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martedì 22 marzo 2016

Enzo Bianchi La misericordia ricevuta e donata


Roma, 17 marzo 2016, Basilica di San Giovanni in Laterano
Veglia di preghiera: “Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza”

di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose



Cari fratelli e care sorelle,

convocati dal Signore in assemblea, in ecclesia, davanti a lui, per essere il corpo di Cristo nella storia, nella compagnia degli uomini, in questo anno giubilare vogliamo conoscere di più la misericordia del Signore, perché – come ci ammonisce il profeta Osea – il Signore vuole la conoscenza di Dio (da‘at ‘elohim) piuttosto che gli olocausti, vuole la misericordia (chesed) piuttosto che i sacrifici (cf. Os 6,6). Questa parola del Signore, mettendo in parallelo conoscenza di Dio e misericordia, ci rivela come la “conoscenza di Dio” sia non conoscenza intellettuale, gnosi, ma conoscenza ed esperienza della sua misericordia. Conosce Dio chi ha fatto esperienza della sua misericordia e dunque sa fare misericordia agli altri suoi fratelli e sorelle in umanità.

Consapevole del tempo che ci è concesso e restando entro questi limiti, procederò più per allusioni che per considerazioni, ma cercherò di essere eco fedele della parola del Signore. E lo farò tentando di rispondere a tre domande.

Che cos’è la misericordia del Signore?

In ascolto delle sante Scritture, scopriamo che la misericordia è innanzitutto un attributo di Dio, sta nel Nome del nostro Dio, del quale possiamo conoscere solo il Nome e non il volto. Quando Dio esaudisce Mosè che lo implora di fargli vedere la sua gloria, il suo volto (cf. Es 33,18-23), ecco che gli consegna il proprio Nome: “Il Signore (JHWH), il Signore (JHWH), Dio (El) misericordioso (rachum) e compassionevole (channun)” (Es 34,6). Compassione e misericordia sono il respiro, il soffio di Dio, rivelano a noi umani – dice papa Francesco – “la sostanza di Dio”. Nessun altro nome è più rivelativo di questo: in Dio c’è un sentire, un vedere, un operare determinato da questo impulso viscerale, intimo, da questo fremito di amore che si esprime in compassione e tenerezza. È come un sentimento femminile, materno, che nasce dall’utero (rechem), dalle viscere (rachamim) di una madre per rivelarsi sul proprio figlio. L’altro termine che lo accompagna, chesed, esprime amore, benevolenza, grazia, bontà, per molti aspetti un sentimento maschile. Ci sono altre parole che appartengono a questa costellazione dell’amore-misericordia di Dio, ma queste due – compassione e misericordia – spesso appaiono insieme, a volte in ordine inverso, ma sempre cantano questa iridescenza di amore, misericordia e compassione…

È vero che accanto a questi attributi di Dio vi sono anche la santità e la giustizia, ma proprio queste caratteristiche, quando si mettono in movimento e si irradiano da Dio, diventano misericordia; e inversamente, potremmo dire che proprio la misericordia permette loro di esprimersi in pienezza. Al riguardo, c’è una pagina illuminante, sempre del profeta Osea. Il popolo di Dio è diventato infedele, ha rotto l’alleanza con il Signore, e dunque, secondo le clausole del patto, Dio, che è giusto, in nome della giustizia dovrebbe intervenire con la rottura dell’alleanza e la conseguente pena. Dove c’è delitto deve esserci castigo, dove c’è peccato deve esserci la pena: così ragioniamo noi umani… Questa idea della giustizia è innestata nelle nostre fibre, come esprime bene il titolo del romanzo di Fëdor Dostoevskij, “Delitto e castigo”. E invece il profeta testimonia questo soliloquio in Dio:

Io dovrei esercitare la giustizia, ma “il mio cuore ‘si rivolta’ contro di me, il mio intimo freme di compassione. Non sfogherò l’ardore della mia ira, non distruggerò il mio popolo, perché sono Dio e non un umano; sono il Santo in mezzo a te”, popolo mio, “e non verrò a te nella mia collera” (Os 11,8-9).

