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giovedì 7 aprile 2016

Lisa Cremaschi Il cristiano: uomo in cammino


Continua presso la Fondazione dei Santi Medici il ciclo di incontri di riflessione sulla figura di Gesù. Ospite presso l’Auditorium “E. e A. De Gennaro” è stata Lisa Cremaschi, monaca della comunità di Bose che si è soffermata su un tema di straordinario fascino per ogni credente: Cristo, Vita dell’anima.


Che cosa vuol dire essere cristiani? Vorrei iniziare con una citazione di un padre della chiesa antica, Ignazio di Antiochia, morto martire nel 110, che scrive in una lettera a una comunità cristiana dell’Asia minore: “Meglio essere cristiani senza dirlo che dirlo senza esserlo”. Mi sembra un ammonimento che vale sempre, vale anche per noi, meglio non dirsi troppo in fretta cristiani, ma cercare di esserlo in verità.
Ogni tanto nella vita dobbiamo porci una domanda che Paolo pone ai corinti in 2Cor 13,5. Paolo scrive ai corinti quattro lettere; noi ne abbiamo due, le altre sono perse, questa è l’ultima, una lettera scritta dopo una lunga storia tra l’apostolo e la sua comunità. Corinto non è una comunità cristiana appena nata, sono cristiani da lungo tempo e c’è stata una lunga relazione con l’apostolo, e alla fine di questa seconda lettera, dopo che ha trattato un po’ tutti i temi della vita cristiana, dice: “Esaminate voi stessi se siete nella fede. Non riconoscete Gesù Cristo in voi?” Anche questa è una domanda che ogni tanto dobbiamo porci.
Chiediamoci: “Siamo nella fede? Siamo dentro la via, dietro a Gesù? Cristo è in noi?”, o siamo cristiani per abitudine, per eredità “genetica”, perché lo erano i nostri genitori?
Quando Paolo dice nella lettera ai Galati 2,20: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me”, non esprime l’esperienza di un mistico, di un santo che è salito al cielo, che ha vissuto un’esperienza straordinaria. Potremmo dire che questa è la definizione del battezzato, del cristiano comune, normale: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Non so se avete presente le antiche piscine battesimali; in Asia minore ce ne sono ancora diverse. Si scendeva tre gradini, si passava attraverso l’acqua, poi il catecumeno, il cristiano saliva dall’altra parte.
Gli ebrei hanno sempre avuto una grande paura dell’acqua; per la mentalità ebraica, l’acqua è la morte. Così il catecumeno passa attraverso l’acqua, muore al proprio io, al proprio egoismo. I Padri direbbero alla propria philautía, l’amore di sé, o detto in termini evangelici, alla volontà di salvarsi da sé. Questo è l’io al quale dobbiamo morire per lasciar vivere Cristo, cioè per lasciar vivere la carità, l’amore. Il centro non sono più io, il centro della mia vita è la carità, l’amore gratuito, è il vedere l’altro, il mondo in Cristo. I padri del deserto avevano il coraggio di dire: “Hai visto il tuo fratello, hai visto il tuo Dio” (Clemente, Stromati 1,19; 2,15; Tertulliano, La preghiera 26).
La prima definizione di cristiano si trova in At 11,26 dove si dice che, ad Antiochia, i discepoli di Gesù furono chiamati per la prima volta con il nome di cristiani; prima non si sapeva come chiamarli. In At 9,2 si trova un primo tentativo di definizione molto arcaico. Si dice che Saulo, che non è ancora Paolo, va dal sommo sacerdote e gli chiede delle lettere per le sinagoghe di Damasco “al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme” - la CEI traduceva: “uomini e donne seguaci della dottrina di Cristo che avesse trovati”. Il termine “dottrina” non c’è, non esiste; “dottrina” è un termine astratto e la mentalità biblica è molto concreta; “Cristo” non c’è, lo hanno aggiunto perché pensavano che la gente non avrebbe capito. Io vi do una traduzione letterale; si dice: “a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, quelli della via, che avesse trovato”. C’è il termine via, un termine importantissimo perché costantemente Luca nel suo vangelo parla della via che va verso Gerusalemme. Gli Atti sono questa via della Parola che deve arrivare ai confini del mondo. Ma in Gv 14,6 Gesù dice: “Io sono la via, la verità, la vita”, la via è Cristo stesso. Il cristiano è uno che è in cammino, dentro una via che è Cristo stesso.
