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martedì 8 dicembre 2015

Donatella Scaiola Viaggio alle sorgenti del Giubileo



«Dal cuore della legge d’Israele», viaggio alle sorgenti del Giubileo

Remissione dei debiti, redistribuzione della terra, riduzione della povertà: nell’Antico Testamento il giubileo è «la possibilità di un nuovo inizio per tutti». Parla la biblista Donatella Scaiola



ROBERTA LEONE ROMA

«A tutti è data la possibilità di ricominciare, una “seconda possibilità”. C’è, nel concetto del giubileo ebraico, un nuovo inizio». Donatella Scaiola, biblista, docente ordinario alla Facoltà di Missiologia della Pontificia Università Urbaniana e direttrice della rivista dell’Associazione biblica italiana Parole di Vita, spiega a Vatican Insider il significato dell’anno giubilare nella tradizione ebraica, i segni e le pratiche prescritti nell’Antico Testamento. E l’idea, che viene dal cuore della legge di Israele, di un tempo in cui per tutti un cambiamento di vita è possibile.

Professoressa, come nasce il giubileo di cui si parla nell’Antico Testamento, e da quali istanze?
«Dell’anno giubilare, come dell’anno sabatico, si parla nei codici legislativi dell’Antico Testamento. Siamo quindi all’interno di un contesto che fa riferimento a delle leggi. Abbiamo, al cuore della legge d’Israele, le “Dieci” parole, quello che per noi è il “Decalogo”. E al centro delle Dieci parole c’è il sabato, comando per eccellenza anti-idolatrico. “Osserverai il giorno di sabato – è il comando del Signore nella versione del Deuteronomio 5 -, quindi ricorderai tu, tuo figlio, tua figlia, che il Signore ti ha liberato dall’Egitto”. Cosa vuol dire celebrare il sabato, riconoscere la sovranità del Signore? Vuol dire, per esempio, liberare quelli che sono in condizione di dipendenza, oggi, sulla terra. Questo comando fondamentale nella spiritualità ebraica, al cuore delle Dieci parole, viene poi sviluppato nei codici legislativi e specificato nella norma relativa all’anno sabatico e all’anno giubilare».

Anno giubilare e comando del sabato: possiamo approfondire questa relazione?
«L’idea di fondo è la stessa del sabato: il Signore un tempo ti ha liberato dall’Egitto, ma tu oggi devi diventare principio di liberazione per chi vive una situazione disagiata. Chi dipende da te, lo devi liberare come il Signore ha fatto con te, attualizzando l’agire di Dio nel mondo. Quindi, la solidarietà è un modo concreto di incarnare lo spirito dell’esodo, della liberazione. Non è qualcosa di super-erogatorio, ma è espressione della fede d’Israele e di ciò che sta al cuore dell’esperienza di questo popolo. Ma, nel tempo, le situazioni della vita, le contingenze storiche, fanno emergere nuovi problemi. Cosa fare, allora? L’anno sabatico e l’anno giubilare attualizzano l’intuizione contenuta nel precetto del sabato e applicano quell’intuizione a contesti sempre nuovi, che pongono davanti alla fede nuove istanze, nuove esigenze. E questo mi sembra da sottolineare: è un’attualizzazione, l’anno giubilare, di qualcosa che si trova al centro della legge d’Israele».

Come viene disciplinato quest’anno giubilare? Quali erano i segni e le prassi?
«Ogni sette anni “avviene” l’anno sabatico: le terre riposano, i debiti vengono rimessi. Ogni sette settimane di anni – sette per sette 49, quindi dopo 49 anni - c’è un anno sabatico, e poi c’è un secondo anno sabatico, che è l’anno giubilare. Nell’Antico Testamento il suono di un corno particolare, lo yobel, dichiara l’inizio di quest’anno. Dallo yobel deriva il nome “giubileo”. Dal punto di vista pratico, gli autori discutono, a proposito dell’anno giubilare, cercando di capire se si tratta di un secondo anno sabatico (un anno sabatico e poi un altro anno identico) oppure, facendo dei complicati conti sui mesi, di un anno sabatico straordinario. La questione è irrisolta. La pratica di questa istituzione comporta dei problemi pratici: per esempio, durante l’anno sabatico i campi non venivano lavorati. Se l’anno giubilare è un secondo anno sabatico, cosa succedeva? Secondo alcuni autori, forse, l’anno sabatico – e quindi anche il giubileo - si osservava a rotazione, come quando noi mettiamo dei campi a maggese. Si trattava allora di un reale riposo di tutti i campi nello stesso periodo o a turno? Questo, la Bibbia non ce lo dice. Ma quello che è fondamentale, a mio avviso, è la forte carica ideale che l’anno giubilare esprime».

