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domenica 15 novembre 2015

Lidia Maggi Le “piccole” del vangelo convertono Gesù


Comincio da una storia poco conosciuta che mi permette di sintetizzare quello che, secondo me, è il cuore dell’incontro con Gesù. 

Quale fede annuncia? E perché le donne sono state così ammaliate, così attratte e hanno faticato così tanto ad andare via quando sembrava che questa avventura fosse finita con l’arresto, la crocifissione e, ancora dopo, con la ricerca della tomba?


Io mi affido ad una storia di guarigione che viene narrata nel vangelo di Luca al capitolo 13 e ci racconta di un Gesù che, come ebreo, insegna di sabato in una sinagoga.

“Era una donna che da diciotto anni aveva uno spirito d’infermità ed era tutta curva e non poteva in alcun modo raddrizzarsi. Ora Gesù, vedendola, la chiamò a sé e le disse:

- Donna, sei liberata dalla tua infermità – e pose le mani su di lei ed ella fu subito raddrizzata e glorificava Dio.

Ma il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse guarito il giorno di sabato, si rivolse alla folla e disse:- Venite a farvi guarire in un giorno di lavoro e non di sabato!

Allora il Signore disse: – Ipocriti! Ciascuno di voi non slega forse di sabato dalla mangiatoia il suo bue e il suo asino per condurli a bere e non poteva quindi essere sciolta da questo legame il giorno di sabato costei, figlia di Abramo, che Satana ha tenuto legata per ben diciotto anni?- e mentre Egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari erano svergognati e tutta la folla invece si rallegrava di tutte le opere gloriose da Lui compiute”.

Questo episodio, come un’icona, ci permette di capire quello che significa per le donne incontrare Gesù.

Qui ci troviamo all’interno di uno spazio sacro dove entriamo in contatto con una donna invisibile, piegata, silente. Una donna piegata da tanto tempo: diciotto anni! E questa donna abita questo spazio sacro così: zitta e piegata.

Assistiamo ad una guarigione ma a differenza di altre non è la donna a chiederla. Di solito le persone cercano di avvicinare Gesù, di vederlo, toccarlo, attirare la sua attenzione perché le guarisca; questa donna, invece, non pensa che la sua situazione possa essere diversa, cambiata. E’ rassegnata. Non è nemmeno in grado di verbalizzare il desiderio di una realtà diversa ed arriva ad un tale livello di accettazione della propria condizione che ritiene impossibile un cambiamento. Il futuro appare piegato e non riesce ad intravvedere qualcosa di diverso. Questa donna non chiede niente. E l’idea di questa donna curva, che guarda per terra con atteggiamento servile in un contesto patriarcale, la dice lunga!

Ma la bella notizia è che Gesù la vede!

Di solito siamo abituati a un Gesù che, pressato dalle richieste, concede i suoi segni di senso, i suoi segni del regno. Ma qui la donna non chiede niente e Gesù la vede così com’è, come una persona che non è in grado di vedere una realtà diversa da quella che vede guardando a terra, a livello dei suoi piedi; una donna che non è in grado di relazionare pariteticamente con la realtà intorno, con la gente che le passa accanto. Gesù la vede. Il testo ci dice che, dopo averla vista, la chiama a sé e poi, all’interno di questo spazio sacro, le impone le mani. Facendo ciò le dice: Donna , tu sei liberata! È così che Gesù intende la guarigione: una liberazione. “Tu sei liberata dalla tua infermità”. Liberata, sciolta sono i termini che più ricorrono nel testo.

Poi Gesù si prepara ad ascoltare le critiche dei professionisti del sacro nella sinagoga e noi lasciamo questa donna, che avevamo incontrato all’inizio della scena zitta e piegata, eretta che proclama le grandi meraviglie di Dio.

E poi la disputa col capo della sinagoga … E’ evidente che qui Luca ci interroga su che tipo di fede noi annunciamo: è una fede che lega o è una fede che slega? E’ una fede che rialza e dà dignità o una fede che piega e rende silenti?

Luca pone un problema che abita la realtà patriarcale del tempo ricordando che, una volta, un figlio di Abramo è stato slegato: Isacco, figlio di Abramo, è stato slegato da una mano che ha fermato la mano assassina di suo padre ed è stato restituito alla collettività.

