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lunedì 21 dicembre 2015

Luciano Manicardi Bibbia e giovani


Premessa

“È necessario che i fedeli cristiani abbiano largo accesso alla sacra Scrittura” (DV 22). Così si esprime la Costituzione Dei Verbum del Vaticano II e il card. C.M. Martini - di cui tutti ricordiamo l’iniziativa della Scuola della Parola, una scuola di lettura biblica da lui istituita e da lui stesso condotta per anni a Milano per i giovani - facendo eco a tale testo, ha scritto qualche anno fa: “Il Vaticano II ha insistito perché tutti i fedeli avessero accesso diretto alla Scrittura. Se ciò avviene, il contatto con la Parola porta una ricchezza di vita insospettata; e questa esperienza la possono fare tutti, la gente comune, i giovani.
A me, che leggo la Scrittura ormai da circa quarant’anni, essa appare ogni volta così nuova e ricca da destarmi stupore e da creare quello shock dell’intelligenza e dell’emozione che suscita il senso dei valori umani e che mette a contatto con i valori stessi di Dio”. Il card. Martini parla dei valori umani e dei valori di Dio, dunque della duplice e inscindibile dimensione umana e spirituale, antropologica e teologale (del giovane come di chiunque altro), che la Scrittura ha la capacità di far crescere e maturare guidandola verso “la piena maturità di Cristo” (Ef 4,13). La seconda lettera a Timoteo - persona di “giovane età” secondo 1Tm 4,12 - esorta il destinatario a restare ancorato saldamente alle Scritture “che hanno il potere di istruire in vista della salvezza che si ottiene mediante la fede e che sono utili per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2Tm 3,15-17). Anche qui appare questa duplice finalità della Scrittura: la dimensione teologale (la salvezza che si ottiene mediante la fede) e quella prettamente umana (essere completo e preparato per ogni opera buona). Ora, come condurre un giovane a fare della lettura delle Scritture il momento di un incontro con il Signore vivente e il luogo di crescita verso la maturità umana e spirituale? Come motivare la necessità del ricorso a un libro, e per di più scritto duemila anni fa, per vivere la fede oggi? Queste le domande che mi pongo e a cui cerco di dare risposte con voi.
Il luogo da cui parlo e il punto di vista in cui mi situo è quello di chi, all’interno della comunità monastica di Bose da diversi anni tiene corsi e incontri per giovani, cercando appunto di coniugare pagina biblica e vita, il bisogno umano del giovane con il messaggio della Bibbia, perseguendo dunque una lettura attenta al dato biblico, ma capace di aprirsi al senso della vita. E vorrei iniziare la mia riflessione leggendo e ascoltando la Scrittura, in particolare un brano evangelico che mi pare abbia qualcosa da dirci sull’incontro con i giovani e sul come proporre loro la Scrittura come indicazione di via e di vita. Ciò che emerge sarà poi ripreso nella seconda parte della meditazione.