Nella vita ci si può stare secondo modalità diverse, si può camminare in modo diverso e, se ci pensiamo le tappe fondamentali della vita sono le stesse per ogni uomo. Tutti vengono al mondo da un padre, da una madre, sono bambini, imparano a parlare, imparano a conoscersi, diventano adolescenti, imparano a riconoscere la propria sessualità, imparano la gioia e la fatica dell’amare,
imparano la gioia e la fatica del lavoro, conoscono la sofferenza e, a un certo punto, conoscono la morte. A grandi linee, queste cose le fanno tutti gli uomini.
Ma come, per quale via?
Un cristiano non è cristiano perché va a messa la domenica e fa tre ore di volontariato alla settimana o insegna catechismo; non è cristiano perché fa delle cose religiose. Non sono cristiano perché dedico tot ore a cose caritatevoli, cose sante. Il cristiano è uno che sta dentro la vita, quindi che vive l’essere bambino, il crescere, le fasi, le età della vita, il dolore, l’amore, la gioia da cristiano, dentro questa via che è Gesù stesso.
Tutti cercano la liberazione, la salvezza. C’è qualcosa che non va: c’è la guerra in Libia, in Iraq, c’è il maremoto in oriente, c’è la crisi economica, la mancanza di lavoro, le nuove forme di povertà, l’arrivo sempre più consistente di immigrati. Vogliamo la liberazione, la pace e la giustizia, oppure vogliamo “salvarci” negando tutte queste cose, rimuovendole e costruendoci - illusoriamente - un’isola felice, un nido al riparo di ogni tempesta. Ma c’è anche la malattia fisica, psichica, le incomprensioni, i litigi ... e poi ci sono le cose belle, l’amore, l’amicizia, la gioia di creare qualcosa di buono che vorremmo riuscire a far durare. Ci sentiamo fatti per un mondo “altro”, un mondo dove il male non sia presente. Aneliamo a una liberazione dal male in tutte le sue forme. Per quale via? quale liberazione? Come vivere il limite, la ferita che ogni vita porta con sé? Che senso dare alla morte? Tutto questo è eminentemente “politico”, nel senso che riguarda la pólis, la comunità umana. Da come mi pongo dentro l’esistenza, dipende il mio rapporto con gli altri, il mio impegno o disimpegno sociale.
Potremmo trovare un esempio nel diverso modo di camminare di Abramo e di Lot in Gen 12-13. L’itinerario geografico è lo stesso, l’itinerario spirituale è completamente diverso. La lettura del passo di Genesi ci presenta l’inizio del cammino di Abramo, padre dei credenti. Il Dio che ha creato il mondo, che chiama le stelle ciascuna per nome, come ci dice il salmo 147,4, ha chiamato Abramo alla vita e lo ha chiamato a lasciare la propria terra, a partire e a incamminarsi verso una terra che lui stesso gli indicherà. La vocazione a seguire, a camminare dietro al Signore si innesta sulla vocazione alla vita, all’esistenza. Nella fede riconosciamo che siamo stati inviati dentro la vita, chiamati all’esistenza, non venuti al mondo per caso, o soltanto per il progetto di un uomo e di una donna, ma perché voluti, pensati, desiderati da Dio stesso. Abramo, uomo di ascolto, obbedisce alla parola del Signore: “partì, come gli aveva ordinato il Signore” (Gen 12,4), ma il testo aggiunge “con lui partì Lot”. Forse spesso ci dimentichiamo che Abramo non è l’unico a partire, non è solo, con lui c’è Lot, figlio di un suo fratello. I capitoli 12 e 13 di Genesi ci narrano il camminare di questi due uomini, il loro avanzare lungo un itinerario che per lo meno da un punto di vista geografico è lo stesso. Fanno la stessa strada, tuttavia non nello stesso modo. Se identico è l’itinerario geografico, assai diverso è quello spirituale. Spesso quando si pensa a cosa di grande ha fatto Abramo, si risponde: “Ha lasciato la sua terra, la casa di suo padre ed è partito per una terra che non conosceva”. È vero, ma tutto questo lo ha fatto anche Lot; anche