Perché?
«Perché nella prescrizione dell’anno del giubileo, oltre al riposo della terra e alla remissione dei debiti, c’è anche l’idea straordinaria che le terre che nel corso di cinquanta anni qualcuno può aver o perso o ridotto, vadano restituite ai legittimi proprietari. L’idea è che al tempo dei Giudici e di Giosuè, cioè al tempo della conquista della terra, la terra conquistata sia stata divisa tra le tribù di Israele e, all’interno delle tribù, tra le singole famiglie. Di conseguenza, la spartizione delle terre non veniva fatta seguendo criteri umani (la tribù più forte tiene per sé la terra migliore mentre a un’altra è riservata una zona desertica). La terra, invece, è stata tirata a sorte e questo significa che Dio l’ha donata alle tribù. Naturalmente, si tratta di una rappresentazione del tutto ideale, che sta alla base del fatto che la terra di una famiglia non possa essere venduta, né comprata. “La terra è mia”, dice il Signore nel Levitico, “e voi siete come degli inquilini presso di me”. Per cui, la terra viene concessa come in comodato alle singole famiglie d’Israele, alle singole tribù, e di padre in figlio questa terra viene tramandata alle generazioni successive».

Come interviene in questa dinamica l’istituto dell’anno giubilare?
«Nel corso di cinquanta anni può succedere che qualcuno perda la terra perché ha contratto dei debiti, oppure perché un vicino sposta il confine del suo campo. Ogni cinquant’anni, però, a tutti viene data una seconda possibilità e la terra torna agli antichi proprietari. Questa rappresentazione, ripeto, è totalmente ideale, ma molto significativa dal punto di vista teologico e spirituale. In questo senso, questa legge esprime un’utopia, un sogno: tutti devono avere una seconda possibilità, non bisogna rassegnarsi alla povertà. Anche nella celebrazione dell’anno sabatico si tratta di impedire che la povertà diventi endemica, senza entrare nel merito delle cause che hanno impoverito una persona o una famiglia. Quello che conta è che i debiti contratti vengono rimessi. E nell’anno giubilare questa idea viene ribadita con, in aggiunta, il riferimento alla restituzione delle terre. Alla base di questa legge, come si diceva in precedenza, c’è l’idea che la terra è di Dio, che ogni uomo vi abita come un inquilino, e che non bisogna arrendersi alle povertà, a situazioni che, con il passare del tempo, si incancreniscono sempre di più fino a diventare situazioni apparentemente senza via d’uscita».

In che misura trovava attuazione quanto prescritto dalla legge?
«Nei testi che parlano dell’anno giubilare, all’interno dell’Antico Testamento, non abbiamo dei racconti che ci descrivano come veniva concretamente attuata la legge. Abbiamo solo la formulazione del principio - che poi ritorna in diversi contesti, nel Deuteronomio, nel Levitico, con delle variazioni - ma sempre all’interno di contesti che parlano della legge, non della sua attuazione o non attuazione. Per questo motivo vengono formulate molte ipotesi, nella letteratura dedicata all’argomento. Ma al di là del fatto che dal punto di vista storico il giubileo sia stato realmente applicato o meno – perché, come già dicevo, è complicata la gestione di due anni sabatici di seguito, due interi anni in cui non si lavorava la terra e si viveva soltanto di quello che essa spontaneamente produceva - l’intuizione di fondo esprime un’utopia straordinaria».

Quale eredità lascia questa utopia?
«L’anno giubilare esprime una carica ideale che viene assunta anche nel Nuovo Testamento, perché, quando Gesù va nella sinagoga di Nazareth (Luca 4,16-30), un testo programmatico -, prende il rotolo del profeta Isaia e lo legge: “Lo spirito del Signore è su di me”, e poi dice: “Oggi questa Scrittura si è compiuta”, si inserisce esattamente in questo tipo di discorso, attualizzandolo, dicendo che oggi si realizza questa Scrittura. Questa utopia non si riferisce, quindi, a qualcosa che ogni cinquant’anni si deve realizzare, non si sa in quale modo, ma vale per oggi. La rilettura neotestamentaria, l’interpretazione che Gesù dà di questa legge applicandola a sé, consiste appunto nel dire che la prassi di liberazione che la legge esprime, l’istanza di giustizia e di solidarietà che costituisce l’animus della legge non si realizza solo ogni cinquant’anni, ma vale per oggi. Ogni oggi è tempo di giustizia, di solidarietà, e questo viene prescritto dalla Legge. Cioè, di nuovo, non si tratta di qualcosa di super-erogatorio, ma diventa l’interpretazione che Gesù dà della legge. Che cosa vuol dire, concretamente, che ogni oggi è giorno di liberazione, di attualizzazione di questo spirito di solidarietà, il Vangelo non lo dice. Però è interessante il fatto che nel testo programmatico in cui Gesù esprime la sua identità, il suo modo di intendere l’essere il Messia, di fatto si riferisca al testo di Isaia 61 e lo interpreti in termini validi per ogni oggi. Mi pare fondamentale proprio perché è programmatico».

