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lunedì 18 gennaio 2016

Brunetto Salvarani Note di un Dio di misericordia



di Brunetto Salvarani
teologo, saggista e critico letterario

La canzone con cui si apriva il primo disco ufficiale del cantautore genovese Fabrizio De André, Volume 1 (1967), si intitolava Preghiera in gennaio.

Il pezzo si presenta come un’invocazione diretta a Dio affinché perdoni e accolga in paradiso un’anima suicida, al contrario di quanto prevede(va) la morale cattolica corrente. In altre parole, De André chiedeva a Dio di trovare il coraggio di fare il contrario di quello che hanno deciso gli uomini, i “signori benpensanti” esplicitamente citati nel brano, che - senza domandarsi il motivo di una simile scelta estrema - condannano irrimediabilmente quanti hanno deciso di por termine alla propria esistenza. Tale rovesciamento di prospettiva, dettato dalla pietà e dall’amore, è la cifra non solo di questo brano, ma si potrebbe dire dell’intera produzione deandreiana. Non è un mistero - nonostante l’iniziale reticenza dell’autore - che la canzone sia dedicata al collega cantautore Luigi Tenco, che si tolse la vita il 27 gennaio 1967 a Sanremo, a seguito della bocciatura da parte della giuria di Ciao amore, ciao, presentata al Festival della canzone italiana di quell’anno («Anche se io, tutto sommato, non posso considerarmi né cristiano né cattolico - ammise un giorno in un’intervista - mi farebbe tanto piacere che nel caso di Luigi ci fosse veramente un Dio»). Ecco i suoi versi conclusivi:

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.
Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.
Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.


Dio di misericordia, dunque. Come siamo distanti dall’iconografia devozionale borghese, benpensante, che lo rende con un volto impassibile e lontano, rassicurante perché - alla fine - non compromettente! E come siamo vicini alle immagini dei poveri in spirito e ai puri di cuore che vedranno Dio, come riferito nelle Beatitudini (Vangelo di Matteo 5,3.8).

Ricorda questi servi disobbedienti

A oltre quindici anni dalla sua scomparsa, avvenuta a neppure sessant’anni l’11 gennaio 1999, la figura di De André sta registrando un’amplissima fioritura di iniziative, a un livello che non ha precedenti in Italia. Si direbbe che il cantautore genovese abbia intercettato, soprattutto post-mortem, quel bisogno di poesia e di legami sociali mai interamente sopito eppure oggi particolarmente carente. Come mai? A conti fatti il motivo va ricercato nella capacità del Bob Dylan italiano di spaziare con sicuro lirismo su temi universali, eterni: fra i quali, non ultimo e non secondario appare senz’altro quello religioso. Il che non equivarrà a ingabbiarlo nell’alveo di una confessione religiosa ufficiale, e tanto meno a eleggerlo ad ateo devoto ante litteram. Tutt’altro…
«Ricorda Signore questi servi disobbedienti/ alle leggi del branco/ non dimenticare il loro volto/ che dopo tanto sbandare/ è appena giusto che la fortuna li aiuti/ come una svista/ come un’anomalia/ come una distrazione/ come un dovere»: si chiudeva così, con questi versi rubati allo scrittore colombiano Alvaro Mutis, il vasto canzoniere di Faber. Il brano, Smisurata preghiera, conclude l’ultimo disco, da tanti considerato il vertice della sua produzione, Anime salve. È curioso ripensare al fatto che il suo album d’esordio, come abbiamo visto, si aprisse con Preghiera in gennaio: come se l’intero suo repertorio sia leggibile come una suggestiva inclusione tra due commosse orazioni, entrambe incentrate sul Dio capace di pietà verso i perdenti, gli sconfitti, gli ultimi.

Uno come noi

Così, al di là delle sue stesse intenzioni, De André ha rivestito una diretta influenza teologica sulla cultura italiana dell’ultimo quarantennio. Il riferimento va oltre a quello, ovvio, di quell’autentico capolavoro che resta La Buona Novella (1970), per allargarsi a tante canzoni disseminate di orme evangeliche, che ci consegnano una galleria inedita e memorabile di variopinti santi peccatori. Prostitute e assassini, pescatori e musicisti, bevitori e bombaroli, nativi americani e zingari, tutte anime salve - appunto - in quanto perdute e rifiutate dal potere, esistenze riscattate dall’unica religione da lui coerentemente praticata, quella dell’umana compagnia e della solidarietà con gli esclusi. Ecco perché Fabrizio riteneva Gesù il più grande rivoluzionario della storia: «Gesù rimane un esempio da imitare - confessò in una delle ultime interviste, nel ’97 - e ama il prossimo tuo come te stesso è un principio bellissimo». Già nel primo album, sopra citato, c’era un brano dedicato al figlio di Dio dei cristiani, Si chiamava Gesù, in cui Faber esprimeva le proprie convinzioni al riguardo: l’hanno chiamato Dio, ma era solo un uomo. Eccezionale, ma pur sempre uno come noi.
Ma è con La Buona Novella che l’esplorazione dell’uomo chiamato Dio di De André si fa oggetto di un intero disco, ispirato dai vangeli apocrifi, in contrapposizione a quelli canonici, da lui ritenuti un po’ l’ufficio stampa di Gesù… La cui traiettoria, esemplarmente, prende avvio da un Laudate Dominum recuperato dalla tradizione medievale per approdare a un incerto, provocatorio quanto illuminante Laudate hominem nella cantata finale. Con Cristo, ma senza la chiesa, come si ripeteva allora (e non solo negli ambienti del dissenso cattolico). In realtà i testi della Buona Novella sono assai più poetici e problematici di quanto le spiegazioni approssimative dello stesso autore abbiano mai evidenziato, quasi egli malcelasse il pudore di dover confessare la commozione e il coinvolgimento (emotivo e spirituale) che respiriamo ancor oggi ascoltando Via della croce, Ave Maria o Il testamento di Tito: «Non avrai altro Dio all’infuori di me/ spesso mi ha fatto pensare:/ genti diverse venute dall’est/ dicevan che in fondo era uguale./ Credevano a un altro diverso da te/ e non mi hanno fatto del male». Da parte sua ammise che, composta La Buona Novella in pieno Sessantotto, molti amici ritennero il disco anacronistico perché parlava di Gesù nel cuore della rivolta studentesca. Eppure, replicò, ciò che gli studenti volevano non era poi lontano dagli insegnamenti di Cristo, abolizione delle classi sociali e dell’autoritarismo, e creazione di un sistema egualitario: «Gesù ha combattuto per la libertà integrale, piena di perdono». Per rilanciare la sua visione di un Dio misericordioso, contro ogni lettura che ne faceva (e ne fa ancora, purtroppo) la molla perversa di violenze inimmaginabili.
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Dell’Autore segnaliamo
La Bibbia di De André, Claudiana, Torino 2015