I parte
Lettura e commento di Mc 10,17-22

“Mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: ‘Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?’. Gesù gli disse: ‘Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre’. Egli allora disse: ‘Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia fanciullezza’. Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: ‘Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi’. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni”.
Siamo di fronte alla versione marciana dell’episodio del giovane ricco: Mt 19,20 sottolinea che l’interlocutore di Gesù è un giovane, mentre Mc dice che si tratta di “un tale”, un anonimo che fin dalla fanciullezza ha vissuto l’obbedienza ai comandamenti del Signore. Tuttavia il suo identikit è quello di un giovane. È una persona in ricerca e abitata da domande, è entusiasta e desideroso: corre, si getta in ginocchio, interroga. La sua ricerca si esprime in una domanda spirituale, che riguarda la vita eterna, ma il testo suggerisce che la sua ricerca è anche umana, umanissima: egli cerca il proprio nome, il proprio volto, la propria identità. È rarissimo nella Bibbia che una persona sia anonima. Ogni vera ricerca è allo stesso tempo umana e spirituale. Ed è una persona contraddittoria: corre, mostra desiderio ardente, ma mostra anche incertezza, incapacità di muovere i passi nella giusta direzione. Non è solo uno che fa una domanda: egli è domanda. E qui c’è il compito dell’educatore: discernere la domanda che il giovane è a partire dalle domande che fa. Orientare la sua domanda. Ascoltare nel profondo la ricerca che abita il giovane. Un ascolto superficiale della domanda posta dal giovane (“Che cosa devo fare?”) potrebbe portare l’educatore a impiegare il giovane nel mercato delle attività parrocchiali, pastorali, ecc. Occorre saper cogliere anche la generosità, l’oblatività del giovane come espressione del desiderio di ex-sistere, di uscire da sé per ricevere la propria identità dalla e nella relazione con l’altro. Nessun dubbio che la ricerca profonda della persona riguardi la salvezza, ma questa salvezza concerne anche il quotidiano, ha a che fare con il senso del vivere, non certo solo con una dimensione ultraterrena. Di più, questa persona cerca un maestro e un maestro buono. Il giovane che noi incontriamo non è in cerca della Scrittura, è in cerca di un testimone di ciò che la Scrittura contiene, è in cerca di vita e di chi sappia generare alla vita. Maestro è colui che in-segna, fa segno, da chiavi e simboli per aiutare ad orientarsi nella vita. E lì si vede come possa essere importante la Scrittura. Scrittura a cui Gesù rinvierà rimandando al decalogo. E l’aggettivo “buono” riferito al maestro non designa solo una qualità morale, ma la capacità del maestro di unire esperienza umana e sapienza spirituale, conoscenza della fragilità umana e conoscenza della misericordia di Dio. Indica una persona che sappia accogliere il giovane così com’è, senza giudicarlo, senza condannarlo, e che gli ispiri e si guadagni quella fiducia che consentirà al giovane di dirsi, di confidare le proprie incertezze, i propri enigmi, ciò che egli sente indicibile di sé. Il fine è aiutare l’unificazione della persona, del giovane: istradarlo verso la soggettività e la libertà, farlo passare dalle prestazioni all’essere. Gesù non gli dice che cosa deve fare, ma gli pone una controdomanda: perché mi chiami buono? Gli chiede conto della sua ricerca, gli fa fare un itinerario interiore. Gli dice di andare a fondo di se stesso, e nel contempo lo rinvia alla Scrittura, al cuore della Scrittura, alla Torah e in particolare al decalogo. La Bibbia trova qui una sua funzione importante: aiutare il giovane a darsi un centro, a unificarsi attorno a una parola determinante, a una relazione decisiva. “I giovani devono darsi un nome, una strada, una fatica, un’attesa, un incontro. Oggi siamo di fronte a troppe fonti di sapere parziale. Sapere parziale è il corpo, l’immagine, il lavoro, i soldi, la relazione spontanea, la violenza, la depressione, il lasciarsi andare tipico di chi non è interiormente unificato intorno a una grande sintesi della vita, e ancor di più non è unificato intorno a un unico grande amore” (Severino Pagani). Non a caso il nostro testo trova un suo apice quando dice che Gesù guardò il giovane e lo amò.
La Scrittura emerge dunque come elemento vitale e determinante perché è il sacramento della volontà di Dio, ma essa è insufficiente da sola. Essa abbisogna di un mediatore, di un padre spirituale, di un testimone. Non basta il libro, occorre un uomo, una persona che non solo la spieghi, ma anche la viva, ne sia appassionato. L’etiope in At 8 dice a Filippo di aver bisogno di qualcuno che gli spieghi la Scrittura (At 8,30-31). Ma non di solo questo si tratta. Così come non solo di un individuo c’è bisogno, ma di una comunità. Ma ecco che Gesù, con la sua controdomanda e con il rinvio alla Scrittura ha incanalato il cammino del suo interlocutore nel duplice senso della conoscenza di sé e della conoscenza di Dio. Sono i due momenti inscindibili di un’unica ricerca che troverà nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo la sua pienezza. La stessa Scrittura è citata da Gesù, vero Signore delle Scritture, in modo singolare, non seguendo l’ordine letterale del decalogo ma facendo una scelta e una ricomposizione. Gesù ricompone l’unità della Scrittura in vista del giovane che ha davanti: il destinatario non è solo vuoto contenitore di ciò che la Scrittura è o dice astrattamente. Certo, questo non autorizza l’educatore a usare la Bibbia come gli aggrada, ma significa che Gesù è il Signore della Scrittura: la Scrittura trova in Cristo il suo criterio di unità. La Scrittura disegna un percorso di crescita umana e di ordinamento dell’umanità di quella precisa persona intorno al primato del Signore. Così il dare la Parola di Dio al giovane diviene anche un dargli la parola, farlo uscire dal mutismo, dargli la possibilità di dire e di dirsi, far emergere la sua soggettività. La Scrittura è finalizzata alla vita. Gesù non chiede a quella persona né di fare delle cose né di mettersi a pregare, ma di iniziare un cammino di unificazione della propria umanità davanti a Dio. E i comandi del decalogo, cinque negativi e uno, l’ultimo, positivo, vanno in questo senso e disegnano un itinerario di vita interiore e di ordinamento della propria umanità attorno a un centro. Molti giovani oggi hanno tante ricchezze, ma non sanno o non riescono a unificarle, a ordinarle attorno a un centro, e così rischiano di restare nel caos e di non conoscere mai il cosmos, l’ordine, rischiano di restare nella confusione, nel disordine, nello smarrimento dovuto alla molteplicità che affascina e stordisce. E i vari comandi negativi sfociano in quello positivo che chiede di dire di sì all’origine precisa che egli ha avuto, di dire di sì a quel padre e a quella madre che lo hanno generato alla vita, dire di sì al passato che lo ha segnato. La Scrittura - che rivela il lettore a se stesso - aiuta il percorso di ordinamento dell’umano di ciascuna persona. Accettarsi nella propria precisa limitatezza: questo l’atteggiamento sapiente che la Bibbia chiede.
Dunque conoscenza di sé e conoscenza di Dio sono interrelate e trovano nella Scrittura un punto di incontro decisivo. E soprattutto, come mostra il proseguo del testo, la Scrittura tende a condurre all’incontro personale con Gesù. La Scrittura conduce a Gesù, all’esperienza di essere da lui amati e chiamati. Lì non c’è più una pagina scritturistica, ma il Signore vivente che ama personalmente e chiama a seguirlo. La Scrittura diviene così luogo di esperienza dell’amore del Signore e di ascolto della chiamata del Signore stesso.