Redistribuzione della terra, remissione dei debiti: si parla anche di amnistia?
«Non c’è nel mondo antico e non c’è nell’Antico Testamento l’idea, che noi abbiamo, di una pena detentiva o di un’istituzione carceraria. Chi commetteva un crimine, o veniva graziato o moriva. Per esempio, a proposito del profeta Geremia, si dice che a un certo punto viene messo in una cisterna e lì resta come fosse una prigione, però vi rimane per un certo periodo. Anche Gesù, al momento del suo arresto, viene messo in una prigione che la tradizione identifica con la stessa cisterna in cui era stato incarcerato Geremia. In entrambi i casi, si tratta di una situazione temporanea. Mancando l’idea della carcerazione, non si parla nel giubileo ebraico di amnistia».

Come avveniva la remissione dei debiti?
«L’istituzione della schiavitù nel mondo antico era una realtà comune, corrente. In Israele, però, esisteva una doppia legislazione a proposito degli schiavi. Uno schiavo ebreo veniva liberato in occasione dell’anno sabatico e di quello giubilare. Invece uno schiavo non ebreo, per esempio un prigioniero di guerra, restava schiavo. Nel caso di un ebreo, forse non è del tutto corretto parlare di schiavitù, ma di un lavoro per il creditore, che assumeva la forma di una sorta di pagamento in natura. Ovvero, non posso pagare il debito che ho contratto, ma lavoro per te finché non ho esaurito il mio debito. Però, se mentre sto pagando il mio debito “avviene” l’anno sabatico, tutti i miei debiti sono rimessi. Per cui, quando si parla di remissione del debito, si parla dei crediti che uno rinuncia a esigere nel momento in cui viene l’anno sabatico. L’istanza fondamentale rimane quella della solidarietà e l’imperativo è di trovare delle forme concrete per eliminare o ridurre il dilagare della povertà. A partire, certo, dall’idea che Israele, nel suo complesso, si concepisce come una famiglia».

Può spiegare questo passaggio?
«Sono due, in ebraico, i termini che indicano il popolo: uno che normalmente viene usato per Israele e uno per tutti gli altri popoli. Il termine che si usa per indicare il popolo d’Israele, sembra che anticamente indicasse la famiglia. Non a caso, la terminologia che ricorre anche nelle leggi di cui stiamo parlando è quella del fratello: “Il tuo fratello”. All’interno di una famiglia capita che uno chieda dei soldi perché si trova in difficoltà. Poi, però, quando viene l’anno sabatico, l’anno giubilare, i debiti vengono rimessi».

Ritorniamo a noi, oggi: cosa ci suggerisce il giubileo ebraico?
«Mi sembra che la teologia alla base del giubileo ebraico ruoti attorno a tre temi: la gratuità, la giustizia, il perdono. La gratuità, nel senso che, come dicevo prima, Israele sa di non essere padrone della terra - è Dio il padrone della terra -, per cui vive nella terra come inquilino. E allora, la gratuità fa sì che i campi non vengano sfruttati fino alle ultime risorse, ma vengano in qualche modo rispettati. L’idea della gratuità sottostà alla concezione biblica del mondo. Si vive in un mondo che è di Dio: queste leggi aiutano a riscoprire il tema teologico della gratuità del mondo in cui uno abita e, quindi, invitano ad assumere un certo atteggiamento nei confronti del mondo».

La giustizia?
«La giustizia è legata alla gratuità. Se il mondo è di Dio e uno riscopre la gratuità del contesto in cui vive, allora le relazioni nei confronti degli altri sono improntate alla giustizia. La terra in cui io vivo è una terra buona, terra donata, ma non solo a me. A tutti. Per cui, bisogna che le diseguaglianze sociali, le sperequazioni, vengano quanto più possibile ridotte, se non del tutto eliminate. Infatti, nel Deuteronomio abbiamo due versetti contrastanti, che esprimono però la medesima idea da due punti di vista diversi: da una parte, si dice che “i poveri non mancheranno mai nella terra” - e questo è un dato di fatto - “ma comunque tu non ti devi arrendere alla povertà”, e quindi l’anno giubilare esprime un’istanza di riequilibrio ed esige una pratica di giustizia che valga per tutti».

Il perdono.
«Il perdono permette alla gratuità e alla giustizia di esprimersi. Se uno si lega a una logica di violenza, di ritorsione, innesta nel mondo una dinamica che non consente né alla giustizia né alla gratuità di affermarsi. Per cui, nella teologia del giubileo ebraico ci sono queste idee: della signoria di Dio, della terra che non mi appartiene, della solidarietà, del perdono. Del perdono, anche nel senso cui accennavo prima: a tutti è data la possibilità di ricominciare. C’è, nel concetto del giubileo, un nuovo inizio. E questo è permesso dal perdono».