Straordinaria confessione di Dio rivelata dal profeta! Dio ci rivela che nel suo cuore è presente la giustizia, ma il sentimento della misericordia si rivolta, va contro quello della giustizia e lo vince, perché la giustizia di Dio è misericordia, è santità. Siamo noi umani che distinguiamo giustizia e misericordia, che pensiamo alla misericordia come a un correttivo della giustizia, ma in Dio non è così: la giustizia di Dio, quando agisce, è misericordia! Per questo il comandamento: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo” (Lv 19,2; cf. 1P 1,16), sulle labbra di Gesù diventa: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36), fino all’amore per i nemici, come “egli è buono verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6,35; cf. Lc 6,27). Per questo l’apostolo Giacomo può affermare: “La misericordia vince sempre quando c’è il giudizio” (cf. Giac 2,13).

In un’ermeneutica cristiana autentica, la giustizia di Dio è misericordia e tra le due non c’è una polarizzazione: perché la giustizia di Dio è giustificante – insiste l’Apostolo Paolo –, giustificante verso tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato (cf. Rm 3,21-26). Dio “rende giusto” il peccatore, non solo lo dichiara giusto, ma lo ricrea in “creatura nuova” (2Cor 5,17; Gal 6,15), i cui peccati non solo sono perdonati, ma addirittura cancellati e dunque non più ricordati da Dio, come ci testimoniano i profeti Geremia ed Ezechiele (cf. Ger 31,34; Ez 18,22; 33,16). Questa è un’azione impensabile e impossibile per noi umani, ma possibile per Dio, nel suo essere onnipotente nell’amore. E così la santità di Dio è misericordia perché, risplendendo dove c’è il peccato, lo vince e lo cancella, come la luce dissolve la tenebra. Di fronte a questa rivelazione, possiamo soltanto adorare e confessare l’amore infinito del Signore che – come afferma l’orazione colletta della 26a domenica del tempo per annum – manifesta la sua onnipotenza soprattutto facendo misericordia e perdonando.

Il Signore Gesù vuole che conosciamo questa misericordia, per questo ancora a noi, qui e ora, rivolge le sue parole:

Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9,13).

E ancora:

Ah, se aveste capito che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 12,7)!

L’unica via per conoscere la misericordia di Dio è farne esperienza, ma ne fa esperienza solo chi si sente peccatore e non giusto, chi si sente malato e non sano (cf. Mc 2,17 e par.). Ecco perché un padre del deserto diceva: “Chi riconosce i propri peccati, è più grande di chi fa miracoli e risuscita un morto”. Sì, neanche il peccato può separarci dall’amore di Cristo (cf. Rm 8,35-39); anzi, a volte – come diceva con audacia Giovanni Paolo II – commettere un peccato è occasione per conoscere la misericordia di Dio che, sola, salva.

Perché la misericordia di Dio scandalizza?

Stiamo celebrando l’anno della misericordia del Signore, e ogni giorno nelle preghiere e nella liturgia cantiamo la sua misericordia: “Eterna è la sua misericordia!” (cf. soprattutto il salmo 135, dove questo ritornello ritorna per ben 26 volte).

