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venerdì 4 marzo 2016

Enzo Bianchi Vestire quelli che sono nudi


Vita Pastorale, Marzo 2016
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Un tempo la gente povera e semplice per esprimere la propria felicità ripeteva queste parole: “Abbiamo pane, casa e vestiti”, ossia ciò che è necessario per vivere come umani, ciò che può assicurare l’umanizzazione delle nostre vite.
Era anche un’eco, forse inconsapevole, di un’esortazione apostolica: “Quando abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci” (1Tm 6,8). Oggi però vestire quelli che sono nudi, la terza nella lista delle azioni di misericordia verso i corpi, è diventato difficile da discernere e da praticare. Cosa significa, infatti, vestire ed essere vestiti? E il vestito stesso che significato porta in sé?

La verità è che noi umani nasciamo nudi e non abbiamo, come gli altri mammiferi, pelli e peli che ci siano di protezione. La nudità esprime la nostra fragilità, ma permette anche la bellezza unica del corpo. La nudità, che dice la nostra natura, è come una vocazione alla cultura, chiamata a dare ai nostri corpi un linguaggio, un’eloquenza. Sì, noi siamo parola, non solo con la nostra bocca e i nostri gesti, ma innanzitutto attraverso ciò che scegliamo di mettere sul nostro corpo nudo: un mantello, un vestito, una collana, un bracciale o semplicemente un tatuaggio… Abbiamo bisogno che la nudità ricevuta dalla natura sia letta dagli altri, diventi cultura, perché solo così esprimiamo veramente la nostra soggettività.

All’inizio del nostro venire al mondo siamo nudi, ma subito siamo ricoperti; e alla fine della nostra vita siamo di nuovo denudati e rivestiti da altri. Nella nostra vita impariamo a vestirci in primo luogo con ciò che ci è consegnato, poi ci vestiamo manifestando la nostra soggettività, poi nuovamente ci spogliamo o siamo spogliati per raggiungere la terra, nostra madre. Non sfugge a nessuno che il bambino richiede di essere vestito, e così pure il vecchio, che stende le mani e deve farsi aiutare nel vestirsi (cf. Gv 21,18). Ma chi è nudo? È facile rispondere a questa domanda. È nudo colui che è povero, che spende ciò che ha per mangiare e deve accontentarsi di vestirsi con stracci. È nudo il mendicante che indossa sempre gli stessi abiti puzzolenti e consumati, perché non ne ha altri. È nudo chi non ha vestiti sufficienti per proteggersi dal freddo, come molti migranti del sud del mondo che giungono nelle nostre fredde terre coperti da abiti troppo leggeri. È nudo chi è da noi voluto così, per venderci il suo corpo.

Se quindi guardiamo alla vita delle persone oggi, constatiamo che la nudità e il vestito sono dimensioni decisive. La nudità assume il carattere della povertà, dell’umiliazione, dell’indegnità, e chi è nudo si nasconde, cerca di sfuggire gli sguardi altrui; d’altra parte la nudità a volte è ostentata, soprattutto quando è nudità di corpi nella giovinezza e nella bellezza delle forme. Il vestito connota lo status sociale, distingue il povero dal ricco, il cittadino che conta dallo “scarto”, chi ha un posto nella società da chi al contrario è emarginato.

È significativo che, secondo il racconto mitico del libro della Genesi, gli umani, creati da Dio nudi, quando hanno preso coscienza della loro condizione segnata dalla finitezza, hanno cercato di coprire la loro nudità con foglie di fico, spingendo il Creatore a rivestirli con tuniche di pelli di animali (cf. Gen 3,21). Ed è proprio l’essere umano vestito che sta di fronte a Dio senza più vergognarsi, senza più sentirlo come un concorrente, perché ha conosciuto che Dio è misericordioso e vuole venire incontro alla fragilità dell’uomo e della donna, i quali non devono avere né paura né vergogna al suo cospetto. Ma la vita è un duro mestiere, e in essa sovente gli umani sono spogliati, privi di vestiti, e restano nudi non solo nella loro vergogna, che cercano di nascondere, ma anche nel patire freddo, nella sofferenza di chi deve stare lontano dagli altri e sente il bisogno di rendersi invisibile. Basta un po’ di vino per perdere la percezione del proprio corpo e dunque denudarsi, destando, come Noè (cf. Gen 9,20-24), la derisione o addirittura la violenza di chi ci scopre nudi.