Lot ha lasciato tutto, anche Lot è partito senza sapere quando, dove e come avrebbe terminato il suo vagabondare. Nel secolo scorso migliaia di italiani hanno lasciato la loro terra, i loro parenti per partire in cerca di lavoro, di una vita migliore nel nord Europa, in America, o anche solo nell’Italia del nord. Migliaia di nordafricani sbarcano quotidianamente nella nostra terra, abbandonando veramente tutto in cerca di una vita più dignitosa. E allora dove sta la grandezza di Abramo? In che cosa il suo cammino diverso? Il testo è povero di dettagli, non indugia in analisi psicologiche dei personaggi, ma attraverso alcune scarne notazioni mostra la differenza tra le due vie. Lot è uno dei tanti uomini che nel corso dei secoli sono stati costretti a emigrare, lasciando
affetti, tradizioni culturali e religiose, per partire in cerca di fortuna. Per Lot, come per Abramo, si tratta di trovare pascoli adatti per le proprie greggi. Quando, dopo un lungo vagabondare, i mandriani di Lot entrano in conflitto con quello di Abramo, i due decidono di separarsi e allora – dice il racconto: “Lot alzò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte, era come il giardino del Signore e Lot scelse per sé tutta la valle del Giordano e trasportò le tende verso oriente” (Gen 13,10-11). Lot sa quello che vuole, è uno che nella vita sa fare le scelte giuste al momento giusto, è uno che vive la vita come una conquista, come un bottino. Sa spremere il meglio della vita, magari a costo di calpestare i diritti di questo suo parente che l’ha portato con sé in quest’avventura. Lot guarda a ciò che è meglio per sé. In termini evangelici possiamo dire: Lot è uno che vuole salvare la propria vita. Ma ci viene presentato anche un altro modo di camminare lungo quella via che conduce alla terra promessa. È il camminare di Abramo che parte in obbedienza a Qualcuno che lo ha chiamato e che vive in ogni istante alla presenza di questo Signore che l’ha chiamato e che tutto gli ha donato. Abramo vive la vita non come qualcosa che gli appartiene, ma come dono. Tutto è dono. Abramo costruisce un altare a ogni tappa del suo cammino, ma l’altare è il luogo sul quale si rende grazie, si fa eucarestia, cioè si fa il ringraziamento. Abramo è un uomo eucaristico, vive l’intera sua vita nel rendimento di grazie, senza avanzare pretese, senza sentirsi protagonista di nulla. Ascolta, obbedisce, ringrazia. Quando i suoi mandriani e quelli di Lot litigano, mette al di sopra di tutto la pace, lascia che sia Lot a scegliere purché vi sia pace. Lot “scelse per sé”, Abramo non sceglie nulla, riceve, riconosce cioè che tutto è dono e subito risponde costruendo un altare e di tutto fa eucarestia. Mi pare si possano vedere delineati in queste due figure due diversi modi di vivere la vita. Tutti gli uomini nascono, crescono, imparano a parlare, a pensare, a conoscere il proprio corpo, conoscono la gioia e la fatica del lavoro, dell’impegno, dell’amore. E tutti conoscono il passare degli anni, la maturità, il venir meno delle forze, la malattia, la vecchiaia, la morte. Questo è l’itinerario geografico più o meno identico per ogni uomo. Ma c’è un diverso modo di vivere questo viaggio nell’esistenza, c’è un camminare nella fede, credendo che il nostro cammino è stato voluto, desiderato dal Signore, credendo che è lui che ci guida e ci indica il cammino istante, per istante, cercando di diventare uomini e donne eucaristici, come Abele, come Abramo, certi che la nostra patria è altrove, portando in vasi di coccio il tesoro, la presenza del Signore, per la quale volentieri possiamo rinunciare ad altre ricchezze. Il Signore Gesù ci ha mostrato come fare della nostra vita un’eucarestia, offrendola con Cristo al Padre, divenendo anche noi pane spezzato e distribuito.