Ma se siamo sinceri davanti al Vangelo di Gesù Cristo, dobbiamo confessare che la misericordia di Dio raccontata e vissuta da Gesù ci scandalizza. La vicenda di Gesù ce lo insegna: ciò che di Gesù scandalizzava i suoi ascoltatori non era il suo operare il bene guarendo e curando, non era il suo insegnamento profetico profondo e performativo, e neppure le sue parole a volte esigenti e dure. No, ciò che scandalizzava era il suo atteggiamento di misericordia vissuto giorno dopo giorno, l’annuncio della misericordia di Dio che suscitava un preciso giudizio da parte degli ascoltatori, peraltro credenti: “Questo è troppo!”. I vangeli hanno il coraggio di testimoniarci che anche Giovanni il Battista, il rabbi che Gesù seguiva e dal quale era stato battezzato nel Giordano, si scandalizzò, cioè trovò in Gesù un inciampo, una tentazione, perché aveva annunciato un giudice alle porte con in mano il ventilabro per discernere il buon grano e gettare la pula nel fuoco (cf. Mt 3,12; Lc 3,17), aveva annunciato imminente il giudizio con la condanna dei peccatori, e invece ecco che Gesù appariva come colui che si avvicinava ai peccatori, li andava a cercare, tanto che scribi e farisei così lo accusavano: “Mangione e beone, mangia con peccatori manifesti e prostitute e alloggia presso di loro!” (cf. Mt 11,19; Lc 7,34).

Gesù chiamava al suo seguito poveri peccatori e donne peccatrici e non temeva di toccare persone ritenute impure, pur di raggiungerle con la sua parola che ridestava la fede e la speranza. E poi dava a Dio un volto per molti aspetti inedito, che tralasciava i tratti della giustizia come la Legge l’aveva presentata. Quelli che si sentivano buoni, che si giudicavano giusti e pensavano che i peccatori fossero gli altri (cf. Lc 18,9), vedendo questi peccatori pubblici come i destinatari privilegiati dell’annuncio di Gesù, si turbavano e trovavano in lui motivo di scandalo. Gesù sapeva che questo accadeva, e dunque diceva: “Beato colui che non trova in me motivo di scandalo” (Mt 11,6; Lc 7,23).

Ma come non restare turbati di fronte alle parole e al comportamento di Gesù? È proprio giusto che Gesù, “splanchnistheís” (Mc 1,41; 9,22; Mt 20,34; Lc 7,13), commosso alle viscere, preso da viscerale compassione, per guarire i lebbrosi li tocchi, curi in giorno di sabato, stia in mezzo alla gente lasciandosi toccare e toccando senza avvertenze anche chi è impuro e in condizione di peccato? È possibile che vada a pranzo da chi viola manifestamente la Legge di Dio? E poi le sue parole scandalizzano… Parla di Dio come di un padre che riaccoglie in casa il figlio perduto senza rimproverarlo (cf Lc 15,11-32); indica come giusto un padrone che non ha alcun rispetto della giustizia meritocratica e dà una paga uguale a chi ha lavorato nella vigna dodici ore e a chi ha lavorato un’ora soltanto (cf. Mt 20,1-16). Ed è veramente esemplare un pastore che lascia novantanove pecore nell’ovile per andare a cercare una pecora disobbediente che si è perduta (cf. Lc 15,4-7)? E come giudicare il fatto che Gesù non ha condannato un’adultera colta in flagrante adulterio, ma l’ha perdonata e rimandata in pace, senza porle condizioni per la remissione dei peccati (cf. Gv 8,1-11)?

I vangeli sono pieni di episodi o racconti come questi, alla fine dei quali, dopo averli letti o ascoltati, ancora a noi viene da dire: “Ma così è troppo! Dove finisce la giustizia? Questo eccesso di misericordia finisce per autorizzare tutti a peccare! E se il perdono è gratuito, senza condizioni, non meritocratico, se la giustizia non è punitiva, allora…?”. Sì, noi umani abbiamo elaborato un concetto di giustizia che non è più vendicativa, ma punitiva sì, e anche meritocratica, mentre quella di Dio è altra, perché altri sono i suoi pensieri, le sue vie (cf. Is 55,8). Ha scritto al riguardo papa Francesco: “Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo a essa rischia di distruggerla” (Misericordiae vultus 21).

