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sabato 2 gennaio 2016

Lidia Maggi Il Libro che mette in cammino


Welcome to God’s land! Quando leggiamo la Bibbia incontriamo un narratore che ci prende per mano per farci entrare nel mondo delle Scritture. Grazie alla sua guida sapiente, ne impariamo a conoscere le geografie, a entrare nel cuore dei personaggi. Non è sempre un processo veloce e molto dipende da noi, dalle resistenze che mettiamo tra noi e il testo. Iniziamo ogni volta il viaggio nelle Scritture portandoci dietro le nostre precomprensioni, a volte i nostri pregiudizi, di cui neppure siamo consapevoli.

Solo proseguendo nel cammino, man mano che ci inoltriamo nella Bibbia, scopriamo che qualcosa in noi muta: ci disfiamo dei bagagli che pensavamo essenziali, e che invece scopriamo inutili e ingombranti, per imparare a conformare l’abbigliamento al clima e al contesto. Insomma, la Bibbia ci trasforma; ma per farlo ha bisogno del nostro tempo. La Bibbia non è un testo immediato, richiede tempo perché si dischiuda in tutta la sua bellezza paesaggistica. A tratti, è terra misteriosa, incolta; a tratti, coltivata e accogliente. Più lungo è il viaggio, più essa ha la capacità di trasformarci per sintonizzarci su un’altra realtà, quella di Dio. Il mondo della Bibbia non è il nostro, e non soltanto perché ne sentiamo una distanza culturale e geografica; piuttosto, perché ci apre a una dimensione altra da noi, quella di Dio. La Bibbia ci fa entrare nello spazio e nel tempo di Dio. Ci trasforma, modifica la nostra visione del mondo. Ci apre all’attesa, ci spinge a invocare: «Venga il tuo Regno». Il tempo biblico è gravido di attesa: è tempo messianico, che ci permette di sentire i cieli aperti; è la terra non più orfana di Dio. In questo senso, le vicende bibliche non sono alle nostre spalle: la memoria promuove l’attesa; e quest’ultima può fluire solo se radicata nel ricordo della promessa: è memoria del futuro. Il passato riscritto, rivissuto, rivisitato apre al futuro, in quanto trasforma il nostro tempo, lo dilata, lo libera dall’immediato, dalla fretta, disponendoci ad attendere, invocando la venuta ultima, la manifestazione piena di Dio.
La verità dei personaggi biblici. Nel mondo biblico incontriamo diversi personaggi, nei confronti dei quali, almeno inizialmente, ci poniamo con la curiosità del turista rispetto a un panorama esotico. Osserviamo Abramo nella sua tenda di beduino, mentre conversa con strani ospiti; Davide nel suo palazzo, ignaro degli intrighi di corte; Ruth che spigola nei campi; un pellegrino che sale a Gerusalemme salmodiando... Tutto ci incuriosisce, poiché siamo turisti che guardano un mondo differente dal proprio. Poi, piano piano, con la sapienza del cammino biblico, scopriamo che questi personaggi, apparentemente così lontani, sono in realtà molto più vicini di quanto pensiamo. Ci fanno da specchio, ci parlano e, attraverso le loro vicende, mettono in scena i nodi più profondi di ogni esistenza, quelli che ci riguardano; scavano nei nostri stati d’animo, scoperchiano aspetti di noi stessi che non avremmo mai voluto vedere. Insomma, ci leggono dentro e ci cambiano. Sono personaggi veri, quelli che incontriamo nel mondo delle Scritture; ma non nel senso che
abitualmente diamo alla parola «vero». Anche sulla verità abbiamo le nostre idee fisse, da turisti ben attrezzati, poco disposti a fare a meno del loro bagaglio culturale. La nostra generazione ha una concezione positivistica della verità. Pensiamo che sia vero solo quanto è effettivamente accaduto e che possiamo oggettivamente documentare. Ma quando ci troviamo di fronte a un personaggio biblico (e non uno da poco!) che ci dice: «Io sono la via, la verità, la vita», il nostro concetto di verità va in frantumi e deve essere questionato. Possiamo passare una vita intera chiedendoci se Abramo o Mosè siano o meno personaggi storici, davvero esistiti. E dovremo arrivare alla conclusione che non possiamo saperlo. Questo significa, forse, che non sono veri?
Anche su ciò che è vero o falso, la Bibbia ci mette sottosopra. Sono proprio i personaggi biblici a rivelarcelo. Prendiamo, a esempio, Davide che riceve da un messaggero la notizia della morte di Uria, suo valoroso condottiero, ucciso in battaglia. Noi sappiamo che quella notizia è vera, almeno nella verità del racconto. Uria, collocato in prima fila nell’assalto, viene ucciso. Ma per Davide, quella notizia è, forse, più vera di quella che riceverà dal profeta Natan quando gli racconterà la parabola della pecora rubata? Quando Davide riceve l’annuncio della morte di Uria, se l’aspetta: è stato lui a volere quella fine. Eppure, questa notizia di una morte annunciata diventa «vera» solo quando Natan gli racconta una storia inventata, dove tutto è finzione: la pecorella, l’uomo che se ne prendeva cura, il ricco che per ospitare gli amici ha sottratto al povero la sua unica pecora per mangiarsela sono creazione del profeta, sono finzioni letterarie. Eppure questa storia, che è pura finzione, per Davide risulta più vera della notizia del servo. E questo perché solo grazie alla finzione di Natan Davide prende coscienza del male che ha fatto. Una storia biblica si rivela vera non perché resiste al vaglio storiografico, supera, cioè, la prova riassunta nella domanda: è davvero accaduto quanto sto leggendo? Piuttosto, è tale se è in grado di aiutarci a fare verità sulle nostre vite.
Le figure che incontriamo nella Bibbia sono più «vere» dei personaggi storicamente esistiti, proprio per la loro forza terapeutica. Sono personaggi-specchio, che mettono in moto una serie di effetti imitativi; che ci rendono attenti ai particolari di quel territorio montuoso che è la vita umana; che rivelano lati di noi che preferiremmo non vedere, che vorremmo non conservare, come vecchie foto venute male, da togliere dall’album dei ricordi e dimenticare. La Bibbia, invece, si sofferma soprattutto su quelle foto, ce le mette davanti, narrandoci la storia di quei personaggi. Mentre le loro storie ci intrattengono, suscitando in noi tutta una serie di reazioni, dal divertimento alla noia fino all’indignazione, qualcosa dentro di noi si muove e ci scopriamo anche noi sulla medesima scena calcata dai personaggi biblici. La Bibbia che leggiamo, a sua volta ci legge.
Il cammino nella Bibbia è prima di tutto uscita da una terra di schiavitù verso una terra promessa, itinerario che solo apparentemente riguarda un mondo «altro»: in realtà si tratta di un viaggio interiore, che è anche il nostro. Sotto questo aspetto, la Bibbia è un libro «intimo» che, mentre allestisce paesaggi esteriori, ampi o angusti, mostra in realtà i paesaggi dell’anima.
Mentre ci intrattiene con personaggi lontani, ci fa fare un cammino verso le profondità di noi stessi. È la Bibbia stessa che si offre ai nostri occhi come cammino. Anzi, è una pluralità di cammini, dal momento che ci apre a molteplici itinerari. «Camminando, si aprono i cammini» che, a volte, sono così diversi da creare dentro di noi tensioni e nuove domande, insieme alla voglia di continuare a viaggiare con altri compagni di strada: una comunità che prova a leggere assieme le Scritture.

in “Riforma” - settimanale delle chiese evangeliche Battiste Metodiste e Valdesi – del 24 ottobre 2015 (dal sito)