Gesù fa memoria di quella storia e qui sembra voglia dire: “E’ vero che un figlio di Abramo è stato slegato, che i figli di Abramo sono stati slegati, ma che ne è delle figlie di Abramo? Ipocriti! Ciascuno di voi non slega forse di sabato, dalla mangiatoia, il suo bue e il suo asino per condurli a bere? E non dovrebbe quindi essere sciolta da questo legame, nel giorno di sabato, costei che è figlia di Abramo e che Satana ha tenuto legata per ben diciotto anni!”

Gesù è ermeneuta del suo gesto: non interpreta questa guarigione come una normale guarigione da una infermità ma come uno scioglimento, una slegatura.

Nel corso della mia vita mi sono spesso interrogata su quale tipo di fede io annunci con la mia vita, con i miei gesti, con le mie parole all’interno della comunità e questo perché vengo da una storia biografica sofferta. Ho fatto l’esperienza dell’incontro con Gesù all’età di tredici anni circa quando abitavo una realtà familiare molto difficile e nel momento in cui è arrivata la fede, questa anziché slegarmi mi ha legata. Da una parte è stata un’esperienza forte emotivamente: ho incontrato Gesù e mi sono innamorata di Lui, delle sue parole, dei suoi gesti, ma dall’altra parte è stata una fede che mi ha insegnato la sottomissione e il silenzio: bisogna amare i genitori, ubbidire, sottomettersi; amare i nemici e sempre dare l’altra guancia…

Allora: una ragazzina di tredici anni ha accettato cose che non avrebbe accettato in un contesto normale se non fosse intervenuta una fede a legarla, a sottometterla, a non farla sentire come una palla che qualsiasi persona poteva prendere a calci ma farla sentire come una perla preziosa, da custodire. Ecco: proprio perché io vengo da quella esperienza che mi ha aperto gli occhi, capisco che c’è il bisogno di discernere quale tipo di fede noi annunciamo, perché c’è una fede che lega ed una che slega.

Io sono convinta che le donne intorno a Gesù hanno fatto l’esperienza di una fede che slega, rialza e che fa proclamare alle donne le grandi meraviglie di Dio. Questo ci fa capire il motivo per cui le donne hanno faticato, più degli uomini, a lasciare le scene finali della vita di Gesù. Non credo che le donne siano migliori degli uomini, piuttosto penso che, venendo da un contesto patriarcale, abbiano guadagnato di più: finita la grande avventura di Gesù con l’arresto e la crocifissione gli uomini ritornavano alle loro vite disillusi, feriti, amareggiati, ma comunque alle loro vite di padri, maschi, capifamiglia; le donne ritornavano nei recinti del patriarcato. E allora forse comprendiamo questa fatica delle donne a rassegnarsi all’evidenza del “tutto è perduto”. Gesù aveva mostrato loro un orizzonte più ampio delle terre, delle case dove loro erano segregate ed ecco che quella promessa era svanita e loro tornavano ad essere piegate, messe a tacere. Gesù le ha strappate all’invisibilità, le ha nominate per quello che erano e non per il loro ruolo familiare: madre di, moglie di, figlia di. Addirittura la Chiesa primitiva arriva a legare il segno di appartenenza non più al patto inciso nella carne maschile ma attraverso un gesto che non fa distinzione di genere: il Battesimo. Noi ora viviamo il battesimo come un rito tradizionale; dovremmo però anche ricordarci che dietro il battesimo c’è stata la scelta di un gesto trasgressivo, un gesto che annullava le differenze tra uomo e donna e che trasformava in una comunità di sacerdoti sia gli uomini che le donne.

Qui il fatto di essere uomo o donna non fa differenza e davanti a Gesù non esiste né ebreo, né gentile, né maschio, né femmina, né schiavo, né libero.

Le donne hanno colto la novità di questa parola, di questo maestro che le trattava da discepole e che ai suoi piedi potevano imparare, discutere, ascoltare. Le donne hanno ricevuto tanto da Gesù ma la domanda che oggi ci poniamo è: “Cosa Gesù ha ricevuto dalle donne? E come Gesù è stato interrogato, interpellato dallo spirito delle donne?”.