La conversione in greco si dice metánoia, che significa ribaltamento del noûs, della mente che, per la visione dell’uomo nella Bibbia ma anche nel mondo classico, non sta nella testa ma nel profondo del cuore. Potremmo dire che la “mente” sono quelle idee fondamentali che io ho su di me, sull’altro, le aspettative che ho nei confronti della vita. C’è da chiedersi sono evangelizzato, sono cristiano o sono cristiano soltanto in apparenza? Sono cristiano soltanto perché faccio alcune cose, ma poi fondamentalmente ragiono e penso come tutti gli altri di questa società consumistica occidentale, egoistica, ecc.?
É chiaro che mi occorre una grande vigilanza perché questa mentalità consumistica, che è il massimo dell’egoismo, fa di tutto per non lasciarmi pensare, per impedire la mia critica, per mascherarsi, rappresentarsi sotto forme seducenti.
Occorre una grande vigilanza. Da dove mi viene questa vigilanza? Questa capacità di dire no a certe cose per dire di sì all’evangelo, al Signore, alla carità?
Mi viene dalle quattro perseveranze di cui parla Luca in At 2,42: la perseveranza nell’ascolto della Parola di Dio, nella comunione fraterna, nell’eucaristia, nella preghiera. Ogni comunità cristiana, ogni parrocchia dovrebbe interrogarsi su questi quattro punti.
Il termine parrocchia deriva da pároikos che significa “viandante, pellegrino”. La parrocchia è il luogo di ritrovo di quelli che si riconoscono viandanti in questo mondo, dietro a Gesù e che non pretendono di avere una dimora stabile in questo mondo. Potremmo chiederci quali sono le conseguenze di una vita vissuta in una dimensione di paroikía, una vita vissuta nel quotidiano convincimento che siamo su questa terra soltanto di passaggio. Ci sono dentro di noi illusioni di onnipotenza e di eternità. Abbiamo mangiato tutti quel cibo afferrato da Adamo ed Eva che li faceva illudere di essere onnipotenti, di sapere tutto, di potere tutto, di vivere in eterno. La fede cristiana porta a una visione disincantata sulla realtà. Non siamo per sempre, il mondo non ci appartiene e neanche l’altro ci appartiene. Anche noi non apparteniamo a noi stessi, ma ci siamo stati dati in dono. Mi pare che ne consegua una forte relativizzazione di tante nostre pretese, di tanti desideri infondati, di tante illusioni che ci fanno inutilmente soffrire. Non costruiamo noi sulla terra il regno dei cieli. Gettiamo dei semi di bontà, di amore, di giustizia, a volte senza vederne il frutto. Non è la logica del “tutto e subito, qui e ora”. C’è una sete di infinito che non è secondo l’evangelo. Quelli che entrano nel matrimonio credendo che la loro sete di comunione sarà dissetata e la loro ferita guarita non saranno mai felici. Quelli che pensano di realizzare nella comunità, nella società il regno dei cieli saranno delusi o finiranno per imporsi con la forza. Un poeta, Hölderlin, aveva osservato: “Ciò che ha reso lo stato un inferno è che l’uomo ha voluto farne il suo paradiso”. A dispetto di ogni nostro sogno, di ogni nostro dogmatico idealismo la realtà nella quale viviamo è mancante, è ferita. La zizzania c’è; dentro di noi, nella chiesa, nel mondo. Bisogna curare il buon grano, con amore e pazienza, senza condannare gli altri. Siamo chiamati a porre un segno di amore gratuito; “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. La ricompensa è già stata data, in anticipo. Allora
possiamo essere testimoni di amore e di speranza in mezzo agli uomini, nella fedeltà alla terra e nell’attesa del regno.

Vorrei leggere un secondo testo che ci parla del cristiano come un uomo in cammino. È il passo di Marco 6,7-13.