II parte

1. Che cos’è la Bibbia?

Preliminare indispensabile ad ogni pedagogia all’ascolto della Parola e fondamentale presa di coscienza per chi vuole “entrare” da credente nella Scrittura è la chiarificazione del rapporto fra Bibbia e Parola di Dio. Deve essere ben chiaro che la Scrittura non coincide con la Parola di Dio, che la Bibbia non è immediatamente Parola di Dio. La Bibbia stessa testimonia che la Parola di Dio è realtà che eccede e trascende il Libro santo. La Parola è realtà vivente ed efficace (Is 55,10-11; Eb 4,12-13), onnipotente (Sap 18,15), eterna (Is 40,8; 1Pt 1,25). È l’intervento creatore e salvifico di Dio nella storia umana, tanto che il termine ebraico davar significa non solo “parola”, ma anche “storia”, “evento”. La Parola è realtà teologica, è il parlare di Dio che diviene anche il suo dirsi e il suo darsi, è dunque rivelazione di Dio, quella rivelazione che assumerà forma piena nel volto di Gesù Cristo, il Figlio che è la Parola fatta carne (Gv 1,14), la Parola definitiva di Dio all’umanità (Eb 1,2) che chiama l’uomo ad entrare nell’alleanza con lui. Possiamo dire che la Scrittura contiene e trasmette la Parola di Dio all’interno di una ermeneutica spirituale, come frutto di un’operazione nello Spirito santo e dello stesso Spirito. “Le sacre Scritture contengono la parola di Dio e, poiché ispirate, sono veramente parola di Dio” (DV 24); pertanto, la Scrittura “deve essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta” (DV 12). La Parola di Dio in effetti non è racchiusa semplicemente tra le pagine di un libro, per quanto santo e venerabile, ma diffusa nella storia, discernibile nel fratello, soprattutto nel povero, riconoscibile in eventi storici ed esistenziali, presente nel sacramento, testimoniata nella carità… Questo significa che l’ascolto della Parola di Dio nella Scrittura non coincide con la lettura di frasi scritturistiche. E solo questa premessa può liberare da tentazioni di letture fondamentaliste della Scrittura. Queste premesse devono essere chiare per gli educatori e animatori biblici anzitutto, perché sappiano farsene tramite presso il giovane tentato di letture ingenue, o letterali o spiritualiste o moraleggianti.
La Scrittura inoltre è luogo di alleanza, di incontro: la dialogicità è costitutiva della Scrittura che nella sua stessa composizione è costituita di un Primo Testamento e di un nuovo Testamento dalla cui reciproca relazione emerge la Parola (come appare evidente nella liturgia). Al cuore della Bibbia il Cantico dei Cantici, un testo completamente dialogico, è indicativo del senso di tutto il macrotesto biblico: se leggere il Cantico significa essere immessi nel dialogo tra amante e amata, leggere la Scrittura significa entrare nel dialogo d’amore tra Dio e il suo popolo, tra Dio e il credente.
Trovo importante anche sottolineare ai giovani il carattere plurale delle Scritture: pluralità di libri (tà biblía è un plurale: la Bibbia è un libro plurale, una biblioteca), pluralità di lingue, ambienti culturali e geografici, epoche e tempi di composizione dei diversi libri; pluralità di autori a volte anche di uno stesso libro che ha conosciuto una lunga storia redazionale. Anche il NT non presenta un solo vangelo, ma quattro. Essi sono riflessi diversi dell’unico e inesauribile volto di Cristo. L’utilizzo di una sinuosi può essere strumento molto efficace per aiutare ad entrare in una lettura intelligente dei vangeli. Si tratta di imparare il pluralismo della fede, dei modi di vivere la fede. Si tratta di imparare che non vi è un monolitismo della fede, ma una pluralità e molteplicità di sfumature e di aspetti che l’unico volto Signore assume nelle diverse comunità. La pluralità che abita e costituisce la Scrittura insegna l’arte dell’unità nella differenza, mostra un centro unificante attorno al quale può convivere la diversità.