Gesù, esegesi, narrazione del Dio che nessuno ha mai visto (cf. Gv 1,18), “ha evangelizzato Dio”, nel senso che ha reso Dio buona notizia, Vangelo, per tutti, a cominciare dai peccatori, dagli scarti della società, dagli emarginati, dagli ultimi e dai diversamente bisognosi. Qui sta la buona notizia: l’amore di Dio non va meritato, ma è gratuito e precede addirittura il nostro pentimento e la nostra conversione. È un amore sanante, riconciliante, giustificante e rigenerativo, mentre noi siamo peccatori e nemici di Dio, secondo l’acuta comprensione di Paolo:

Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi … Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5,8.10).

Fratelli e sorelle, davanti al Signore noi dobbiamo imparare a dire una sola parola, che non a caso è la parola per eccellenza nella liturgia e nella spiritualità cristiana. È un grido lanciato a Dio: “Kýrie eleíson, Chríste eleíson! Signore abbi misericordia, Cristo abbi misericordia!”, perché noi abbiamo veramente bisogno solo della misericordia del Signore.

Come si può fare misericordia?

La misericordia è un sentimento di Dio che, come la sua Parola, si realizza sempre (cf. Is 55,9-11), è efficace, opera (cf. Eb 4,12). E se è così in Dio, in noi (che di questa misericordia abbiamo fatto esperienza innanzitutto su noi stessi) deve diventare comportamento, azione, stile. Siccome abbiamo ottenuto misericordia, dobbiamo diventare misericordiosi, persone capaci di fare misericordia (cf. Mt 18,23-35). C’è un cammino per giungere a questo? Anche qui è il Vangelo che ci offre il percorso e le sue tappe: non evocherò direttamente lo “sta scritto”, ma voi riconoscerete l’ispirazione evangelica delle mie parole.

In primo luogo il fare misericordia richiede di vedere, operazione che sovente facciamo senza consapevolezza, in modo distratto: guardiamo senza vedere. Ma vedere significa discernere i volti, contemplarli, fermarsi fino a incrociare gli sguardi. I vangeli insistono molto sul “saper vedere di Gesù”. La verità, purtroppo, è che noi guardiamo senza vedere veramente l’altro, gli altri, non ci esercitiamo a questa azione di discernimento necessaria affinché l’altro mi stia di fronte e sia una presenza, un volto che mi interpella e può far nascere in me la responsabilità. Solo dal vedere scaturisce il bisogno, o almeno la spinta a farsi vicino all’altro, uscendo dal proprio isolamento, dalla propria autoreferenzialità, dalla propria philautía. Chi sa vedere l’altro, può far cessare in sé la pre-comprensione dell’altro, i pregiudizi che lo abitano, e comincia invece a discernere la necessità, la sofferenza del fratello o della sorella: prende coscienza della loro situazione. Noi umani siamo meno cattivi di quanto siamo in realtà e la nostra mancanza di amore e di misericordia è dovuta a omissione più che a gesti attivi: non vediamo, passiamo oltre, abbiamo fretta, non abbiamo tempo, e così gli altri sono una presenza irreale…

Fare misericordia significa quindi attuare la prossimità, farsi prossimo, vicino. Il peccato del sacerdote e del levita della parabola del samaritano non consiste nella loro cattiveria ma nella loro omissione: non si sono fatti prossimo, vicino al povero disgraziato (cf. Lc 10,31-32). Solo chi si avvicina, volto contro volto, occhio contro occhio, mano nella mano, senza paura che il proprio corpo tocchi il corpo di un altro, può sentire nelle sue viscere la commozione profonda che nelle sante Scritture si chiama misericordia, cuore per i miseri. È così e solo così che si entra nella compassione! Ognuno di noi provi a verificare i suoi sentimenti quando cammina per strada: passa accanto ai bisognosi e va oltre, oppure si ferma a guardarli, si avvicina loro e soprattutto incrocia i loro sguardi, primo passo verso a prossimità? È nella vicinanza, nella prossimità che la misericordia si fa atteggiamento e stile creativo, si fa azione rigeneratrice. Occorre resistenza a questa cultura dominante della morte del prossimo oltre che della morte di Dio!

