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lunedì 8 febbraio 2016

Luciano Manicardi Un dono gratuito da accogliere


Sabato 6 febbraio 2016 si è tenuto l'annuale convegno diocesano in occasione della Giornata mondiale del Malato (che ricorre l'11 febbraio). Tema di questa XXIV edizione della Giornata è «Affidarsi a Gesù misericordioso».


Luciano Manicardi Un dono gratuito da accogliere

«Siate misericordiosi com’è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36). Prima di essere un comando, queste parole di Gesù sono la rivelazione di una possibilità: l’uomo può partecipare alla misericordia di Dio, può cioè dare vita, mostrare tenerezza e amore, fare grazia, con-soffrire con chi soffre, sentire l’unicità dell’altro ed essergli vicino, perdonare, sopportare l’altro e pazientare con le sue lentezze e inadeguatezze. Se «misericordioso e compassionevole» è il nome di Dio (Es 34,6), Gesù di Nazaret ha dato un volto d’uomo a tale misericordia e compassione e l’ha narrata con la sua pratica di umanità. Gesù è «il volto della misericordia del Padre» (papa Francesco), la misericordia fatta persona. Dietro a Gesù, per la fede in lui, anche il discepolo può vivere la misericordia. Anzi, può farla, realizzarla. Infatti, la misericordia non è semplicemente un’emozione, un fremito delle viscere di fronte al soffrire altrui: essa nasce come acuta risonanza in me del soffrire altrui, ma diventa poi etica, prassi, virtù. È così per il samaritano della parabola, che fa tutto ciò che è in suo potere per alleviare concretamente le sofferenze dell’uomo moribondo ai lati della strada (Lc 10,25-37). La misericordia, secondo la Bibbia, la si fa: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37), dice Gesù al dottore della legge a cui ha narrato la parabola del samaritano. Di Gesù che opera guarigioni si dice: «Ha fatto bene ogni cosa» (Lc 7,37). Si comprende che papa Francesco, nella Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia abbia esortato i cristiani a riprendere e praticare la tradizione delle opere di misericordia corporali e spirituali. Tradizione che chiede di calare nel quotidiano di concrete situazioni di bisogno la pratica della misericordia: con chi è malato, in carcere, con l’emigrato, con il senza casa, con chi è nel lutto, con chi è nel dolore o nella disperazione ...
Noi cristiani sappiamo ormai che la volontà di Dio è la misericordia, ma non prendiamo sul serio l’antitesi posta da Gesù nel rivelare il volere divino, e perciò valgono ancora per noi sia l’ammonimento di Gesù: «Andate a imparare che cosa significhi ‘Misericordia voglio, non sacrificio’. Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori» (Mt 9,13), che il suo rimprovero: «Se aveste compreso che cosa significhi ‘Misericordia voglio, non sacrificio’, non avreste condannato persone senza colpa» (Mt 12,7).
In verità, la misericordia ci scandalizza, come ci scandalizza un Dio che sceglie i poveri, che dice che i primi saranno ultimi, che afferma che le prostitute passeranno avanti nel Regno di Dio a chi è religioso, ci scandalizza un Dio che sconvolge i nostri parametri di giustizia retributiva dando il medesimo salario all’operaio della prima come dell’ultima ora. Ma questa è la pratica di Gesù: egli si rifiuta di lapidare la donna adultera e svela il peccato di coloro che volevano scaricare sacrificalmente il peccato sulla donna (Gv 8,1-11), chiede di perdonare settanta volte sette (Mt 18,22) e nella prostituta al banchetto in casa di Simone il fariseo vede l’amore là dove gli uomini religiosi vedono il peccato (Lc 7,36-50). La misericordia ci scandalizza perché di fronte al peccato commesso noi vogliamo espiazione, sentenza pena, mentre Gesù mette in atto la misericordia. Per Gesù, con il peccato non una legge è infranta, ma una vita è ferita dal male subito e un’altra è disonorata dal male commesso. Si dirà: che ne è della giustizia? La reazione di Dio di fronte al male articola giustizia e misericordia e il punto di incontro è la sofferenza: la giustizia mostra un Dio che soffre di fronte all’ingiustizia, che consoffre con la vittima dell’ingiustizia, che soffre di fronte al fallimento dell’uomo che ha commesso l’ingiustizia. E il Dio che soffre diviene il Dio che s’offre, che si dona in nome della sua giustizia e della sua misericordia.
L’offerta che Gesù ha fatto di sé con tutta la sua vita e con la sua morte sta tutta nello spazio del dono, perché solo un atto di amore gratuito e unilaterale può sanare il male: il perdono, l’amore rinnovato contro ogni evidenza e reciprocità. Perché l’amore del Signore non lo si conquista per meriti, ma lo si accoglie nell’umiltà. E allora può nascere la conversione. I cristiani? I convertiti dalla misericordia di Dio in Gesù Cristo. E convertiti alla misericordia.

monaco di Bose