2. Perché la Bibbia?

È importante motivare la lettura delle Scritture attorno ad alcuni saldi pilastri.
Il primo è certamente quello della conoscenza di Cristo. Conoscenza che passa attraverso le Scritture e, massimamente, i vangeli. Come ricorda infatti la Dei Verbum, i vangeli occupano un posto di eccellenza all’interno degli scritti neotestamentari: “A nessuno sfugge che tra tutte le scritture, anche del nuovo testamento, i vangeli meritatamente eccellono, in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro salvatore” (DV 18). Conoscenza che non potrà essere puramente intellettuale, ma dinamica, coinvolgente, “implicata”: come nel vangelo secondo Marco la conoscenza di Cristo avviene all’interno di una concreta e quotidiana sequela (e solo all’interno di una sequela fino alla croce potrà avvenire un’autentica confessio fidei), così questa conoscenza dovrà implicare l’ambito delle relazioni e dell’intera esistenza. È una conoscenza pratica, che tende a realizzare quanto ascoltato facendo l’unità tra pagina biblica e vita.
Secondo pilastro è il dare radici profonde e salde alla fede. La fede cristiana, la fede pasquale è inscindibile dalle Scritture. Nel “Credo” noi professiamo la fede in colui che è morto e risorto “secondo le Scritture”. Il Cristo scisso dalle Scritture non salva nessuno, non è l’obbediente che porta a compimento il disegno salvifico di Dio dispiegato dalla creazione attraverso la storia d’Israele e testimoniato nelle Scritture. La pagina finale del terzo vangelo (Lc 24) mostra con assoluta evidenza che la fede pasquale non nasce dalla visione di una tomba vuota, ma necessità del ricordo delle parole di Cristo (24,6.8), della fede nella parola dei Profeti (24,25-27), della comprensione della Scrittura, di quanto scritto nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi (24,44-46). Nella parabola del povero Lazzaro e del ricco che banchettava ogni giorno (Lc 16,19-31) si attesta che la resurrezione è inutile se scissa dall’ascolto delle Scritture: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi” (16,31). Scisso dalla testimonianza delle Scritture e dalla luce della rivelazione il Cristo diviene la proiezione dei nostri desideri e dei nostri progetti, come per i due discepoli di Emmaus che in Gesù vedevano solo il liberatore politico d’Israele. Gesù diviene insomma un idolo. Si comprende l’importanza del riferimento scritturistico per i giovani tentati di colorare Gesù delle tinte dei loro desideri e di farne il terminale delle loro proiezioni. La Scrittura, con le fatiche che richiede, divine elemento decisivo per operare il passaggio dall’illusione alla realtà.
Correlato a questo secondo punto e discendente da esso è che la lettura delle Scritture è volta a dare al credente “cibo solido” (Eb 5,12.14), per fondare una spiritualità, o meglio, una vita spirituale, salda e non incline al devozionalismo. In tempi in cui si diffondono nuovamente forme devozionali sia personali che collettive, forme che accordano un posto centrale a elementi periferici della fede cristiana o che assolutizzano elementi esteriori appariscenti (il miracolistico, il taumaturgico, l’apparizionistico) o cercano di soddisfare bisogni psicologici, è importante ricordare che il cammino della fede - sobrio e non euforico - si nutre del quotidiano ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Scrittura. Si inserirebbe qui il discorso sulla liturgia: l’oggettività liturgica libera il credente dal soggettivismo, dallo spontaneismo, dai devozionalismi e dai pietismi che allontanano dalle fonti genuine della spiritualità cristiana.