Non allontaniamo da noi la parola ritenendo che l’evangelo che abbiamo letto riguardi soltanto chi svolge più direttamente un ministero di predicazione nella chiesa; è parola che ci concerne tutti in quanto battezzati, discepoli del Signore chiamati, dice a Pietro, a rendere ragione della speranza che è in noi (cf. 1Pt 3,15). Gesù, che ha cominciato a inviare i dodici, invia ciascuno di noi nel quotidiano, nella ferialità della sua vita, a predicare l’evangelo e a contrastare l’azione del demonio. Le consegne di Gesù ai suoi sono polarizzate attorno a due temi: lo spogliamento, unica preparazione alla missione, e il comportamento da tenersi in caso di rifiuto. E certo Marco colpisce per la sua radicalità. Se il testo parallelo nell’evangelo di Matteo considera con pari interesse l’accoglienza e il rifiuto dell’inviato, Marco no. Gesù nell’evangelo di Marco sottolinea più l’eventualità del rigetto che non quella dell’accoglienza. Quest’invio, del resto, è preceduto dal rifiuto di Gesù da parte dei suoi, di quanti presumevano di conoscerlo e di sapere tutto su di lui ed è seguito dalla narrazione della morte del Battista, profeta rigettato, di cui Gesù dirà: “Hanno fatto di lui ciò che hanno voluto” (Mc 9,13). Marco dunque ci annuncia una via stretta, prospetta il cammino di un servo che non è più grande del suo padrone e che al pari di lui sarà rifiutato e perseguitato. Gesù prepara i suoi, prepara i dodici alla missione. E se Marco al c. 3 ci dice che Gesù chiama i dodici perché stiano con lui, condividano il suo cammino e la sua vicenda e poi li invia, qui lo stare con Gesù, la familiarità con lui, la comunione con la sua vicenda si esplicita in una situazione di radicale spogliamento. Vi è una fortissima accentuazione delle condizioni negative, di ciò che deve mancare, non esserci, di ciò che è di impedimento alla missione e che dunque il discepolo non deve portare con sé. “Ordinò loro che, oltre il bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa”. Sembrerebbero tutte cose quanto mai ragionevoli, indispensabili per uno che si prepara a viaggiare senza avere neppure una meta precisa, senza sapere se e come sarà accolto. Eppure Gesù sembra contraddire l’umano buon senso, pone i suoi in una situazione di indigenza, di assoluta precarietà in cui è chiaro e certo fin da principio che l’inviato non è autosufficiente, non può contare su di sé, non può avere alcun espediente per mettersi in salvo, per salvare la propria vita. In questo il discepolo  “sta” con il Signore; come Gesù si lascia salvare dal Padre, non pretende di salvare da sé la propria vita, cioè di darle un senso; lascia che sia il Signore a salvarlo, a riempire di senso la sua esistenza.
“Ne costituì dodici perché stessero con lui e anche per mandarli a predicare”. Ma questa, mi pare, prima di essere la condizione dell’apostolo è la condizione della nostra vita umana. A volte ci sentiamo gettati nella vita demuniti, inermi, mancanti di qualcosa che pare quanto mai necessario alla nostra sopravvivenza. Nell’adesione profonda alla nostra umanità, alla nostra umana vicenda, alla nostra carne, il Signore ci chiede di leggere con spirito di fede in questa povertà, in questa condizione di radicale insufficienza il disegno d’amore di Dio che fin da principio, prima di una nostra risposta, ci ha eletto, messo a parte, fatti poveri perché troviamo in lui la nostra ricchezza e perché nulla ci sia più caro di Cristo Gesù. E ciascuno di noi sa qual è il pane, la bisaccia, il denaro che non gli sono stati dati e che pure, tante volte, rimpiange o s’affanna a procurarsi da sé.
Ma “Beato colui che non si scandalizza di me”, dice il Signore”. 
Nell’evangelo di Marco, tuttavia, a differenza degli altri sinottici, vi è qualcosa che non solo è lecito portare, ma che assolutamente bisogna portare con sé. L’inviato indossa i sandali e porta con sé il bastone. A nessuno sfugge il parallelo con l’esodo di Israele dall’Egitto. Il popolo di Israele, al momento dell’esodo, deve mangiare l’agnello pasquale con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano. Ed è un bastone che accompagna Mosè e Aronne nell’incontro con il Faraone e che si trasforma in serpente e sconfigge la sapienza egiziana; è il bastone di Mosè che, steso sul mare, lo divide e fa passare gli ebrei attraverso le acque; è un bastone che percuote la roccia e ne fa uscire acqua per dissetare Israele nel deserto. O forse Marco ha presente il testo di 2Re 4,29 in cui Eliseo chiama il suo servo Ghecazi e lo invia a guarire il figlio della vedova; consegna al servo il suo bastone, simbolo del suo potere: “Cingi i tuoi fianchi, prendi il mio bastone e parti. Se incontrerai qualcuno non salutarlo; se qualcuno ti saluta, non rispondergli. Metterai il mio bastone sulla faccia del ragazzo”. Il bastone, dunque, accompagna tutta la storia del popolo di Israele ed è un bastone che aiuta a vivere, che sprigiona energie di vita in ogni situazione.