Ecco allora che la misericordia richiede l’agire, mani nelle mani, oserei dire. Dopo aver visto e provato misericordia, si fa misericordia (cf. Lc 10,37) per venire in aiuto di chi è nel bisogno. Spesso questa azione buona diventa transitiva, cioè suscita azioni buone anche da parte di altri. E non bisogna dimenticare che a volte chi fa misericordia in realtà non può fare nulla: non ha mezzi, non ha soldi, non ha parole, perché magari la lingua non è comune tra i due che si sono incontrati; ma allora la semplice presenza, anche silenziosa, allora le lacrime sono un fare misericordia. Fare misericordia è sempre raggiungere l’altro nella sua sofferenza, è sempre “cor ad cor miseretur”, “un cuore (che) ha misericordia di un cuore”!

Conclusione

Carissimi, in questo momento la chiesa è impegnata più che mai a essere epifania della misericordia di Dio, e le testimonianze che abbiamo ascoltato ci hanno indicato dei luoghi che abbisognano di misericordia.

Oggi Gesù direbbe certamente una parabola sui migranti, che sono diventati una presenza che grida a Dio e a noi: se non ascoltiamo queste grida, allora esse salgono a chiedere la vendetta di Dio, ovvero invocano Dio affinché – come ha promesso – sia il vindice e il difensore dei poveri e degli stranieri. Ma lo sarà contro di noi! I migranti, i rifugiati sono la nostra carne, sono i nostri fratelli e le nostre sorelle, sono la carne di Cristo, servo del Signore e vittima degli umani.

Abbiamo reso presenti tra noi anche i carcerati, quelli che, a causa di delitti commessi, sono condannati e privati della libertà e sovente della dignità. Qui i cristiani non solo devono attuare in mezzo a loro una presenza umanizzante, ma dovrebbero elaborare per primi una visione di una giustizia non punitiva, a immagine della giustizia di Dio. Il carcerato, quando vado a visitarlo, è uno come me, e guai se io vedo ciò che l’ha condannato e non ciò che ha sofferto e che lo ha portato a quel delitto! Questa diaconia è tra le più urgenti, eppure nella nostra società così piena di paure e di desiderio di punire è poco compresa anche dai cristiani. Nel suo messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2002, Giovanni Paolo II diceva: “Sono convinto che non c’è giustizia senza perdono” e si domandava: “Com’è possibile esprimere il perdono anche in atteggiamenti sociali e istituti giuridici, a livello nazionale e internazionale?”. Questo è un compito e una responsabilità urgente, che noi cristiani non possiamo evadere.

Non possiamo inoltre non essere consapevoli che tutti noi viviamo nella polis. E qui non vi dico se non la tristezza per le situazioni che viviamo: una polis che non riesce ad avere un orientamento comune, una partecipazione che nutra la democrazia, un’insurrezione delle coscienze e una responsabilità civile che impediscano o arginino la corruzione, le inequità… Perché, per esempio, il venerabile testo dell’A Diogneto non ci ispira oggi nel nostro essere cristiani nella polis, nell’essere cittadini leali e solidali e cristiani non mondanizzati?

Quanto alla famiglia, infine, è un tema su cui la chiesa è impegnata più che mai e il papa si appresta a darci nei prossimi giorni decisive indicazioni di speranza e misericordia, attraverso la sua Esortazione post-sinodale.

Dicevo all’inizio che il mio intervento avrebbe contenuto nient’altro che allusioni alla misericordia, il Nome di Dio che dobbiamo semplicemente confessare, cantare e vivere oggi, tra di noi e tra gli uomini e le donne di questa terra, di questo tempo. La nostra prassi, il nostro “bel comportamento” (1Pt 2,12) in mezzo agli uomini e alle donne del nostro tempo sia il vero e urgente compimento di queste indicazioni evangeliche che insieme abbiamo ascoltato. E il Signore nostro, “Dio di misericordia e di compassione”, ci faccia il dono di essere rigenerati dal suo amore e di essere rigeneranti nelle nostre relazioni.