Noi infatti immaginiamo che lo Spirito scenda dall’alto come parola di fuoco che guida la realtà, ma la Scrittura, accanto a questo Spirito che scende dall’alto, ci parla di un altro Spirito: la sapienza ordinaria della vita di tutti i giorni che si apprende come un’arte legata al vivere.

Nell’Antico Testamento c’è una tensione tra la Parola scesa dall’alto – che infiamma – e la Parola che viene dal basso, la Sapienza. Sono Parola di Dio sia quella infuocata che arriva dall’alto che quella che arriva dall’esperienza di vita di chi con Dio, guardando alla vita, prova a dare un senso, un ordine al mondo e nelle relazioni traduce questo ordine in un contesto educativo: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti che oggi ti dò”.

Allora: cosa ha ricevuto Gesù dalle donne? Mi lascio aiutare da quattro figure ma potrei andare avanti in questo gioco degli insegnamenti dello Spirito delle donne, della Ruah, della Sofia, ecc.( per utilizzare termini che rimandano al femminile).

Maria

La prima “piccola” che evangelizza Gesù è “piccola“ perché Lei si dichiara tale (in realtà diventerà la Madre di Gesù). All’inizio della sua esperienza si racconta in questo cantico, il Magnificat, come una “serva” che è stata graziata (Lei si sente beata perché ha fatto un’esperienza di Grazia) da Dio che ha guardato alla sua bassezza.

In Giovanni 2 , la incontriamo in una scena importante all’inizio del ministero di Gesù. Proprio nel momento in cui accade qualcosa che trasforma Gesù da persona privata a personaggio pubblico entra in scena Maria, colei che si definisce piccola e che con il suo agire insegna qualcosa a Gesù. Siamo in un banchetto di nozze a Cana: Gesù si trova lì coi discepoli e con sua madre. Accade che viene meno il vino. C’è un primo intervento di Maria (si ricorderà soprattutto il secondo), che a me piace molto, in cui pronuncia la frase “Non hanno più vino” in maniera empatica. Lei guarda i bisogni degli altri e li traduce; in questo banchetto rileva qualcosa che manca e lo nomina con delicatezza. E’ molto tenera: guarda ai bisogni del mondo con uno sguardo totalmente empatico, con un tono che diventa poi mediazione e preghiera. Si rivolge a Gesù con un tono dolce ed Egli si sente toccato da questa osservazione: qualcosa si muove in questo Figlio che dapprima risponde in maniera un po’ brusca sottolineando che “l’ora non è ancora arrivata” ma che si sente però interpellato da questo sguardo empatico sul mondo di sua madre. Sente che Maria ritiene che lui debba fare qualcosa. E’ una richiesta. Egli pensa che la sua ora non sia ancora venuta ma si sente sollecitato da qualcuno che gli dice: “Venga la tua ora, venga il tuo Regno!”. Di fatto, qui Maria è la discepola che sollecita non più suo figlio ma il suo Signore; è la discepola che sente esserci un’urgenza in quanto il mondo sente la carenza di questa speranza di cui Lui è portatore. E poi questa frase: “Fate quello che Egli vi dirà” rivolta ai servi che riecheggia la figura di Giovanni Battista quando dice: “Verrà uno più grande di me che vi battezzerà con lo Spirito di fuoco. Fate quello che Egli vi dirà”. Maria ha imparato a diventare discepola del figlio. E poi la festa, l’acqua trasformata in vino. Nessuno si rende conto, se non chi ha lavorato dietro le quinte, di quello che è accaduto.

Il primo segno di Gesù è quindi legato alla gioia, alla felicità perché accanto all’istanza di giustizia c’è anche l’istanza della felicità: il bello e il buono coincidono. Qui il tutto è mosso da questa “piccolina”, che dalla bassezza della sua servitù – visitata dalla Grazia – ha sollecitato il Signore del mondo ad anticipare la sua ora. E forse Gesù per la prima volta ha compreso che l’ora sua era arrivata, anticipata da una donna che ha forzato i tempi.

