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martedì 1 marzo 2016

Maria dell'Orto E se fosse una predica?


La difficile arte di riconoscere l’amore nel vangelo di Luca

Pubblichiamo il commento della monaca di Bose MARIA DELL’ORTO a Luca 7, 36 - 8, 3 tratto dal libro «La follia del vangelo» (Qiqajon, 2014).  (Osservatore Romano 1 marzo 2016)


Ancora una volta il Vangelo ci annuncia ciò che gli sta più a cuore, e cioè che l’inizio, il fine e la sostanza stessa della fede che vuole suscitare nei nostri cuori è l’amore. Che vivere nella fede di Gesù è vivere a favore degli altri, conformandosi a lui che è venuto non per essere servito ma per servire. E che, dunque, l’unica visibilità della fede, l’unica eloquenza cristiana, è l’amore umile e grande di chi serve il suo prossimo. Ora, proprio perché la fede è al caro prezzo dell’amore gratuito o non è affatto, il Vangelo mette il dito in una grande piaga, mostrando l’eterna tentazione degli uomini religiosi, quella della fede che vuol rendersi visibile a basso prezzo, sottraendosi alla responsabilità dell’amore .
La scena evangelica racconta il grande amore per Gesù di una donna, che faceva la prostituta. Un amore dimostrato non a parole — infatti non disse proprio nulla — ma con l’eloquenza di gesti amorosi, umili e sapienti, da vera esperta dell’amore. Gesù vede i suoi gesti di un così amoroso e umile servizio, del tutto silenzioso, e vi riconosce la sua fede e la sua salvezza. E alla fine le dirà: «La tua fede ti ha salvata, va’ in pace». E la ritroveremo con Gesù e gli altri discepoli e discepole a servirli.
Ma accanto allo sguardo di Gesù, ci è raccontata la reazione, a quegli stessi gesti, di un uomo religioso, di quel Simone, appartenente al gruppo dei farisei, che era il padrone di casa che aveva invitato a mensa Gesù.
Il Vangelo è impietoso nel raccontarci la visione accecata di Simone, la sua percezione stravolta di ciò che avviene sotto i suoi occhi. Dove c’è un grande amore, quello della donna, lui vede impurità e peccato. Dove c’è il discernimento e l’accoglienza amorosa e stupita di Gesù verso la donna che ama così tanto, lui vede una carenza religiosa, una contraddizione alla santità, una smentita della sua identità di profeta. Né i gesti della donna né l’atteggiamento di Gesù sono per lui occasione e provocazione a interrogarsi su di sé, ma solo occasione per rafforzarsi nella sua cecità viziosa. Gesù ha denunciato molte volte il grande male della cecità e dell’ipocrisia che tenta gli uomini religiosi: ritenere che l’identità religiosa conti più delle azioni, più di ciò che si fa o non si fa; usare l’identità religiosa di esperti della legge di Dio come evasione dalla responsabilità che proprio quella stessa Legge dà a ognuno di agire con giustizia, verità e amore. Non dimentichiamo mai che in Ma t t e o 25 tutti i peccati gravi contestati sono peccati di omissione.
Simone, ignorante in amore, non lo riconobbe nei gesti gratuiti della donna. Passato oltre all’evidenza e all’intelligenza di quei gesti, che altra intelligenza gli resterà? Infatti, il motivo del suo dubitare di Gesù — «Se fosse un profeta, saprebbe che specie di donna è questa che lo tocca» — rivela che non ha intelligenza neppure del ministero che Dio, per amore del suo popolo, dà ai suoi servi i profeti nelle Scritture sante di Israele.
Il ministero del profeta non è forse il faticoso e santo stare tra la santità di Dio e la miseria anche morale del popolo? Ammonendo costoro perché facciano ritorno a Dio smettendo di fare ingiustizie e cominciando ad amare il proprio prossimo? E infatti Gesù, da vero profeta, vedendo nell’amore della donna la sua guarigione e salvezza, si prende cura di Simone, il vero malato.
La cecità di Simone, uomo religioso, è ammonizione severa, profetica ed evangelica, per ciascuno di noi. Ciò che David nostro padre seppe ascoltare, e riconoscere, dalla bocca del profeta Natan, nel Primo Testamento: «Sei tu quell’uomo» (2 Samuele, 12, 7), il Vangelo lo dice a ciascuno di noi. Perché il Vangelo non ci conferma mai nei nostri pregiudizi, anzi, rivelandone l’ipocrisia, ammonisce ciascuno a svegliare e convertire se stesso.
Come la cecità di Simone è severo ammonimento, così il discernimento amoroso della donna e di Gesù sono un magistero fondamentale per noi. Quella donna, prima fra tutti, discerne in Gesù con l’intuito dell’amore un povero e anche un uomo di Dio veritiero e compassionevole, e fa per lui tutto ciò che è in suo potere fare, tutto ciò che la sua grande intelligenza amorosa le suggerisce. Nel Vangelo non si dice affatto che questa donna cercasse perdono e salvezza. No. E anche questo è importante. La propria salvezza non può essere mai lo scopo dell’amore. Ne è solo, ma sempre, la conseguenza. Poiché chi vuol salvare la propria vita la perde, e solo chi la perde per amore la salva. Di lei è detto solo il suo grande amore, e la sua capacità di non lasciarsi inibire dallo sguardo del padrone di casa, che per esperienza ben sapeva prevedere.
Ed è magistero per noi lo sguardo di Gesù che si lascia stupire come da una rivelazione, e sa far tesoro di questi gesti gratuiti ed eloquenti di amore. Sa trarne non solo consolazione ma anche edificazione e insegnamento per sé. Infatti, prima di essere catturato e ucciso, per dare un segno eloquente della grandezza, umiltà e gratuità del suo amore per i discepoli, si chinerà sui loro piedi e li laverà. Il Vangelo ci supplica, con questo racconto, di avere sguardo e discernimento per riconoscere l’amore ovunque si mostri, senza badare alla buona o alla cattiva fama delle persone, e di imparare da costoro ad amare.
Parlando a Simone, Gesù dice una doppia sentenza: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. A chi invece si perdona poco, ama poco», attestando così un doppio legame tra perdono ricevuto e amore. Questa doppia sentenza, che non parla della difficoltà di perdonare ma piuttosto di quella di essere consapevoli del proprio bisogno del perdono dell’altro, è un buon criterio di discernimento e di interpretazione dei nostri amori: sia di quelli felici, che di quelli miserabili, o mancati del tutto.
Dobbiamo chiederci di ogni amore che viviamo se ci porta a conoscere di più noi stessi come persona bisognosa di perdono, o se invece rimpicciolisce, o addirittura spegne questa consapevolezza. Perché, in questo caso, dice il Vangelo, questo amore rimpicciolisce la nostra capacità di amare.