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venerdì 29 aprile 2016

Enzo Bianchi Energia che guarisce


Osservatore Romano
29 aprile 2016
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose


Dopo l'enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI sull'amore di Dio raccontato e vissuto da Gesù Cristo ed effuso attraverso lo Spirito santo nel cuore di ogni cristiano, ora il Papa con l'esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia ha tracciato lavia nella quale l'amore di Dio può essere vissuto nelle storie d'amore che uomini e donne intrecciano dando vita a famiglie.


Questa esortazione potrebbe essere intitolata via amoris perché indica concretamente un cammino da percorrere che è gioia per tutta l'umanità. Così il primato dell'amore è confermato al di sopra di ogni situazione letta dottrinalmente e giuridicamente. Il Pontefice afferma con coerenza che se il Vangelo è gioia, gaudium, allora l'amore di Dio donato al cristiano è anch'esso buona notizia, Vangelo, e dunque gioia, laetitia. Per questo al centro dell'esortazione- tutta preziosa e da ascoltare con attenzione - sta la perla luminosa e ravviante del quarto capitolo, interamente dedficato all’amore nella vita matrimoniale: un canto all'amore che ha come traccia il tredicesimo capitolo della prima lettera ai Corinzi. Il Papa riesce a leggere il brano di san Paolo ascoltando uomini e donne di oggi che cercano per tutta la vita di vivere questo amore cristiano nell'ascolto della Parola di Dio, nella lotta spirituale, nel dare senso alle loro storie d'amore.

È una contemplazione dell'amore che sente e vede in grande (machrotymei), dell'amore che vuole e realizza il bene e dell' amore che plasma le relazioni. Francesco delinea una strada per vivere l'amore tra uomo e donna, tra genitori e figli, nello spazio senza barriere, mai chiuso, della famiglia. Opus amoris, lavoro dell'amore, esercizio necessario affinché le storie d'amore diventino opere d'arte, senza idealismi né spiritualismi. Canto dell'amore della famiglia, quindi, ma dettato dal realismo di chi conosce il duro mestiere di vivere, la laboriosa arte della carità, la fatica del vivere insieme nella sottomissione reciproca e in una fedeltà che non viene meno. Questo ideale non è mai offuscato o dimenticato nell'esortazione: è posto davanti a ogni essere umano sul quale esercita attrazione e stupore, ma senza idealizzare i rapporti nella vita familiare. L'esperienza del limite della fragilità umana e della debolezza della carne ci dicono infatti che la contraddizione alla volontà del Signore è attestata ripetuta da tutti: anche nella vicenda dell'amore l'esperienza del peccato è presente in diversi modi perché, come ha eletto Gesù, basta guardare una donna con desiderio nel cuore per commettere adulterio (cfr. Matteo, 5, 28).

Nelle comunità dei credenti queste contraddizioni possono fornire la tentazione ad alcuni - che si sentono giusti, forti e sani – di emarginare chi ha peccato, pensando così di estirpare il male: è la perenne tentazione di strappare la zizzania, denunciata da Gesù nella celebre parabola. Ma, sull'esempio lasciatole dal suo Signore, la Chiesa già a partire dal concilio di Gerusalemme, come ricorda Papa Francesco, ha cercato di acconsentire quasi sempre all'affermazione della misericordia.

La via della misericordia richiede di non escludere né di emarginare, ma di impegnarsi affinché il peccatore non muoia ma abbia la vita.

La Chiesa non può far altro che imitare Gesù, il quale all'adultera che ha peccato dice: «Neanch'io ti condanno» (Giovanni, 8, 11). La condanna è sul peccato, la misericordia sul peccatore perché nessun peccato può definire chi lo ha commesso. Proprio il dono della misericordia che contiene sempre il perdono può causare la conversione, il mutamento di vita. La via della misericordia è sempre grazia, energia divina che giustifica e dà forza dove c'è debolezza, porta guarigione dove c'è malattia.

Questa esortazione nell'anno giubilare della misericordia ci vuole aiutare a riscoprire che la misericordi aannunciata da Gesù non è secondo la meritocrazia, non può essere meritata né condizionata, perché la giustizia di Dio a essa immanente non è mai punitiva magiustificante.

La Chiesa è nel mondo anche presenza che accoglie i peccatori, non è l'assemblea di quanti si sentono giusti o dicono di vedere: e quando discerne qualcuno in situazione «cosiddetta irregolare», cioè non conforme alle esigenze del Vangelo, deve trattare questi peccatori manifesti (pubblicani) come li ha trattati Gesù, andando a cercarli, alloggiando da loro, accompagnandoli senza mai abbandonarli (cfr. Matteo, 9, I0-13).

Per vivere questo non occorre una normativa generale di tipo canonico applicabile in modo indifferenziato in tutte le situazioni e nelle diverse aree culturali, come ricorda il Papa, ma occorre piuttosto che la Chiesa, attraverso i suoi pastori eserciti il discernimento nelle diverse situazioni personali senza mai cadere nella casistica degli scrupolosi o dei giusti incalliti, interessati più a misurare il peccato che a leggere le sofferenze che sempre accompagnano le contraddizioni alla volontà di Dio.

L'esortazione, per la quale sale dalla Chiesa un ringraziamento al Signore, annuncia la gioia dell'amore e chiede di crescere nella fede, di diventare cristiani maturi ( cfr. .Ebrei, 5, 14) così da vivere la libertà dello Spirito santo, la capacità di non condannare, e quel discernimento spirituale che aiuta a pensare in modo da «giudicare da se stessi» (Luca, 10, 54-57). Non parole ambigue, dunque, nessun silenzio sulle verità del messaggio cristiano, ma un cantus firmus all'amore che viene da Dio, all'amore che, vissuto, rende Dio presente in mezzo a noi.