La samaritana

Giovanni ci parla, due capitoli dopo, di un’altra donna: la Samaritana, la prima apostola, l’apostola di Sicar. Gesù e la donna si incontrano vicino ad un pozzo e qui avviene fra i due uno scambio: “Tu mi dai l’acqua fresca ed io ti do l’acqua della vita”. Ma in questo scambio di battute c’è anche un confronto molto denso sollecitato da entrambi: da un Messia che si fa bisognoso, assetato (e che poi morirà anche assetato: “ho sete”) ma che qui è un uomo, un viandante e una donna di Samaria, acutissima, che sfrutta la possibilità di questo approccio per tessere una sinfonia con questo pellegrino. Che bello un incontro con un Dio non referenziale, autosufficiente, ma con un Dio che ha bisogno della relazione, dell’acqua viva! Questo viandante che si siede e chiede: “Dammi da bere”.

S’intesse una conversazione giocata su tanti piani. Sappiamo che Giovanni trasforma gli elementi ordinari in elementi straordinari e crea tutto un gioco di botta e risposta: a volte sembra che in Gesù scattino meccanismi di difesa; a volte che la donna, sollecitandolo a fare i conti con la realtà, voglia dirgli che se l’acqua della vita non è in grado di cambiare il suo ordinario, a cosa serve? A cosa serve una religiosità che non è in grado di incidere nella vita quotidiana? E poi le molte domande su dove e quando adorare Dio: Gesù risponde che il tempo è già venuto per i veri adoratori del Padre che adoreranno Dio in Spirito e Verità e che Dio cerca tali adoratori. E’ molto bella questa immagine dei cercatori cercati da Dio.

La Samaritana è affascinata, ammaliata da quest’uomo. Durante il loro scambio essi si mettono a nudo, toccano tasti faticosi, zone d’ombra e lei dice che quando verrà il Messia, che si chiama Cristo, le spiegherà tutte le cose di cui hanno parlato. Ed è qui che Gesù esclama: “Ma sono io che ti parlo!”.

Avviene questo nel racconto che, per la prima volta, Giovanni fa dire a Gesù quell’“Io sono” divino; non è più solo “Io sono il pane della vita” o “Io sono l’acqua”, è l’“Io sono” che Mosè ha tirato fuori da Dio, un “Io sono” così misterioso che diventa impronunciabile nella tradizione ebraica perché il nome di Dio non lo puoi possedere, perché il nome di Dio è anche l’essenza di Dio.

Giovanni sta riscrivendo la storia del Sinai, della rivelazione e la Samaritana, come un nuovo Mosè, sollecita questa nuova manifestazione divina a mettersi a nudo.

Io credo che mentre Gesù risponde a lei: “Sono io, io che ti parlo” lo dice a se stesso prima che a lei; improvvisamente prende coscienza che quel Dio che verrà in Spirito e Verità coincide con la sua carne, con la sua vita. Un momento di auto-illuminazione sollecitato da una donna che lo ha forzato a vedersi dentro, una donna di cui non sapremo mai il nome. E’ a lei (non a persone citate nei Vangeli per nome aventi conoscenze teologiche) che Gesù rivela quell’“Io sono” così prezioso, è a lei che consegna questa rivelazione.

Immediatamente questa donna che riceve l’acqua viva lascia la brocca e corre a proclamare, a far scaturire altre sorgenti d’acqua viva nella gente intorno a sé che diventa apostola a sua volta: “Venite a conoscere un uomo che ha detto tutta la verità sulla mia vita. Non sarà il Cristo?” E’ bello anche questo tono così interlocutorio, così poco assertivo. Lei parte da sé, si allontana e la missione entra nei territori più difficili, quelli degli scismatici.

Gesù ha superato un confine.

