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sabato 26 dicembre 2015

Stefano Bittasi Stefano, Prototipo di ogni Martire


Devo confessarlo (dal sito di Stefano Bittasi).
La celebrazione istituzionale di un “martire” non è mai stata tra le mie “feste” preferite. Per molti motivi. Il primo di tutti: si ricorda il fatto che qualcuno ha ucciso qualcun altro. Uno è buono (il santo), l’altro normalmente è il cattivo. Ed è cattivo perché odia la fede, l’ideologia, il principio di cui l’eroe che celebri è portatore.
E così abbiamo una lunga fila di cattivi che “ci” hanno uccisi, attraverso il simbolo rappresentato dal martire. Giudei, Musulmani, Tribali in Africa, Asia e Americhe, Protestanti, Anglicani, Principi e Sovrani, Comunisti … e chi più ne ha più ne metta.
Ci sono state epoche poi nelle quali la propaganda contro i “cattivi” è stata feroce e, devo ammettere, soprattutto nella Chiesa Cattolica. Spesso la canonizzazione di un singolo o di interi gruppi di martiri è servita per propagandare questa lotta contro il nemico. Usando eventi del passato, si è voluto fare un’affermazione “politica” sull’oggi. È noto per esempio in Spagna il disagio suscitato dalla recente canonizzazione dei martiri spagnoli durante la guerra civile per mano dei comunisti, senza un accenno ai tanti cristiani morti per mano del regime di Francisco Franco nello stesso periodo storico. Siccome i primi sono stati uccisi da comunisti, sono morti per la loro fede (e quindi sonoipso facto martiri). Invece i secondi sono stati uccisi per motivi politici (e quindi non sono martiri). Lo stesso argomento è stato utilizzato per molti anni per ostare il riconoscimento dei martiri gesuiti del Salvador (Rutilio Grande e poi Ignácio Ellacuría ucciso insieme a 5 suoi confratelli, la loro collaboratrice con la figlia sedicenne) o del vescovo Oscar Maria Romero.
Ça va sans dire … che quando è stata la chiesa cattolica o suoi esponenti a perseguitare o uccidere qualcuno, siamo tutti qui a invocare la necessità di “capire i motivi di questi eventi, mettendoli nella giusta prospettiva storica” o, peggio, a giustificarli perché era una “difesa della Verità” secondo l’esprit du temps!
È per me un tormentone, un circolo vizioso. Da una parte ammiri e stimi la coerenza della testimonianza, il non scendere a compromessi del martire, ora in paradiso; dall’altra devi resistere alla tentazione di riempire il tuo inferno di questi “nemici” della tua fede che ancora oggi popolano il tuo mondo. Il pericolo profondo è di trasformare il mondo che circonda i martiri di buoni e cattivi. Di santi e dannati.
È per questo che chi mi riconcilia con tutto ciò è proprio il Nuovo Testamento con il suo racconto del “Primo” dei Martiri, santo Stefano.
Il Prototipo per sempre di cosa significhi martirio per il cristianesimo.
Leggiamo negli Atti degli Apostoli (7,55-60): Stefano pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.
Stefano ripropone l’atteggiamento di Gesù che dalla croce aveva pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno (Luca 23,34).
Il momento della morte di Gesù non è condanna per coloro che lo uccidono, ma è, pure lei, evento in cui si apre lo spazio della misericordia. Stefano, che muore per aver predicato quello stesso Gesù, si fa portatore della stessa sua misericordia. La sua coerenza, la sua testimonianza “fino alla fine” non è funzionale a stigmatizzare il comportamento dei nemici e a fomentare l’odio contro di loro. Anzi la morte di Stefano apre la porta del cielo aperto, visibile, anche per loro che, seppure uccidendolo, non sono imputati per questo peccato al tribunale di Dio.
Celebrare un martire significa allora non aprire nostri tribunali attraverso i quali imputare peccati , ma aprire la porta della Misericordia. La stessa misericordia testimoniata dai martiri, perché è questa la vera testimonianza evangelica.
E di questi tempi vale la pena rileggere il testamento spirituale di frère Christian de Chergé, il priore del monastero trappista di Tibhrine in Algeria, ucciso il 26/27 marzo 1996 insieme a sei suoi confratelli  (che trovate qui sotto trascritta). Vale la pena, davvero!
E vorrei chiudere con le parole che Enzo Bianchi, priore del Monastero di Bose propone nella prefazione al libro “Più Forti dell’Odio” che riporta gli scritti dei Trappisti del monastero di Tibhrine:
“In un momento in cui molti pensano all’Islam come nemico, il gesto di chi si lascia sgozzare amando il proprio carnefice è l’estremo rifiuto della logica dell’inimicizia, è l’unico atto che può portare fine alla catena delle rivalse e delle vendette. È il caso serio del cristianesimo… Con il martirio un cristianesimo che sembra incapace di comunicare agli uomini d’oggi ritrova improvvisamente la forza di suscitare domande e di inquietare le coscienze”.

Qui il libro “Più forti dell’odio
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Testamento di frère Christian de Chergé
Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimé, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno «grazia del martirio», il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’Islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’Islam che un certo islamismo incoraggia. E’ troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: «Dica adesso quel che ne pensa!». Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede, completamente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!
Insc’Allah.
Algeri, 1º dicembre 1993
Tibhirine, 1º gennaio 1994

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996, sette dei nove monaci che formavano la comunità del monastero di Tibhirine, fondato nel 1938 vicino alla città di Médéa 90 km a sud di Algeri, furono rapiti da un gruppo di terroristi. Il 21 maggio dello stesso anno, dopo inutili trattative, il sedicente «Gruppo Islamico Armato» ha annunciato la loro uccisione. Il 30 maggio furono ritrovate le loro teste, i corpi non furono mai ritrovati.