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mercoledì 6 gennaio 2016

Enzo Bianchi Dare da mangiare agli affamati


Vita Pastorale, Gennaio 2016
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Nel tentativo di leggere, comprendere e spiegare le azioni di misericordia corporali si possono percorrere strade diverse: fare un’antropologia del mangiare;
ripercorrere la letteratura per ricavare una trama eloquente su questo tema; raccontare in modo devoto alcune situazioni nelle quali le azioni di misericordia possono essere vissute; collocare le singole azioni di misericordia in un contesto più ampio, con i necessari riferimenti alla sociologia e alle grandi istituzioni che si fanno carico di tali azioni.
Citando questi approcci, mi riferisco ad alcuni libri sulle opere di misericordia recentemente editi in Italia. Ho scelto invece di non percorrere questi itinerari, che mi sembrano sterili per chi oggi dovrebbe, soprattutto a causa del giubileo in corso, diventare consapevole delle azioni di misericordia, fino a viverle e a realizzarle puntualmente nella sua vita quotidiana e ordinaria.

Partiamo dalla prima della lista: dare da mangiare agli affamati. È molto semplice comprendere e realizzare questa azione: dare da mangiare a chi ha fame significa far vivere chi non ha cibo e dunque è votato alla morte. Tale azione è un non permettere la morte, un non compiere l’omicidio di un fratello o di una sorella in umanità. Appena usciti dall’utero materno, noi tutti facciamo esperienza dell’avere fame, bisogno di cibo; e non essendo in grado di procurarcelo, lo attendiamo innanzitutto dalla madre. La pulsione a vivere che ci abita si esprime con la fame, e per vivere abbiamo bisogno di mangiare. Proprio mangiando, accogliendo il cibo che ci viene preparato e dato, poi prendendo noi stessi il cibo, veniamo al mondo, entriamo nella vita e scopriamo che mangiare è molto più del semplice nutrirsi: da fonte di sussistenza, il mangiare diventa atto che esprime la qualità della vita personale e comunitaria.

Ma questo venire al mondo, per poterci nutrire e così partecipare alla tavola comune dei beni, è segnato da molte contraddizioni. La vita famigliare può essere spezzata dalla morte, da separazioni; il pane, il vestito e la casa possono venire meno, per cause diversissime o anche per scelta. Inoltre, varie calamità e malattie ci possono condurre a una situazione di mancanza di cibo per vivere, dunque a condizioni di vera e propria fame, che possono preludere alla morte. Nei paesi poveri dell’emisfero sud del mondo il problema è spesso quello di poter mangiare qualcosa, perché la scarsità di cibo o il suo accaparramento da parte di pochi che lo sottraggono ai tanti è un dato reale e manifesto. Si muore di fame, si è denutriti per fame, si è deboli fino a contrarre facilmente malattie, senza avere forza nel corpo per combatterle: tutto questo è solo il segno epifanico dell’ingiustizia del mondo, luogo in cui alcuni “banchettano lautamente ogni giorno” (cf. Lc 16,19), vivono nello sfarzo, sfoggiano ricchezze ed esibiscono il loro potere arrogante. È così da quando esistono l’uomo e la società! Questo assetto è talmente ingiusto che molti sono costretti a bestemmiarlo, a rivoltarsi o a viverlo senza speranza, in una situazione che va definita disumana, non degna dell’umanità.

Per noi credenti nel Dio che “dà il pane a ogni carne” (Sal 136,25), cioè a ogni vivente, questa situazione di fame appare ingiusta e assurda, una vera contraddizione alla bontà di Dio che vuole la vita in abbondanza per tutte le sue creature. E così siamo condotti a scoprire che la terra è stata data a tutti; che la tavola imbandita con i beni del mondo è per tutti; che nessuno può dire che qualcosa è solo “suo”, privandone l’altro; che le ricchezze sono distribuite in modo ingiusto, sicché l’umanità paradossalmente è giunta a soffrire perché una sua parte è obesa, mentre un’altra muore di fame. Chi non ha pane è il povero che si presenta a noi come mendicante, tendendo la mano per ricevere qualcosa da mangiare. Perché lo fa? Non dobbiamo neppure chiedercelo. È uno straniero? È una persona toccata da una calamità o da una malattia nell’ambito famigliare? È un disoccupato che ha perso il lavoro? È uno che manca di mezzi e competenze per accedere al lavoro? È uno che non si dà da fare e dunque ai nostri occhi risulta un fannullone, che nella sua inedia ricorre alla carità? Poco importa: è un bisognoso, che chiede cibo a chi ne ha. Prima lo si sfami, poi solo in un secondo momento occorrerà conoscere questo bisognoso e cercare vie attraverso le quali possa essere liberato dalla sua condizione di mendicante e impegnarsi in un lavoro non solo onesto, ma che edifichi la dignità della sua persona.