La donna siro-fenicia

C’è un’altra donna che fa superare dei confini a Gesù, una donna che preannuncia la Pentecoste con uno Spirito rivolto a tutte le genti. E’ una donna pagana e questo episodio sta a dimostrare che lo Spirito scende su servi, serve, figli, figlie, anziani, giovani… questo è lo Spirito di Dio che supera i preconcetti. Questo episodio è raccontato da Marco e da Matteo con versioni leggermente diverse. La donna è siro-fenicia; è una donna pagana che ha una figlia malata. Per Marco Gesù esce dai confini d’Israele ed entra in una casa, in territorio pagano, dove se ne vuole stare un po’ tranquillo. In questa casa entra una donna con i suoi bisogni: ha una figlia malata e chiede aiuto a questo “guaritore” di cui ha sentito parlare. Non c’è feeling fra i due. Alla sua richiesta Gesù reagisce in una maniera durissima dicendo che non è bene dare il pane dei figli ai cani, usando un paragone decisamente inopportuno. La donna però, di fronte a questa durezza, non fa “muro”: probabilmente il suo bisogno d’aiuto è così forte che non vuole compromettere un possibile intervento; sembra però che ci sia anche un desiderio di andare oltre il linguaggio che, non sempre chiaro, può creare una non-comunicazione.

C’è un linguaggio formalmente corretto che però non rivela alcuna volontà di voler capire né di far entrare in contatto profondo con l’altro interlocutore così come c’è un linguaggio “sbagliato” che, nonostante le buone intenzioni, preclude la possibilità di approfondire la conoscenza reciproca..

Qui la donna è di fronte a Gesù che usa una metafora sbagliata: citando i cani che in Israele sono considerati animali impuri, vuole ferirla. La donna è pagana, appartenente al popolo che probabilmente domina queste terre, un popolo idolatrico. Gesù sente la sua missione con una certa urgenza perché vede la sua gente piegata sotto il giogo romano, il suo popolo che ha perso tutto, anche la dignità. Il suo popolo che era stato benedetto con Abramo, di fatto non sembra godere di tutta questa benedizione sulla terra e il momento storico in cui Gesù nasce non è fra più felici nella vita d’Israele. La parabola politica di Israele è già finita, si attende il Messia, il liberatore.

Tutto questo Gesù non lo racconta alla donna pagana però sembra che lei si renda conto che dietro all’asprezza delle sue parole non c’è una questione personale ma c’è qualcosa di più: c’è un’urgenza. Prova a comunicare con Gesù usando il suo linguaggio e riprendendo la sua metafora fa riferimento non solo alle briciole ma colloca tutto al posto giusto: all’interno della casa, la tavola e sotto di essa, vicini, i cagnolini. Gesù è folgorato da questa risposta ed è come se improvvisamente si rendesse conto che la sua percezione, la sua urgenza gli impedisce di vedere che la grazia di Dio trasborda i confini d’Israele. La grazia di Dio sazierà di pane un popolo e ne avanzeranno ceste (subito dopo avverrà la moltiplicazione dei pani) e questa volta riguarderà anche i pagani.

E’ come se di fronte a questa donna Gesù si rendesse conto che la sua missione non è confinata solo nei recinti d’Israele; d’altra parte, il fatto che Lui sia già fuori dai confini è un segnale. Qualcosa cambia nella percezione di Gesù, in questo racconto molto coraggioso della cristologia di Marco, dove Gesù viene presentato anche con i suoi pregiudizi, nella sua umanità. E’ un Gesù che deve ancora capire pienamente fin dove Dio lo chiama ad arrivare, un Gesù che inizia qui ad intuire che il Dio di cui si fa portatore sconfina e la sua misericordia è così grande che ci sono degli “avanzi” che possono saziare anche i cagnolini sotto la mensa o, per dirla con racconti evangelici che seguono questo episodio, con ceste colme di pani e di pesci che avanzeranno in abbondanza.

Questa donna straniera, di cui non si ricorda neanche il nome, ha insegnato qualcosa a Gesù: per quanto la sua urgenza di servire il suo popolo, di servire i suoi figli, di sentirsi chiamato prima di tutto per Israele, Egli non può dimenticare che il suo Dio trasborda i recinti perché è il Dio del mondo, il Dio delle genti (un tema che la Chiesa, con lo Spirito della Pentecoste, svilupperà fino ai confini della terra).