3. Chi introduce alla Bibbia?

Chi trasmette e spiega la Scrittura al giovane? Chi guida il giovane alla comprensione della Bibbia? Se il soggetto teologico della trasmissione della fede è lo Spirito santo, colui che può generare amore e passione per la Parola di Dio dev’essere un testimone appassionato. Non un “funzionario biblico”, non un pedante ripetitore di idee lette in libri sulla Scrittura, non necessariamente uno specialista o un esegeta (che, beninteso, può anche essere un appassionato credente!), ma una persona che sente vitale il rapporto con la Parola contenuta nella Scrittura, tale lo esperimenta, e per questo si fa liberamente serva della Parola. Se questa persona è inserita in una comunità in cui si cerca di vivere tale primato della Parola, allora sarà ancora più forte l’impatto esercitato su chi cerca la Parola di Dio. Il problema serio dell’evangelizzazione - dunque della trasmissione della fede e dell’arte della vita secondo lo Spirito - è connesso alla presenza e alla vitalità di comunità in cui traspaia la centralità della fede, dell’ascolto della Parola di Dio. È dunque essenziale che chi aiuta altri ad entrare nel mondo della Scrittura sia egli stesso un amante della Scrittura, una persona che ama la Parola di Dio, che vi crede, che si appassiona ad essa. Sarà dunque uno “studioso” della Bibbia, non semplicemente nel senso che ne fa oggetto di studio, di approfondimento, ma di studium, nel senso di passione, desiderio, amore, zelo, applicazione, gusto. Solo connessa a una persona, e ancor di più a una comunità che la sente come vitale, che vi riconosce la radice della propria vocazione e la propria ragion d’essere, la Scrittura divenga una passione trasmissibile. E questo è particolarmente urgente oggi, in tempi cioè in cui la spinta propulsiva data dal Concilio Vaticano II al ritorno alla Bibbia come “sorgente pura e perenne della vita spirituale” (DV 21) sembra incontrare resistenze, stanchezze e disillusioni, dopo gli entusiasmi dei primi tempi di riscoperta. Insomma, solo connessa alla vita che essa suscita e alle relazioni a cui dà origine, la Parola di Dio può ritrovare la propria eloquenza, capacità comunicativa e forza creativa.
La conoscenza amorosa della Scrittura avviene perciò al meglio all’interno di una relazione di paternità o accompagnamento spirituale: solo all’interno di una relazione umana personale in cui egli è ascoltato, accolto e generato alla vita, anche le Scritture potranno svolgere la loro funzione generatrice.

