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lunedì 2 maggio 2016

Christoph Theobald Il Vangelo della nuova fratellanza


Tedesco di origine, francese di adozione, Christoph Theobald è tra i più letti e citati teologi di oggi a livello internazionale, in particolare per la sua profonda e argomentata riflessione sullo “stile” evangelico come caratteristica peculiare della presenza cristiana nel mondo. È da poco in libreria Fraternità (Qiqajon, pagine 94, euro 10,00), testo nel quale sono racchiuse due conferenze nelle quali il gesuita del Centre Sèvres di Parigi esplica il senso di questa dimensione di vita. Del resto fu papa Francesco che ne evidenziò l’importanza fin dal suo affacciarsi in piazza San Pietro, il 13 marzo di tre anni fa, quando usò, nel primo saluto da pontefice, proprio il termine “fratellanza”.





Nel suo saggio lei sottolinea molto la dimensione sociale del Vangelo. La Chiesa di oggi ha ben coscienza di questo aspetto del messaggio cristiano?
«Penso che sia esistita una lunga tradizione che ha messo in risalto e in atto questo legame intrinseco tra annuncio evangelico e dimensione sociale. Forse però questo aspetto è diventato più attenuato in un’altra epoca. Mi spiego meglio. In Francia, nel-l’Italia settentrionale, in Germania e in Austria, tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo abbiamo visto sorgere un vero cattolicesimo sociale, ad esempio sotto Pio XI e tramite la diffusione dell’Azione cattolica. Un cattolicesimo sociale la cui metodologia è stata poi condensata nel motto “vedere, giudicare, agire” coniato dal teologo belga, poi cardinale, Joseph-Léon Cardijn. È stata questa visione dell’annuncio cristiano che ha portato alla stesura della costituzione pastorale conciliare Gaudium et spes, che ha sviluppato la questione sociale del Vangelo rispetto a diversi ambiti: famiglia, economia, politica, pace… Inoltre, durante il Concilio Vaticano II sorse quel gruppo per la “Chiesa povera e dei poveri” intorno alle figure del cardinale Giacomo Lercaro e di dom Hélder Câmara, che ha poi portato alla conferenza del Celam di Medellìn, alla scelta preferenziale per i poveri, a quella teologia del popolo di cui papa Francesco è un sostenitore. Forse, come accennavo prima, nel periodo turbolento del post-concilio, un’epoca molto controversa, c’è stato un ritorno sull’identità cristiana nei Paesi del mondo occidentale sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI intorno alla liturgia e alla catechesi. Questo, forse, è avvenuto per una certa paura del relativismo. In questo senso alcune esperienze particolari, come quelle dei preti operai e più in generale del cattolicesimo sociale, sono state messe ai margini. Con Francesco invece, sia con Evangelii gaudium che con Laudato si’, il papa torna a chiedere alla Chiesa di intraprendere la strada del cattolicesimo sociale».

Lei ha citato una certa “linea” che da Lercaro arriva a Francesco. La sensibilità di questo percorso spirituale e teologico è patrimonio comune della Chiesa di oggi?
«C’è molto da fare, e ci sono resistenze. È quello che penso veramente. Credo che ciò sia presente nell’ambito laicale così come nel clero. Quello a cui chiama papa Francesco è veramente una conversione, una mutazione di sguardo. Bisogna passare da un interesse della Chiesa che possiamo definire centripeto, per cui i pastori vogliono portare le persone dentro la Chiesa, ad uno sguardo per cui la Chiesa si mette al servizio dell’avvenire del mondo, della vita, della cultura, del futuro delle nuove generazioni. Vogliamo l’una o l’altra prospettiva? Ciò che ci chiede Francesco è una conversione che si rifà all’affermazione di Gesù: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra. E come vorrei che fosse già acceso”. Francesco ci indica che il lavoro da fare è anzitutto di carattere spirituale».

In Fraternità lei usa un’espressione molto curiosa, quella della “Chiesa rabdomante”. Cosa significa?
«La formula può sembrare un po’ sorprendente e metaforica, ma vorrei spiegarla brevemente. L’annuncio del Vangelo non può più avvenire secondo l’ordine che chiameremmo “di impiantazione” dall’esterno. Un’altra prospettiva invece ci dice che l’annuncio del Vangelo è già preceduto dalla presenza discreta di Dio nel cuore della gente e del mondo. Il modo di essere della Chiesa deve seguire quello di Gesù che percorreva la Galilea e andava a cercare le faglie della società con un annuncio di vita che era già atteso dall’uomo e dalle donne di quel tempo. Non dobbiamo pensare alla missione come ad un annuncio volontaristico e di carattere istituzionale. Il Vangelo è già lì dove il cristiano arriva a testimoniarlo».

Può fare un esempio concreto di tutto questo?
«Prendiamo la lettera enciclica Laudato si’, quando il papa dice che la prima dichiarazione di Rio sull’ambiente è un testo profetico. Questo significa che il tratto di profetismo proprio del popolo di Dio era già presente nel profetismo del movimento ecologico, che non era cristiano. Come ben sappiamo, l’ecologia non l’ha iniziata la Chiesa, bensì è nata nell’alveo dei cosiddetti movimenti alternativi. Ebbene, la Chiesa ha trovato questo valore altrove, e da lì ha riletto la sua grande tradizione, così come la Scrittura, e ha elaborato una teologia della creazione che prima non aveva esplicitato in tutti i suoi aspetti».

Il termine “fraternità” può essere accostato al valore della misericordia, principio-guida del pontificato di papa Francesco?
«In estrema sintesi: sono diversi ma anche la stessa cosa. Il concetto di fraternità è evidentemente cristiano, ma la sua forza consiste nel fatto che nel tempo si è secolarizzato, in particolare a partire dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo che diede origine alla Repubblica francese. Ma mentre i principi di libertà e di uguaglianza possono essere normalizzati in istituzioni giuridiche, la fraternità è una sorta di trascendenza immanente sulla quale non è possibile legiferare. Al cuore delle nostre costituzioni repubblicane infatti vi sono la libertà e l’uguaglianza, mentre la fraternità è qualcosa che non può diventare legge. Ecco allora il suggerimento di papa Francesco: dobbiamo operare una “mistica della fraternità”, che ci faccia vedere in tutti, in particolare negli emarginati e negli ultimi (i poveri, i disabili, gli anziani, i bambini…) la presenza di Dio. La misericordia in tal senso diventa la fraternità che va fino in fondo. E chi è capace di questo? Dio in Gesù Cristo. “Siate misericordiosi come il Padre vostro che è nei cieli” è un compito arduo. Ma è un invito che ci spinge ad avere un cuore docile e aperto». (da Avvenire del 27 aprile 2016)