Su questa necessaria carità da parte dei cristiani la chiesa ha una preziosa biblioteca, dovuta alla riflessione dei padri, i quali di fronte al problema della fame non hanno solo scritto pagine ispirate dal Vangelo ma anche pagine in grado di indicare un vero umanesimo, essenziale per la buona convivenza sociale. Cesario di Arles, per esempio, scrive che “quando un povero ha fame, è Cristo che è nel bisogno, come egli stesso ha detto: ‘Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare’ (Mt 25,42)” (Discorsi 25,1). Agostino ammonisce: “Il Signore farà con te, suo mendicante, come tu farai con chi chiede a te. Da’ e ti sarà dato (cf. Lc 6,38), ma se tu non vuoi dare, sta’ attento. Il povero, infatti, grida a te e ti dice: ‘Io ti chiedo il pane e tu non me lo dai; tu chiederai la vita e non l’avrai’” (Discorsi 350/B). Vi è in particolare una famosa pagina di Giovanni Crisostomo, che vale la pena citare per esteso:

Vuoi onorare il corpo del Salvatore? Non trascurare la sua nudità. Non onorarlo in chiesa con vesti di seta, mentre lo lasci fuori intirizzito dal freddo e nudo. Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo” (Mc 14,22 e par.; 1Cor 11,24) e che con la sua parola ha confermato il fatto, è lo stesso che ha detto: “Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare”(cf. Mt 25,42.44) e “Ciò che non avete fatto a uno di questi più piccoli, non lo avete fatto a me” (Mt 25,45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di un cuore puro; quello che sta fuori, invece, ha bisogno di molta cura (Omelie su Matteo 50,3).

Gli affamati, coloro che, se non saziati, rischiano di morire, sono per i cristiani non solo il “sacramento” di Cristo, ma i “vicari di Cristo”, come li definiva il medioevo cristiano. Proprio su questa misericordia corporale si gioca la salvezza delle nostre vite di credenti. Il giudizio avviene qui e ora per ciascuno di noi, quando di fronte all’affamato siamo chiamati a sentire tutta la nostra responsabilità di fratelli in umanità: se non condividiamo il cibo con lui, diventiamo assassini, siamo come Caino che ha negato e ucciso il fratello (cf. Gen 4,8).

Purtroppo, dopo la stagione dei padri, è sceso un certo silenzio su questa esigenza, che è passata in secondo piano e appare solo come opera straordinaria nel tempo della quaresima o nel caso di situazioni imposte all’attenzione generale dai mass media. Eppure ogni giorno muoiono di fame molti nostri fratelli e sorelle in umanità, non meno degni di noi di una vita buona, immersi in una povertà che li rende senza voce, in una miseria che li nasconde, in una solitudine anonima che li rende solo un “numero” di vittime, senza un volto e senza la possibilità di riconoscimento. Ebbene, il grido dell’affamato sale a Dio di per sé, senza bisogno di essere supportato dalla preghiera di qualcuno (cf. Sir 35,21), e Dio nel giudizio si farà vendicatore di questi affamati, che allora saranno saziati (cf. Lc 1,53), perché la sua opera consiste nell’“abbattere i potenti dai troni, innalzare gli umili e rimandare i ricchi a mani vuote” (cf. Lc 1,52-53). Nel giudizio gli affamati, che saranno nello spazio di Dio, vedranno di fronte a sé quanti li hanno saziati e quanti invece non si sono accorti di loro; allora sentiranno il Figlio dell’uomo dire: “Venite, benedetti del Padre mio!” (Mt 25,34) e “Via, lontano da me, maledetti!” (Mt 25,41). La beatitudine di Gesù secondo Luca – “Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati” (Lc 6,21) – resta come una promessa che sta davanti a noi ogni giorno e risuona come un memoriale quando incontriamo un affamato: o gli diamo vita oppure lo uccidiamo, non c’è una terza possibilità…

Io credo che dovremmo avere questa consapevolezza soprattutto a ogni eucaristia che celebriamo: accogliamo il dono del pane, perché sappiamo condividere il pane. Questa è la prima verità dell’eucaristia da assumere, nella consapevolezza che, se esiste la fame, la nostra celebrazione eucaristica è in qualche modo non pienamente realizzata. Che fare dunque? È molto semplice e umanissimo: abbiamo uno stipendio, con il quale viviamo noi e la nostra famiglia, e di esso alla fine del mese avanza qualcosa; invece di metterlo in banca come risparmio, diamolo a un’organizzazione seria che pensi ai poveri, costruendo per loro reti di acqua potabile, aiutandoli in ambito agroalimentare, nell’assistenza medica… e prima di tutto nel fornire loro cibo da mangiare per vivere. Tutti ormai conosciamo le cifre della fame nel mondo fornite dalla Fao, tutti sappiamo cosa si deve fare perché soprattutto i bambini possano vivere e non morire di fame: basta poco, basta la nostra volontà! Ma il giudizio sarà impietoso verso il peccato di omicidio dei fratelli e delle sorelle. Avere cibo e beni abbondanti e non condividerli è un peccato che invoca giustizia davanti al trono di Dio, è un peccato grave che causa la morte di altri esseri umani come noi, è una bestemmia verso colui che chiamiamo “Padre nostro” (Mt 6,9) e al quale chiediamo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6,11). E lui dovrebbe darlo a noi, se noi non lo diamo a chi ha fame?