4. Principi e metodo di lettura della Bibbia

Il primo criterio da sottolineare è l’umanità o esistenzialità della Bibbia. La Bibbia parla un linguaggio umano. Parla dell’umanità dell’uomo e all’umanità dell’uomo. Un criterio fondamentale della lettura biblica con il giovane è dunque la lettura implicata e implicante: il testo, mentre narra altro e di altri, parla a me e di me. Il criterio di fondo è che dai testi biblici emerge il Gesù che insegna a vivere. Dalla vita testimoniata nel testo biblico, dalla vita che ha prodotto il testo biblico, si passa alla vita del lettore, alla vita attuale di chi si accosta oggi alla Scrittura.
Si introduca dunque a un metodo di lettura (lectio divina) che fa incontrare la vita del giovane con la vita che ha originato il testo e di cui il testo stesso è testimone. La lectio è questo movimento relazionale analogo al movimento della relazione con una persona. La lettura è conversazione con un autore che si cela dietro le parole del libro, e questo è la testimonianza di sé che l’autore ha lasciato in eredità. La lettura delle Scritture a cui occorre introdurre è un leggere parole bibliche per ascoltare la Parola di Dio, un leggere che diviene anche un leggersi, un comprendersi nuovamente a partire dalla luce che proviene dal testo, dal volto di Cristo che emerge dalla pagina. Questa lettura aiuta quel movimento di discesa nell’interiorità e di autocomprensione che è un bisogno essenziale del giovane. Leggendo, il credente si sente letto, radiografato, ripete l’esperienza di Davide che si sente dire da Natan: “Sei tu quell’uomo”, si tratta di te, si parla di te, res tua agitur. La domanda rivolta da Dio al primo uomo: “Adamo dove sei?”, è in fondo la domanda che traversa ogni pagina biblica. Sempre il lettore è posto di fronte alla domanda: dove ti situi? Dove sei? Spesso è qui che il giovane si sente colpito e stupito dalla parola di Dio. Questa lettura costituirà anche il cuore e l’essenziale dell’ascesi e della disciplina del giovane: la lettura personale della Scrittura esige silenzio, solitudine, concentrazione, lavoro interiore, riflessione, attenzione, e anche uscita da sé e apertura all’Altro. Questa lettura diviene il nucleo della vita spirituale tout court: come ci si rapporta con il testo biblico, così ci si rapporta con l’altra persona, con gli eventi dell’esistenza, con i fatti ecclesiali e della storia. Del resto, è la Bibbia che ha educato la nostra cultura alla coscienza della leggibilità del mondo, ovvero al fatto che anche il mondo può essere colto come un testo che ha un autore che ha infuso un’intenzione nella sua opera, la quale richiede un’interpretazione da parte dell’uomo. Si tratta pertanto di accompagnare in una lettura dialogica, che conoscerà due momenti fondamentali: uno maggiormente oggettivo, in cui il lettore lascia emergere il testo nella sua alterità, e uno maggiormente soggettivo, in cui la soggettività del lettore entra in relazione con la parola ascoltata, se ne lascia giudicare, consolare, orientare e vi risponde con la preghiera. È questa, ridotta all’osso, la struttura essenziale della lectio divina. Nel primo momento può rientrare anche lo studio, l’approfondimento del senso del testo, il ricorso a qualche strumento esegetico o a qualche commentario per meglio comprendere ciò che il testo vuol dire. Non va però dimenticato che ciò che è veramente fruttuoso è lo sforzo personale, la ricerca personale. Per non dissolvere la realtà dell’incarnazione (il Verbo che si è fatto carne, si è anche fatto libro) con un approccio letteralista o spiritualizzante o con una lettura fondamentalista, per non manipolare la Scrittura, occorrerà mettere in atto, per quanto possibile (e in relazione alle capacità e possibilità di ciascuno), quei passaggi ermeneutici che consentono di cogliere il valore di un’espressione nel suo contesto originario, storico, letterario, ecc. In questo, i movimenti della lettura che vengono richiesti sono gli stessi della relazione con un altro: l’alterità del testo (la sua distanza culturale da noi) e l’alterità dell’altro uomo vanno prese sul serio e richiedono un appropriato lavoro. Anche di fronte a un’altra persona, si tratta anzitutto di ascoltarla, osservarla, conoscerla, lasciarle spazio affinché possa esprimersi e mostrarsi per ciò che è, si tratta di avere rispetto e intelligenza di lei per poter poi correttamente reagire, rispondere, coinvolgersi con lei. Si dovrà dunque adattare alle capacità culturali di ciascuno il lavoro (e la richiesta di lavoro) sul testo, ma sarà fondamentale introdurre all’assunzione di quegli elementi che fanno di una lettura biblica un incontro vitale con il Signore. Al di là di ogni preparazione culturale o capacità esegetica. Per quanto mi riguarda, ho più volte fatto l’esperienza che una spiegazione della pagina scritturistica (evangelica soprattutto) può coinvolgere profondamente il giovane e segnarlo in modo forte: l’episodio della peccatrice di Lc 7,36-50 e il messaggio circa l’importanza di osare se stessi, di osare il linguaggio che si conosce per manifestare il proprio amore (la prostituta anonima non dica una sola parola, ma esprime il suo amore per Gesù con gesti, con linguaggio corporeo); il testo di Mc 10,17-22 e l’intrigante scoperta che spesso noi fatichiamo a lasciarci amare, a obbedire all’amore (la persona ricca se ne andò fuggendo triste davanti a Gesù che gli offriva il suo amore e la possibilità di trovare identità nella relazione con lui); il brano della Samaritana (Gv 4) e il problema del passaggio dalla inimicizia categoriale (io sono samaritana e tu sei giudeo) alla conoscenza e accettazione dell’altro: l’altro che da nemico diviene rivelazione; l’esperienza dell’esodo e la fatica a riconoscere come cammino di salvezza quello che è un cammino nel deserto. Si tratta di risalire alla vita che ha fatto nascere il testo, all’esperienza vitale e di fede che sta dietro alla pagina biblica e di porla in relazione con la vita e la fede di colui che ascolta il testo.
Un altro principio è l’unità della Scrittura: nella molteplicità dei libri vi è sempre l’interesse di Dio per l’uomo, la storia di salvezza che Dio conduce per l’uomo e con l’uomo. Unità che ha a che fare con Cristo. È basilare mostrare il Dio che accoglie e perdona senza condizioni, che ama così come siamo. E che proprio da questa gratuità nasce l’esigenza di risposta dell’uomo, la necessità della conversione.
La Scrittura ha una forza dinamizzante: trasmette vita, amore del vivere, tensione verso il futuro, speranza. Accostando la Scrittura con il peso e la dignità della propria libertà, delle proprie incertezze e inquietudini, il lettore incontra situazioni umane illuminate e salvate dalla parola di Dio: situazioni quotidiane e situazioni eccezionali, tragiche e gioiose, crudeli, angosciose, di peccato, che mettono in rilievo il dinamismo della conversione. Dalla Scrittura allora proviene una spinta alla conversione per il giovane.
La Scrittura come presenza di Cristo. Nella Scrittura sono posto di fronte alla signoria di Cristo e della sua parola. Cristo mi parla e mi chiama. È importante sottolineare che la fede si innesta su un vissuto e un tessuto umano. La fede va declinata come cammino del senso. Si tratta cioè di mostrare il “ben fondato antropologico” della proposta biblica-evangelica: questo è vitale per il giovane che allora potrà comprendere il senso di parole come disciplina, ascesi, pazienza, perdono, attesa, sobrietà, ecc., vedendo come queste realtà hanno una valenza antropologica essenziale. Se leggo Is 5 e posso stupirmi del discorso sull’amore che diviene un lavorare (l’amore si esprime come lavoro per la vigna-Israele) posso accostare il testo biblico alle splendide, umanissime e verissime pagine di Rilke sull’amore dei giovani come lavoro e se capisco la verità di questa affermazione, allora scopro qualcosa di basilare per la mia vita: ovvero, che l’amore che mi sceglie e riafferra, è chiamato a divenire l’amore che io scelgo, di cui divento responsabile e a cui mi dedico con tutto me stesso . L’utilizzo di altri linguaggi (letterario, cinematografico, ecc.) può rivelarsi molto eloquente per i giovani.
Il metodo della lectio, che ho già rapidamente esposto prima come composto di due momenti basilari, uno più oggettivo e uno più soggettivo, è efficace per il giovane. Egli si trova così introdotto anche alla vita interiore: e questa è una necessità assoluta per il giovane oggi. Egli ha sete di interiorità, ma non ha spesso i mezzi per entrarvi. La lectio gli chiede di ascoltare, di leggere, ma anche di pensare e riflettere, di creare un ponte tra la sua vita e il testo biblico, di elaborare interiormente ciò che ascolta, di valutare e giudicare ciò che vive alla luce della parola di Dio. Il testo di Mc 4,13-20 (la spiegazione della parabola del seminatore) mostra che l’ascolto efficace della parola di Dio richiede tre condizioni interiori: l’interiorizzazione (Mc 4,15: il seme che resta sulla superficie della strada non porta frutto), la perseveranza (Mc 4,16-17: il seme finito tra le pietre non riesce a dare profondità alle radici e perciò muore; esso è simbolo di coloro che accolgono subito con entusiasmo la parola, ma poi per incostanza, per mancanza di radici in se stessi, non danno continuità e durata all’ascolto), la lotta spirituale (Mc 4,18-19: il seme finito tra le spine resta soffocato e, analogamente, coloro che si lasciano travolgere dalle preoccupazioni esistenziali, dall’inganno delle ricchezze, dai piaceri della vita lasciano morire in loro la parola).
Se la Scrittura poi, presenta tre dimensioni fondamentali della parola: la legge, la profezia e la sapienza, queste si sintetizzano nel Cristo. Se la parola sapienziale «dice» il reale, se la parola del comando (la legge) «orienta» il reale e se la parola profetica «interviene» nel reale e lo «cambia», sempre questa parola cerca relazione con l’uomo e la trova in pienezza nella Parola fatta carne, Gesù Cristo, che è la via (livello della legge), la verità (livello profetico) e la vita (livello sapienziale).
Per aiutare il giovane ad entrare nel mondo della Bibbia e a lasciarsi interpellare dalla parola scritturistica occorre poi sottolineare la dimensione simbolica e quella narrativa della Scrittura.

