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domenica 24 gennaio 2016

Chiara Giaccardi Il Papa e il realismo rivoluzionario della misericordia


Il Papa e il realismo rivoluzionario della misericordia
Chiara Giaccardi Avvenire 24 gennaio 2016

Il messaggio per la 50esima giornata delle comunicazioni sociali è parte di una trilogia che va letta trasversalmente, oltre che dentro la cornice dell’anno giubilare.
Il nesso tra comunicazione e Misericordia era già nel messaggio di due anni fa, con l’icona del samaritano: se ci lasciamo toccare il cuore non possiamo non metterci in movimento, farci messaggeri, moltiplicatori di prossimità. Ma è sempre Dio che ciprimerea, che ci anticipa. Noi possiamo solo essere “media” di questo messaggio, che ci trasforma mentre lo accogliamo. Insomma, la misericordia non è un “dover essere”, ma un “volere bene”. Il messaggio dello scorso anno, con l’icona della visitazione, ha messo in luce altri aspetti: prendere l’iniziativa per condividere una buona notizia, comunicare con tutto il corpo, ma soprattutto sapere che la comunicazione è possibile perché noi non siamo individui che costruiscono relazioni ma, al contrario, siamo “relazione” prima che “individui”. Per questo il grembo materno è la prima scuola di comunicazione, e la famiglia la seconda.

Il messaggio di quest’anno va compreso sullo sfondo di una verità che sta molto a cuore a papa Francesco e che è insieme ontologica, antropologica, teologica. O, per dirlo con una parola sola, “mistica”: «Tutto è connesso» (Laudato si’16). È la Misericordia di Dio, il suo chinarsi su di noi, che tiene insieme il mondo. Senza questo amore che perdona all’infinito, il mondo non esisterebbe. E l’amore, si legge nel messaggio, per sua natura è comunicazione. Contagia, mette in moto processi, attiva risorse ed energie.

Con la misericordia la comunicazione-riduzione di distanze sul piano orizzontale si arricchisce di un elemento ulteriore: il movimento verticale del chinarsi di Dio, che trasforma una lontananza radicale in prossimità. Icona rivoluzionaria in un tempo in cui si ritiene che ogni asimmetria sia premessa di dominio, e che l’unica alternativa sia l’equivalenza che cancella ogni differenza. Il Papa dice cosa ben diversa: data l’asimmetria costitutiva delle relazioni, l’unica alterativa al dominio è la misericordia, dove il più grande si mette al sevizio del più piccolo.

Misericordia è amore che riconoscendo le differenze se ne prende cura; equivalenza è invece astrazione che cancella le differenze, con quella stessa violenza che pretenderebbe di combattere.

Misericordia è dunque una risposta molto precisa alle sfide antropologiche del nostro tempo. Per questo non può essere accusata di “buonismo”: «Ingiustificatamente idealistica o eccessivamente indulgente». Da una parte perché è esigente: non è buona parola a poco prezzo, ma «l’Everest del cristianesimo», come l’ha efficacemente definita l’attore (e autore) Giacomo Poretti. Dall’altra, perché è principio di realismo. Conoscere prendendosi cura è la prospettiva che consente una comprensione profonda, concreta, capace di suggerire vie di azione insieme rispettose ed efficaci. Il distacco invece è presbite, matrice di quella indifferenza che produce «cultura dello scarto» e perdita di realtà: «Agire come se Dio non esistesse, decidere come se i poveri non esistessero, sognare come gli altri non esistessero» (EG 80). La Misericordia è antidoto alla perdita del reale, oltre che dei legami.

Altre tre sottolineature a partire dal messaggio.

La Misericordia è l’amore di Dio per l’essere umano tutto intero, che ridà dignità a tutte le sue dimensioni. Il suo linguaggio è quello caldo della tenerezza. Un amore che si può definire in senso buono «viscerale» (udienza 13/1/2016). Per questo la comunicazione è sempre integrale: non solo trasmissione di pensiero, ma linguaggio del “corpo vivente”, immerso in una rete di affetti, rivolto a ciascuno nella sua unicità: il contrario della comunicazione di massa, spersonalizzata e spersonalizzante.

Un secondo aspetto: la Misericordia ci rende «santamente inquieti» (EG49). Una indicazione preziosa per la comunicazione mediale, e anche un criterio per valutarla. Mettere in discussione l’ovvio, raccontare la realtà da vicino stimola un’audacia positiva e creativa. Invece, la cattiva informazione ci inquieta “diabolicamente”, alimenta le fiamme della sfiducia e dell’odio, crea divisione, contrapposizione, inimicizia. Scava fossati e trincee, tradisce il mandato del comunicare: far crescere la comunione.

Infine, ogni residuo di “dualismo digitale” è spazzato via, dato che «Anche e-mail, sms, reti sociali, chat possono essere forme di comunicazione pienamente umane». «Non è la tecnologia che determina se la comunicazione è autentica o meno, ma il cuore dell’uomo», scrive Francesco. Se come ha scritto Benedetto XVI: «La città dell’uomo non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione» (CV6), la Misericordia assume una valenza che è anche politica, e il suo linguaggio contribuisce a creare «una vera cittadinanza anche in rete». E poiché tutto è connesso, il linguaggio della Misericordia nutre «la vita fraterna e fervorosa della comunità» (EG 107).