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mercoledì 6 aprile 2016

Alberto Melloni Chi uccise gli uomini di Dio..


Chi uccise gli uomini di Dio predicatori del dialogo
di Alberto Melloni
in “la Repubblica” del 4 aprile 2016

La comunità di Bose, secondo un uso liturgico antico, allinea da sempre nella sua preghiera due serie di intercessioni.
Nella prima si prega per il mondo così come lo vede Dio: con le sue chiese disunite, i suoi pastori e i suoi sovrani, i suoi credenti. Nell’altra intercessione si deposita in Dio la memoria di ciò che ogni uomo può vedere: la fragilità del vivere, la fedeltà intermittente di chi ama, e non ultimo il dolore dei paesi in guerra. Paesi che nel linguaggio della preghiera di Bose venivano e vengono ricordati con un termine tecnico, teologicamente denso: “Situazioni”.
Nella prima metà degli anni Novanta chi fosse passato dal monastero sulla Serra di Ivrea avrebbe perciò sentito pregare molto, in ginocchio, per «la situazione in Algeria». La terra di Henri Teissier, l’arcivescovo di Algeri (che la chiesa cattolica si è dimenticata di fare cardinale). L’Algeria di Pierre-Lucien Claverie, il vescovo morto martire ad Orano. L’Algeria degli uccisi nella guerra civile, che aveva in sé cause ed effetti che oggi vediamo meglio.
Quel paese, infatti, aveva subito i contraccolpi delle guerre iniziate dieci anni prima nella regione che va dal Libano all’Afghanistan. Lì si erano liberate energie di morte prima sconosciute: i “freedom warriors” finanziati da Reagan, che avremmo imparato a chiamare Talebani; i miliziani della “guerra imposta” dall’Iraq all’Iran; i mercenari reclutati nel Maghreb e mandati a combattere nei deserti o in Bosnia. I reduci di quelle guerre tornavano a casa come se avessero assunto una cocaina teologica: pronti a uccidere per imporre uno “stato islamico”, che in realtà era solo un fascismo religioso, maschilista e oscurantista, indegno della grande cultura musulmana.
In Algeria fu interprete di quella utopia politico-religiosa il Fronte Islamico di Salvezza. Il Fis vinse le elezioni del 26 dicembre 1991: ma l’adito al potere fu sbarrato da un golpe militare dell’11 gennaio successivo. E il Fronte passò alla lotta armata, presto scavalcato da un’altra formazione, il Gruppo Islamico Armato, fatto di militanti e reduci più spregiudicati nel fare della guerra civile una guerra di sterminio.
Le stragi del Gia dell’estate del 1997 a Hai Rais e Bentalha documentano la ferocia con cui villaggi accusati di collaborazionismo con l’esercito vennero sterminati: con bambini e adulti sgozzati dai boia. Racconti più frammentati parlano di borghi annichiliti dall’esercito, sulla base di accuse generiche di collaborazionismo con gli islamisti. E hanno lasciato poche tracce le prigioni governative nel deserto, da cui s’usciva o morti o senz’anima.
Questa la “situazione” — attorno alla quale si mosse un mondo fatto di diplomatici, di trafficanti, di furbi, di cinici come quello che vediamo danzare anche oggi attorno a tragedie internazionali simili — ricordata nelle preghiere di Bose. Ma anche dentro i confini algerini c’era una presenza orante.
C’era la preghiera islamica che metteva le stesse parole in bocca ai carnefici e alle vittime. C’era la preghiera cristiana che saliva da una chiesa cattolica piccolissima, uscita dalla decolonizzazione con una scelta di silenzio e di carità che la teneva vicina al destino del popolo: come la preghiera che si levava dal monastero trappista di Tibhirine, fondato sulla montagna dell’Atlante, negli anni Trenta del Novecento.
Tibhirine faceva parte, all’inizio, della politica religiosa della Francia. Però, dopo la vittoria della resistenza e l’indipendenza, era diventato ciò che è e deve essere ogni cristiano e dunque ogni monastero: un nulla donato, solidale con la vita semplice dei tempi di pace e la vita dolente dei tempi di guerra.
Superiore del monastero trappista dal 1984 era frère Christian Du Chergé, un francese. Giovane novizio anticolonialista era stato mandato a far la guerra in Algeria nel 1961. Salvato da un amico musulmano durante un conflitto a fuoco, Du Chergé si stabilisce nell’Algeria liberata, diventa monaco a Tibhirine nel 1972 e dal 1979 anima il circolo di dialogo islamo-cristiano “Ribat es Salam” (il “Vincolo della pace” di Efesini 4).
Quando scoppia la guerra civile il priore e i suoi fratelli decidono di restare in Algeria, anche se sono un bersaglio. Per incutere paura e provocare decisioni internazionali vantaggiose per gli eserciti in lotta, infatti, non bastavano le migliaia di algerini (alla fine 150 mila) passati per le armi dai miliziani e dai militari: serviva sangue europeo. E a Tibhirine ce n’era. La sera fra il 26 e il 27 marzo di vent’anni fa qualcuno venne a ritirarlo.
Sette dei nove monaci, d’età compresa fra i 45 e i 66 anni, furono catturati da un commando, apparentemente del Gia e portati via. Furono uccisi: e gli ultimi “proprietari” dei sette ostaggi riconsegnarono il 21 maggio solo le loro teste. Cosa che fece pensare, più che a una decapitazione “rituale”, a un gesto studiato per nascondere corpi che avrebbero rivelato se i trappisti erano morti in un blitz fallito o in una operazione di servizi o in un rapimento ordito per fingere una liberazione propagandistica.
Così quei sette monaci diventarono parte non solo della lista dei martiri d’una chiesa spesso incerta a definire così la morte credente o della storia del cinema (con Uomini di Dio di Xavier Beauvois).
Diventarono parte del destino del popolo in cui erano voluti “scomparire”.
In una chiesa che allora si beava dello strafare papale, che premiava con le sedi episcopali l’attivismo semipelagiano delle sottomarche cattoliche in competizione fra loro, quella scelta aveva dotato la comunità e il suo priore di una chiaroveggenza senza pari.
Ne fa fede uno dei testi spirituali più belli del Novecento, cioè la lettera-testamento di frère Christian indirizzata “al fratello” che lo ucciderà e atteso da questo monaco dotto e profondo. In quel testamento (riedito in Più forti dell’odio, Qiqajon) fr. Christian scrive che dare la vita permetterà a chi crede nel «Dio uno» di «contemplare con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede»; di gioire dello Spirito «la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze».
Parole firmate col sangue sparso quando qualcuno staccò il filo che lega la mente al cuore dell’essere umano: che può fare il falco, può fare la colomba. Oppure può essere umano e diventare un nulla donato che nella prova rimane solidale con l’ultimo.