo l’annuncio che dobbiamo profetizzare dinanzi alla sofferenza, alla malattia, alla morte. Viviamo nel tempo tra il già e il non-ancora. Cristo è la nostra speranza, Cristo cioè l’amore, la misericordia di Dio venuta sulla terra e discesa fino agli inferi.
Sperare è sempre sperimentare una mancanza. All’inizio della Prima lettera ai cristiani di Tessalonica (1,2) appaiono insieme le tre virtù teologali: la fede, di cui si dice che è érgon, cioè “impegno”; la carità è kópos, dura fatica; la speranza è ypomoné, che letteralmente significa “stare sotto”, indica la forza di sopportare e di attendere, di avere pazienza. Pazienza che attende anche a lungo, come ricorda Giacomo alla sua comunità: “Siate pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate il contadino: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra, finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera. Siate pazienti anche voi, rendete saldi i vostri cuori” (Gc 5,7). Giacomo impiega il termine makrothymía che è la larghezza d’animo, lo sguardo lungo, l’atteggiamento di chi è abituato a vedere le cose in grande.
Con la sua venuta Cristo ha già posto sulla terra dei segni del regno e questo è per noi fonte di speranza; “ci dà già ora qualcosa della realtà attesa”, “attira dentro il presente il futuro” (Spe salvi 7); il Dio che verrà e che i cristiani attendono è già venuto e ha già redento il mondo e la storia. La vita cristiana è continuamente in tensione tra due realtà: il già e il non-ancora. Già siamo stati liberati dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno (cf. Col 1,13-14), già abbiamo ricevuto lo Spirito caparra della nostra eredità (cf. Ef 1,13-14), già siamo figli di Dio (cf. 1Gv 3,1), già il Padre ha dato al Figlio ogni potere in cielo e in terra (cf. Mt 28,18), gli ha assoggettato ogni cosa, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso (cf. Eb 2,8). Cristo ha vinto la morte, ma gli uomini continuano a morire. Cristo ha vinto ogni forma di male, eppure noi continuiamo a sperimentare il dolore, la sofferenza, la malattia, il peccato. La speranza, radicata nella fede, colma la distanza tra il già e il non-ancora e alimenta la carità, l’amore gratuito per ogni uomo riconosciuto fratello in Cristo (cf. 1Cor 13,13). La speranza, che orienta al futuro, al Cristo che viene, relativizza le mete raggiunte dall’uomo; il credente non si lascia trarre in inganno da utopie terrene, né ha la pretesa di volere “tutto subito”; si impegna responsabilmente e concretamente in questo mondo, senza fallaci evasioni e senza perdersi in un orizzonte puramente terreno, ama la terra che Dio ha creato, ama ogni creatura e per tutti spera, e attende i cieli nuovi e la terra nuova che Dio ha promesso (cf. Ap 21-22). La speranza cristiana si dilata alla creazione intera; chiamato a custodire il creato, il credente fa proprio il gemito che sale dalla creazione (cf. Rm 8,18-25) e anche per essa spera e attende redenzione.
Il nostro sabato, il sabato che vive questo nostro mondo è già illuminato dalla luce della resurrezione. Lo possiamo vivere perché speriamo in colui che l’Amore del Padre ha fatto risorgere dai morti. È il grido di fede, l’annuncio pasquale che ripeteremo a vicenda in questa santa notte e che ci accompagnerà ogni giorno nella nostra vita quotidiana. “Cristo è veramente risorto dai morti!”.