Ma i padri della chiesa, leggendo l’evangelo, hanno visto raffigurato in questo bastone la croce. Ciò che occorre portare è la croce. Nient’altro, oltre ad essa, nient’altro che la croce è ciò su cui possiamo contare, su cui ci possiamo appoggiare lungo il nostro cammino. La croce che pesa sulle nostre spalle
paradossalmente è la nostra forza, la nostra ricchezza, tesoro prezioso. Quando la rigettiamo, quando non ci appoggiamo più su di essa e la lasciamo cadere a terra, allora diventa un ostacolo sul nostro cammino, ci sbarra la strada, ci è di inciampo. Così accade ogni volta che in qualche modo vogliamo sbarazzarcene.
Saremo tentati di chiederci in quel momento, se siamo stati avveduti nel preparare il nostro viaggio, e ci tormenterà il pensiero che fosse avremmo dovuto prendere con noi bisaccia, pane, denaro e chissà quante altre cose. Forse ci volgeremo a colui che ci ha inviati mettendo in discussione le sue parole. Ma non è mai la nostra povertà, la nostra miseria che ci sbarra il cammino, non è neppure il nostro peccato, le quotidiane cadute da cui sempre ci possiamo rialzare. Tutto questo il Signore già sapeva e conosceva. Ma il rigetto della croce, questo sì, ci sbarra la strada. Se portiamo con noi il bastone, la nostra croce, il peso della nostra radicale miseria e delle contraddizioni che sono dentro di noi lasciandoci illuminare dalla Pasqua, dalla resurrezione, dalla vita che nasce dal sepolcro, allora potremo sopportare anche il peso delle contraddizioni e del rifiuto che ci vengono da fuori da noi senza stupirci né scandalizzarci se non veniamo accolti, se siamo fraintesi o rifiutati. Colui che ha detto: “Dove sono io, voglio che sia il mio servo” (Gv 12,26) prima di stare sulla croce, è stato nel rifiuto, nell’incomprensione dei suoi, nella condanna di chi faceva risalire al demonio ogni sua opera e parola, nell’abbandono degli amici. Ma Gesù non si ferma, continua a fare il bene, a esercitare misericordia, a seminare il buon seme della parola in misura sovrabbondante. E al discepolo cui viene preannunciata l’eventualità del rigetto è chiesto di non lasciarsi sgomentare dal rifiuto e soprattutto di non lasciarsi sedurre e irretire in una logica non evangelica quando non viene accolto né capito. É già difficile restare agnelli in mezzo agli agnelli, ma il Signore ci chiede di restare agnelli anche in mezzo ai lupi. “Scuotete la polvere dai vostri piedi”. Il discepolo, che non si attende né riconoscimenti, né ricompense da parte degli uomini, continua ad annunciare l’evangelo nella libertà, senza imporsi, ma
continuando il suo cammino nella confidenza amorosa nel suo Signore che solo discerne i cuori e appoggiandosi con ancor più forza al bastone della croce.
Pensavo, leggendo queste parole dell’evangelo, a papa Giovanni, discepolo e apostolo del Signore, forte davvero soltanto della croce di Cristo. Al momento della morte, papa Giovanni si volge al suo segretario e gli dice: “Non ci siamo voltati indietro a raccattare le pietre che ci venivano tirate addosso”. Nessuna vendetta, nessun ripiegamento su di sé per leccarsi le proprie ferite, si va avanti, guardando in alto.
Ma questa croce che ci accompagna, è “croce di luce”, come dicevano i padri, perché il crocifisso è risorto, perché con l’alba della Pasqua nella nostra vita sono state immesse le energie della resurrezione. Già ora, a tratti, ci è dato di sperimentare qualcosa di quella vita che sarà piena soltanto nel regno, già ora siamo chiamati in virtù di questa croce di luce a porre dei segni del regno che viene in mezzo agli uomini, segni di liberazione, di guarigione, di perdono, segni di resurrezione, annuncio che la vita è più forte della morte. “Non temete, dice il Signore. Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). E se il Signore è con noi, di chi o di che cosa potremo avere paura? “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28).