La nudità è molto presente nella storia. Gli schiavi erano venduti nudi; quanti erano destinati ai campi di concentramento venivano spogliati, per essere privati di ogni dignità; anche Gesù è morto nudo in croce, e ancora oggi uomini e donne subiscono la spogliazione come segno di degrado e di somma alienazione: nudi o poco vestiti sotto i portici delle città, nei giardini pubblici, nella notte di chi è povero ed è ricoperto solo da stracci. È questa realtà che provoca o dovrebbe provocare la compassione di ciascuno di noi, che dovrebbe muoverci a “condividere i vestiti con chi è nudo” (cf. Tb 4,16), a fare di questa azione un vero sacrificio, gradito a Dio più del digiuno (cf. Is 58,7). Dare un vestito a un altro, o addirittura vestirlo lavando e toccando prima il suo corpo, è un’azione che crea una profonda comunione, perché è riconoscimento dell’altro e della sua dignità uguale alla nostra, è azione d’amore che non diffida della carne altrui né la rigetta, è volere che l’altro sia reintrodotto nello spazio comunitario e possa dimorarvi senza vergogna.

Certo, oggi si raccolgono abiti dismessi per darli ai poveri, ma sarebbe veramente cristiano compiere questa azione in modo diretto, nell’incontro faccia a faccia, nell’osare toccare la carne dell’altro. Un tempo, nel nostro occidente, grande festa e intelligente memoria era quella di Martino di Tours (11 novembre). Quando giungevano le nebbie e i primi freddi, la festa del santo che aveva diviso il proprio mantello con il povero nudo incontrato per strada, finendo per comprendere che quel povero era Cristo, induceva molti prima dell’inverno a pensare a chi avrebbe patito il freddo e dunque a preparare degli abiti per lui. Vestire un altro, dargli la possibilità di manifestare la propria dignità con il vestito e con il volto scoperto è una vera azione di misericordia per il corpo del vecchio e del giovane, del malato e del sano, del brutto e del bello. Per questo si legge nei vangeli che l’indemoniato incontrato da Gesù, dopo essere stato da lui guarito, apparve a tutti “vestito e sano di mente” (Mc 5,15; Lc 8,35).

La vita è lunga, molto lunga oggi. Probabilmente nell’ora della malattia e certamente in quella della morte la nudità sarà la nostra condizione: saremo spogliati, lavati, vestiti. Un monaco anziano ha scritto nel suo diario: “Senesco, ergo extendo manus meas”, “invecchio, dunque tendo sempre più le mie mani”, aspettando chi mi spogli e mi rivesta. È la fragilità della nostra carne che richiede questa azione di misericordia su un corpo che forse un tempo nella sua nudità e bellezza era da contemplare, da gustare, e ora, sempre più spogliato, si avvia verso il disfacimento. Dovremmo provare a tenere insieme, in una sinfonia delicatissima, l’ora della liturgia dei corpi nudi che si amano e l’ora della nudità fragile che lascia la presa e prende commiato dalla vita. Senza mai dimenticare che anche Dio, nel farsi uomo in Gesù come noi, è nato nudo ed è stato avvolto in fasce da Maria (cf. Lc 2,7.12); che al Giordano è stato spogliato da Giovanni per l’immersione del battesimo (cf. Mc 1,9-11 e par.); che nella trasfigurazione è stato rivestito con vesti sfolgoranti di luce (cf. Lc 9,29; Mt 17,2); che nell’ora della passione è stato rivestito di porpora con disprezzo (cf. Mc 15,17; Gv 19,2) o di una splendida veste da parte di Erode (cf. Lc 23,11), come gesto di derisione; che sulla croce è morto nudo tra due uomini nudi (cf. Mc 15,27 e par.; Gv 19,18), condividendo la nostra vergogna (cf. Eb 2,10-11). Vestirsi, essere svestito, essere nudo è stato per Gesù, come per ogni uomo, il prezzo della sua umana fragilità: anche lui, come ciascuno di noi, è stato “rivestito di debolezza” (Eb 5,2).

Infine, non posso dimenticare che tre volte al giorno, quando mi reco all’assemblea liturgica della comunità, indosso la cocolla, il vestito bianco dei monaci. Questa azione non diventa mai un’abitudine, ma resta un gesto meditato, consapevole, con il quale chiedo di essere rivestito di Cristo (cf. Rm 13,14; Gal 3,27), nonostante la mia fragilità e la vergogna per i miei peccati, che mi seguono anche quando sto davanti a Dio: in attesa che il perdono di Dio e dei fratelli e delle sorelle sia un rivestire quanti sono nudi, tra i quali ci sono anch’io.

Leggi anche Le tavole di Gesù, da Cana a Emmaus (Luoghi dell'infinito, marzo 2016 di ENZO BIANCHI)