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venerdì 15 gennaio 2016

Brunetto Salvarani La dichiarazione «Nostra aetate»..


Trascorso mezzo secolo dalla fine del Vaticano II: in chiave biblica, è l' età della definitiva pienezza e della maturità, il che vale anche per il Concilio. Al cuore del quale si colloca, in chiave simbolica non meno che strategica, la dichiarazione Nostra aetate, che può essere considerata il punto di non-ritorno non solo dei rapporti ebraico-cristiani, ma anche di quelli con le altre religioni, all' esaurirsi della lunga stagione segnata dall' assioma extra ecclesiam nulla salus.
Notevoli, infatti, sono gli effetti di quel documento breve eppure profondamente innovatore, nonostante gli aspetti che - stando agli auspici dei padri conciliari più sensibili - apparvero al momento ancora ambigui, sfuocati o disattesi.
Occorre tuttavia ammettere che, per stilare un reale bilancio degli effetti di quella dichiarazione, nel nostro caso un cinquantennio è uno spazio di tempo ampio, ma comunque insufficiente a estirpare dalla teo-È logia e dalla mentalità cattolica diffusa i normali e radicati atteggiamenti di antigiudaismo, soprattutto se riandiamo a quale fosse prima del Vaticano II lo standard dei rapporti fra ebrei e cristiani. È evidente che il cammino sia ancora in corso, ma sarebbe ingeneroso negare che un tratto iniziale è stato effettuato. Il tratto più arduo, direi, perché compiuto quasi due millenni dopo il protoscisma, densi di assolute incomprensioni, di sostituzionismo ( la Chiesa "vero Israele" contro il "falso Israele" storico!), quando non di autentiche persecuzioni. Com' è noto, Nostra aetate non ha inteso avviare un discorso dottrinale, bensì pastorale, allo scopo di rimuovere una serie di ostacoli plurisecolari - i miti del deicidio, della dispersione, dell' accusa del sangue, della punizione divina del popolo ebraico - al fine di avviare un dialogo effettivo con Israele. Perciò, la dichiarazione è appena l' introduzione a un nuovo capitolo della teologia che siamo tutti chiamati a scrivere sulla linea di un' intuizione del cardinal Martini: «La posta in gioco non è semplicemente la maggiore o minore continuazione vitale di un dialogo, bensì l' acquisizione della coscienza, nei cristiani, dei loro legami con il gregge di Abramo e le conseguenze che ne deriveranno sul piano dottrinale, per la disciplina, la liturgia, la vita spirituale della Chiesa e addirittura per la sua missione nel mondo d' oggi». Significativa è la scelta del genere letterario adottato: le dichiarazioni, infatti, sono la parte più inventiva del Concilio, rivolta direttamente all' esterno e caratterizzata da un linguaggio accessibile. Nostra aetate, del resto, non affronta solo il panorama delle relazioni fra ebrei e cristiani, e anzi, va considerata come una prima legge-quadro dei rapporti con tutte le religioni. Peraltro, un semplice sguardo sincronico alle cinque parti che lo compongono rivela quanto nel testo pesi il quarto paragrafo, dedicato a Israele, che da solo ne occupa quasi la metà, oltre a rappresentarne il climax. In realtà, la genesi di Nostra aetate fu casuale. Va fatta risalire, infatti, a un incontro, destinato a fare epoca, fra lo storico ebreo francese Jules Isaac, che aveva subito l' amputazione della famiglia durante la Shoah, e Giovanni XXIII, avvenuto il 13 giugno 1960. Nel corso dell' udienza, grazie anche all' amicizia di entrambi con Maria Vingiani, l' autore del volume Gesù e Israele poté raccomandare al Papa la condanna dell' atteggiamento di disprezzo «che ancora oggi viene tenuto da una parte dei cattolici verso gli israeliti», consegnandogli un' apposita "memoria". Al termine, il Pontefice accolse il suggerimento di creare una commissione di studio sul tema, assicurandogli che al riguardo aveva «diritto ben più che alla speranza». Molti passi, ovviamente, sono ancora da compiere, e il processo, oggi, appare tutt' altro che esaurito. Bisogna educarci quotidianamente, al dialogo! Resta il fatto innegabile che, a partire da Nostra aetate, l' ebraismo è diventato per i cattolici il punto di riferimento non solo del dialogo interreligioso, ma di ogni differenza, e sacramento di ogni alterità. Se il dialogo è il rischio del non ancora e dell' altrove, non nega le differenze e non le annulla; anzi, richiede le differenze e le mantiene, ma abbatte gli steccati e costruisce ponti sulle voragini che abbiamo scavato per separare noi dagli altri e gli altri da noi. Non rivendica diritti di verità (teologica o storica), né si arroga il diritto di determinare le scelte dell' altro, e non rinfaccia né richiede nulla all' altro. Il dialogo è la cifra della carità, della speranza e della gratuità. E, infine, si fa in due: come il tango, secondo un proverbio che credo non dispiaccia a papa Francesco.




Con la comune riflessione ebraica e cristiana sulla Decima Parola arriviamo a conclusione di questo tratto di cammino fatto insieme, che negli ultimi dieci anni ci ha portato a meditare sulle Dieci Parole di Esodo 20 e Deuteronomio.

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