Vorrei leggere un terzo testo biblico, tratto dall’Apocalisse. Lungo il nostro cammino conosciamo la tentazione di fermarci, di perderci seguendo altre vie, o addirittura di tornare indietro. Troviamo l’esempio di una chiesa che si è stancata di camminare nel libro dell’Apocalisse al c. 3,14-22: è la chiesa di Laodicea che viene rimproverata dal Signore. Le sette lettere alle chiese dell’Apocalisse seguono tutte un identico schema: ad ogni chiesa viene anzitutto annunciata la sua situazione. Dio fa la verità, la parola di Dio ci pone di fronte alla verità. Dicono i padri: “La Bibbia è specchio di chi la prega”, riflette la nostra immagine, mette a nudo i nostri pensieri e ci rivela il nostro cuore. Quando cerchiamo di pregare con la Bibbia troviamo riflesse in essa due immagini: il volto di Cristo e, accanto al suo, il mio volto, così diverso, così dissomigliante! La lettera agli ebrei ci dice che la parola di Dio “è viva, efficace, tagliente più di una spada a doppio taglio, penetra fino alla giuntura dell’anima e dello spirito, delle articolazioni e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). La parola di Dio mette in crisi situazioni false, provoca un ripensamento, ci mette davanti agli occhi la nostra verità, quel volto di tenebra che nascondiamo sempre alle nostre spalle per illuderci di essere soltanto luce. Fare la verità, discernere: questo è il primo momento di tutte le lettere. Poi, quando si è fatta chiarezza, allora giunge un appello alla conversione – è il secondo momento – al quale segue il rinnovarsi delle promesse – terzo momento. Siamo spesso tentati di mascherare e soffocare il primo momento, o forse di sostituirlo subito con il terzo: una promessa senza che sia fatta la verità e senza la fatica della conversione. E invece chi cerca veramente il Signore viene anzitutto a conoscere se stesso, la propria realtà di peccato. Qual è la situazione della chiesa di Laodicea? Non è rimproverata perché fa delle cose particolarmente cattive; in fin dei conti i peccati rimproverati alle altre chiese sembrano più gravi. In apparenza le cose non vanno tanto male. 
Ma il male è proprio qui. La chiesa di Laodicea si è lasciata soffocare dalla normalità, dalla quotidianità. Non cerca più nulla, non desidera niente. Sta bene così com’è, non è né fredda, né calda. La sua fede si è intiepidita, la parola di Dio è ridotta a parola accanto a tante altre parole, continua a fare dei gesti, forse liturgici, ma senza crederci troppo. Mi verrebbe da dire, a leggere queste righe, che la chiesa di Laodicea si trova nell’acedia, o accidia, la cattiva tristezza che la tradizione cristiana indica come uno dei mali più gravi della vita spirituale. È una specie di paralisi spirituale nella quale vien meno ogni zelo, ogni motivazione. In realtà non si vive, ci si lascia vivere. Forse si continua a fare ciò che si è sempre fatto, ma senza crederci più, divorziando dalla propria vita. È la reazione di chi è disilluso, di chi forse ha avuto grandi speranze, un grande fervore ma a un certo punto, dinanzi alla crisi, alle difficoltà della vita, ha gettato le armi, ha rinunciato a lottare perché in verità non crede che ne valga la pena. È il disincanto universale che spesso coglie chi ha voluto vivere e cercare il Signore in verità e poi dinanzi alle resistenze che vede in sé e negli altri comincia a chiedersi: “È tutto qui? Non abbiamo da aspettarci nient’altro?”. È quella domanda che nella seconda lettera di Pietro pongono alcuni cristiani che deridono l’entusiasmo degli altri dicendo: “Dov’è la promessa della venuta del Signore? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione” (2Pt 3,4). Non è cambiato nulla! Siamo sempre allo stesso punto! Si fanno sempre i soliti discorsi!
