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mercoledì 6 gennaio 2016

Enzo Bianchi La misericordia di Gesù


Jesus - Rubrica La bisaccia del mendicante - Gennaio 2016
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

È iniziato il giubileo, l’anno della misericordia del Signore. Che cosa ci richiede prima di tutto la misericordia di Dio, che noi conosciamo e sperimentiamo nelle nostre vite?
Semplicemente di fare misericordia all’altro, chiunque sia, chiunque si trovi sulla nostra strada, chiunque incontriamo e avviciniamo. Non dimentichiamo mai la sequenza testimoniata dal vangelo riguardo alla misericordia di Gesù: “Gesù vide una grande folla, fu mosso da misericordia e curò i loro malati” (Mt 14,14). Ovvero, Gesù constatò una situazione, provò un sentimento nei confronti di quei sofferenti e dunque agì, fece qualcosa per curarli.

Questa è la traiettoria della misericordia: deve diventare azione, comportamento, mentre se resta solo un sentimento, un’emozione, non è la misericordia che Dio vuole. Per questo nel giudizio finale ci sarà beatitudine, benedizione per chi ha praticato concretamente l’amore, per chi “ha fatto misericordia” (Lc 10,37) verso il povero, il sofferente, l’ultimo degli umani nostri fratelli (cf. Mt 25,31-46). Se stiamo attenti, ci rendiamo conto che la nostra salvezza non si gioca su azioni religiose, liturgiche, ascetiche, ma su azioni non religiose, umanissime. Sono queste azioni che determinano il nostro rapporto con Dio, eppure non è assolutamente chiesto a chi le compie di farlo in nome di Dio, di pensare a Dio o di indirizzarle a lui. Non è necessario, perché c’è già un legame profondo tra Dio e il povero, talmente profondo che non è Dio un pretesto per amare il povero, ma è piuttosto il povero una possibilità per amare Dio. L’amore del povero è dunque amore per un essere umano uguale a noi in dignità, un essere umano, nient’altro che un essere umano, ma che nella povertà ha una particolare somiglianza con Dio, perché somiglia a suo Figlio, che ha voluto spogliarsi, farsi povero (cf. 2Cor 8,9), umiliato e vittima degli altri. In questo senso il povero è “sacramento di Cristo”, è un segno che rinvia a Cristo stesso tra di noi; come amavano dire i profeti medioevali, “pauper Christi vicarius est”, “il povero è un vicario di Cristo”.

Ma accanto a questa sacramentalità del povero, occorre sapere riconoscere anche il suo magistero. Sì, dico magistero, anche perché so bene che è più facile pensare a una cattedra dei non credenti che a una cattedra dei poveri. I poveri non sono certo migliori degli altri, ma hanno comunque dei tratti esemplari, se vogliamo leggerli: hanno attenzione per gli altri, sanno dare facilmente il loro tempo e la loro presenza agli altri, sanno prendersi cura degli altri anche nella penuria dei loro mezzi, sanno attendere qualcosa e soprattutto non confidano in se stessi. Questi atteggiamenti possono essere di grande insegnamento per tutti. Se i poveri erano i primi clienti di diritto del regno di Dio, se erano le persone scelte di preferenza da Gesù, è perché erano e sono vittime dei fratelli e delle sorelle, dunque Dio sta dalla loro parte; ma anche perché sono più umanizzati di molti altri, certamente più dei ricchi philautici ed egoisti. Paolo VI si rivolse così a loro nel suo pellegrinaggio a Bogotà: “Voi siete un segno, voi un’immagine, voi un mistero della presenza di Cristo. Il sacramento dell’eucaristia ci offre la sua presenza nascosta, viva e reale; mai voi pure siete un sacramento, cioè un’immagine santa del Signore in questo mondo, come un riflesso che rappresenta il suo volto umano e divino” (Omelia del 23 agosto 1968).

Se tali sono i poveri, in questo anno della misericordia non pensiamo di vivere la grazia del giubileo solo passando attraverso la porta santa o vivendo i sacramenti. Questi sono mezzi, che possono addirittura diventare menzogna se non giungiamo concretamente a “fare misericordia” a delle persone concrete, a esseri umani come noi. E cerchiamo di diventare chiesa dei poveri, perché i ricchi possono trovare posto in una chiesa povera e di poveri, mentre i poveri non possono trovare posto in una chiesa ricca e di ricchi. Ha scritto p. Pedro Arrupe, quest’uomo di Dio, vero profeta: “Se esistono poveri sulla terra, la vostra celebrazione eucaristica è incompleta in qualche maniera” e noi non celebriamo in verità la misericordia di Dio!