5. Rischi e difficoltà nella lettura della Bibbia

Tra i rischi da cui mettere i guardia il giovane vi sono certamente alcuni rischi di riduttivismo: l’intellettualismo; l’estetismo; il moralismo (vedere nel testo solo ciò che mostra la mia inadeguatezza e non il Cristo che mi salva); lo psicologismo; il letteralismo (il rifiuto dell’interpretazione del testo).
Tra le difficoltà possiamo ricordare anzitutto l’efficientismo ecclesiale. Il primato spesso accordato nelle realtà ecclesiali alle attività di vario tipo, sociali e caritative, organizzative e assistenziali, rispetto allo “spirituale”, dunque anche alla trasmissione della parola di Dio e alla conoscenza della Scrittura è una difficoltà reale.
Così come l’ignoranza di fede oggi diffusa rende problematico l’accostamento al testo biblico per nutrire la fede.
A questo si può aggiungere la difficoltà che oggi incontra la lettura stessa: si legge in fretta, per immagazzinare il più possibile nel minor tempo possibile. Il primato del visibile, dell’immagine, non aiuta la fatica di quell’atto di lettura che richiede tempo, pazienza, attenzione.
Ovviamente bisogna mettere in conto le difficoltà inerenti il testo biblico stesso. L’alterità del testo, la sua stessa estraneità a ciò che il giovane vive oggi può facilmente suscitare diffidenza e volontà di fuga dal testo biblico. Tuttavia, premesso che il testo biblico parla il linguaggio umano, dell’uomo di sempre, ed è vicino alla radicalità e semplicità umana, le difficoltà non vanno sminuite o negate perché indicano il faticoso percorso da farsi anche per incontrare l’altro, l’altra persona. Il problema sarà aiutare il giovane a fare un buon uso delle difficoltà. Né gli farà male imparare e assumere che difficoltà e sofferenze sono inerenti il vivere stesso.