Sono i pensieri che spesso si affacciano alla nostra mente, ma sono pensieri che intorpidiscono il nostro zelo d’amore per Dio e per i fratelli. Per trarre la chiesa di Laodicea fuori da questo grigiore nel quale tutto sembra inesorabilmente scontato e la vita di fede si riduce alla ripetizione di gesti e di riti formali il Signore la provoca con le sue affermazioni: “Sto per vomitarti dalla mia bocca”, cioè basta! Non ti voglio più così, mi sei diventata insopportabile. Al limite preferirei che tu cadessi in un peccato visibile e manifesto, avresti maggiori possibilità di accorgertene e di riprenderti. Il Signore è stanco della nostra nauseante mediocrità. Questa comunità che si lascia vivere in realtà è morta. “Non sai di essere infelice, miserabile, povera, cieca e nuda”. Queste parole così forti sono dettate dall’amore, è l’estremo tentativo di Dio di scongiurare la paralisi totale. Si può sempre ricominciare. Qualunque sia il passato è sempre possibile ricominciare, ma occorre volgersi in verità al Signore, riconoscere il suo amore per noi e vivere di questo amore.
Chi ama Dio, e ce lo dice l’apostolo Giovanni, vuole ciò che Dio vuole, fa la volontà di Dio e cosa vuole in definitiva Dio? Vuole semplicemente una cosa, vuole che l’uomo, che ciascuno di noi ami come lui ama. Dio è amore e siccome ci vuole simili a lui, conformi a lui, fino a diventare i suoi figli, allora lui vuole che noi amiamo come lui ama noi, come lui ama le sue creature, ecco perché Gesù ha
fatto il legame tra primo e secondo comandamento, o meglio ha fatto un solo comandamento di due comandamenti presenti nella Torà: ha unito lo shemà: “Ascolta Israele! Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua vita, con tutta la tua mente”, questa è la preghiera dell’ebreo, questo è lo shemà, ma vi ha unito un altro comando che sta all’interno del Levitico, Levitico 19, dove sta scritto: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.
Vedete Gesù ha unito i due amori; ci ha detto che non è possibile l’amore per Dio senza l’amore del fratello, l’amore del prossimo. E, per Gesù, tutta la legge è condensata nel comando di amare Dio e amare il prossimo; i due amori sono oggetto di un solo comandamento.
E qui c’è davvero la novità di Gesù rispetto all’Antico Testamento, rispetto alla Torà: l’amore di Dio non può essere disgiunto dall’amore del prossimo al punto che l’amore per il prossimo è il segno che rivela se uno ha o non ha l’amore di Dio in lui e qui allora dobbiamo stare attenti perché il messaggio di Gesù è molto chiaro: è possibile amare il prossimo senza amare esplicitamente Dio; è possibile amare il prossimo senza conoscere Dio; è possibile amare il prossimo senza essere consapevoli dell’amore di Dio; ma non è possibile amare Dio senza amare il prossimo. Giovanni, l’apostolo, può dire: “Se uno dice: io amo Dio, ma non ama il fratello è un mentitore” – oppure dice – “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare il Dio che non vede”, sempre nella sua prima lettera, al capitolo 4, versetti 19-20. E: “Se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane in noi e il suo amore in noi tende alla pienezza”. Resta il comandamento, dunque, per noi cristiani: “Se ami Dio ama anche tuo fratello” (1Gv 4, 21). 
Dobbiamo dirlo: il grande pericolo è una fede sentimentale, che purtroppo è molto presente ed è tornata molto presente in questi ultimi anni, ma che non è garanzia di una fede cristiana.
Qual è il compito di chi più è avanti nella vita nei confronti dei più giovani?
Come gli esploratori di Nm 13,25-33, inviati nella terra promessa per testimoniare ai fratelli la grandezza dei doni del Signore, così chi di noi ha già percorso una parte del suo cammino dietro a Gesù, sperimentando per grazia in certi momenti qualche cosa della dolcezza e della bellezza del regno, è chiamato a testimoniare agli altri che vale la pena di vivere dietro al Signore Gesù, che già ora sono all’opera le energie della resurrezione, anticipazione di quella vittoria finale e totale su ogni forma di morte, il male, il dolore, il peccato che ora minaccia il nostro cammino. C’è una fatica, c’è una lotta da affrontare, ma vale la pena e già ora se ne vedono i frutti.