6. Il giovane e la Bibbia

Se la Bibbia è offerta di salvezza all’uomo, quale bisogno di salvezza manifesta il giovane? E che senso può avere per lui una parola come “salvezza”? Il giovane è portatore di una domanda di senso che si declina in diverse forme. Anzitutto come domanda di direzione e orientamento e ha a che fare con il comportamento, con l’etica; ma poi anche come domanda di significato e come domanda di gusto, di bellezza, di autenticità, di pienezza. Si tratta di una domanda che chiede salvezza qui e ora dalla molteplicità tanto seducente quanto ingannevole, dall’et-et che promette falsamente che tutto è possibile. Si tratta di una domanda che cerca una radice, un centro unificante che salvi dall’atomizzazione e dalla frammentarietà della vita odierna e quindi dalla mancanza di unità dell’io personale. Si tratta di una domanda che anela a recuperare il primato dell’essere sulla dominante del fare, sull’efficacia ad ogni costo, il primato dell’umano sul tecnologico. Insomma la domanda di salvezza è declinata dal giovane in modo esistenziale, senza per questo dimenticare il problema dei fini ultimi, del senso del senso. Ma è sul piano dell’esistenza che trova una sua prima, basilare, decisiva applicazione.
La lettura della Scrittura può essere proposta al giovane come itinerario che dall’ascolto conduce alla conoscenza e da questa all’amore. Ascolto – conoscenza – amore: ecco le tre tappe che la Scrittura richiede e che sono essenziali anche per ogni relazione umana. Questo è anche il cammino che Dt 6,4-5 fa percorrere all’uomo in preghiera: dopo aver chiesto l’ascolto (“Ascolta, Israele”), il testo sfocia nella conoscenza (“Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno”) e si apre all’amore (“Amerai il Signore tuo Dio”). Ancora una volta il giovane può percepire come la dinamica della relazione con gli uomini e della relazione con Dio sia fondamentalmente analoga.
Su un ultimo aspetto è bene soffermarsi. Possiamo formulare così il problema: la Bibbia è efficace? Non vediamo forse che, a fronte di un ritorno della Scrittura nelle mani dei fedeli, i risultati non sembrano poi essere così evidenti? L’esempio tratto dal vangelo secondo Marco e con cui abbiamo aperto la nostra meditazione, ci aiuta a mettere nelle mani del Signore il risultato del nostro lavoro di aiuto, introduzione, guida alla conoscenza del Signore attraverso la Scrittura: Gesù, con l’uomo ricco, ha incontrato uno scacco. Ha indirizzato una chiamata e questa non ha sortito l’effetto voluto. Lo scarto tra desiderio di Gesù e risultato del suo agire, del suo spendere energie e tempo con quella persona è indicativo che al centro del nostro agire pastorale con i giovani non vi deve essere la riuscita, il successo (in base a quali criteri poi?), ma solo l’operare con buona coscienza e con assoluta dedizione e onestà. Ci si lamenta spesso della scarsa efficacia della Bibbia, pur ormai presente nelle liturgie, nei gruppi biblici, nei gruppi di ascolto, nella catechesi, a creare dei cristiani, dunque a produrre frutti, a dispiegare la sua efficacia. Ma ci si deve chiedere: quale tipo di efficacia ci aspettiamo? Non è che forse sono i nostri desideri di efficacia e l’immagine di ciò che noi chiamiamo efficacia della Parola che devono essere rivisti? L’efficacia della Parola di Dio è dello stesso ordine dell’efficacia della croce salvifica, della croce di Cristo. Nessuna possibilità di misurazione e quantificazione di tale efficacia. Occorre lasciare i risultati al Signore!

7. Elementi da perseguire nella lettura della Bibbia con i giovani

Sintetizzando quanto detto, ricordo ora i cinque elementi essenziali che vanno perseguiti nell’introdurre i giovani alla lettura biblica.
Un insegnamento sull’umano e sull’esistenziale. Perché il Cristo insegna a vivere e perché è la concreta e quotidiana vita il luogo di culto autentico. L’umanità di Gesù è anche la rivelazione di Dio e dunque questa sottolineatura dell’esistenziale non ha nulla di riduttivo, ma ricorda che noi “andiamo a Dio” solo attraverso Cristo, cioè rendendo simile nella fede la nostra umanità a quella di Gesù.
La vita interiore. In tempi di colonizzazione dell’interiorità, in cui il giovane è pieno di cose che lo spingono fuori di sé, è vitale aiutare l’instaurarsi di un processo di vita interiore, di dialogicità interiore: solo su questa potrà innestarsi anche la capacità di pregare, di dialogare con il Signore.
La relazionalità. Relazionarsi con un testo è analogo al relazionarsi con una persona e la lettura della Bibbia può divenire una palestra dell’arte umana più difficile e più vitale: la relazione, l’incontro con l’altro.
La conoscenza del Signore. Ovviamente fine centrale dell’ascolto e della lettura della Bibbia è la conoscenza del Signore, lo scoprirsi chiamati, conosciuti, cercati, amati, dal Signore.
La preghiera. La lettura biblica sarà avvolta da un clima di preghiera perché la preghiera è suscitata dalla Parola di Dio e rende possibile l’ascolto della Parola stessa. La Scrittura tende all’incontro personale con il Signore e la preghiera è momento saliente di tale incontro. Ma tale incontro, guidato dallo Spirito santo, è personalissimo e deve restare avvolto nel pudore e nel silenzio.

CONVEGNO BIBLICO “BIBBIA E GIOVANI”, Brescia, 28 maggio 2005
A quarant'anni dalla Dei Verbum