Maria di Magdala

Infine c’è un’altra donna che mi è particolarmente cara perché anche lei, secondo me, sforza Gesù ad anticipare i tempi. E’ Maria di Magdala, l’apostola della Resurrezione. Dal punto di vista biografico di lei non sappiamo nulla; viene però sempre citata nelle liste delle donne che seguono Gesù e sempre appare nei primi posti, per cui si suppone ricopra un ruolo importante. Quello che sappiamo di lei è che era “legata da sette demoni” e il Signore l’ha liberata. Noi non possiamo dire da cosa era affetta; i vangeli però interpretano questa sua esperienza come una liberazione e non come una guarigione.

Maria di Magdala quindi deve aver fatto un’esperienza sconvolgente: deve essere passata dalla schiavitù alla liberazione. Pensiamo allora a questa donna, “sciolta” da Gesù, quando si è sentita di nuovo legata dal patriarcato. Come poteva rassegnarsi?

Maria di Magdala assume su di sé molte altre figure e, nella storia della Chiesa, la conosciamo come la penitente perdonata. In quest’unica Maria entrano appunto tanta storie di personaggi femminili del Nuovo Testamento (nella tradizione: la donna ai piedi di Gesù che lo bacia, asciuga le lacrime con i lunghi capelli, ecc.). Non credo che questo sia voluto per sminuire il ruolo che lei ha avuto nella comunità primitiva quanto il fatto che la Chiesa le ha dato questa connotazione perché è un’immagine più facile da maneggiare. Di fatto noi ci sentiamo più vicini a una peccatrice che non ad un’apostola della Resurrezione che ci sfugge perché è qualcosa di incomprensibile. Oltretutto è la sintesi del vangelo: noi siamo peccatori perdonati.

Maria nei vangeli non è la peccatrice perdonata ma colei che è sempre nelle liste di coloro che seguono Gesù e una volta sola compare da sola ed è nell’ultima scena del vangelo di Giovanni, al sepolcro. E’ ancora buio e questa donna si affretta, con urgenza, per andare al sepolcro. Noi non capiamo cosa ci fa di notte, al buio, una donna in quel posto; arriva, cerca, piange e poi accade qualcosa: vede la tomba scoperchiata e, addirittura, vede i segni della Resurrezione. Su qualsiasi altra persona questo avrebbe un effetto catastrofico; su Maria, no.

Corre indietro e riferisce ciò che ha visto agli apostoli che si affrettano alla tomba vuota, entrano, guardano, vedono i segni della Resurrezione (le bende da un lato, le fasce all’altro) e subito credono. Una fede maschile. Subito credono ed è una fede così consistente che tornano a casa (nella scena seguente li troviamo rinchiusi per paura dei giudei).

Maria invece non ha questa fede: lei vede questi segni ma non crede; addirittura, primo caso nella Scrittura di totale indifferenza alle manifestazioni del divino, lei pur vedendo e ascoltando gli angeli, continua a cercare il corpo di Gesù. Quando Lui le si presenta non lo riconosce; addirittura gli chiede di dirle dove si trova il corpo del suo Signore. Di fronte a questa ricerca così spasmodica Gesù si manifesta; è come se si fosse sentito chiamato in causa ed interpellato da questa ricerca pressante. E’ come se Maria stia sollecitando Gesù a manifestarsi prima dell’ora, ad anticipare quell’ora. Eppure lì era già avvenuto tutto quello che doveva avvenire: Maria, con la sua ricerca, sembra provocare una rivelazione ulteriore perché a lei non bastano i segni della Resurrezione, lei vuole il Risorto; non le bastano tutti quei segni che rimandano ad altro, lei vuole l’Altro. L’Altro, manifestatosi, le chiede di non trattenerlo perché deve ancora salire al Padre.

In questa ricerca frenetica c’è la parabola di una modalità di vivere la fede che sollecita a cercare i segni della Resurrezione anche dove non ci sono, che sollecitano a voler vedere non soli i segni ma anche il Risorto. E’ quasi un corpo a corpo.

A me viene in mente, eco dell’Antico Testamento, la lotta di Giacobbe con l’Angelo. “Non ti lascerò andare finché non mi avrai benedetto”. Qui è come se Maria non volesse arrendersi al fatto di non vedere più il suo Signore e vive questa esperienza come colei che vuole vedere e viene mandata: “Non mi trattenere … ma va’ dai miei fratelli…”. Maria si aspetta di ritrovare il suo rapporto maestro-discepola ma è cambiato il suo ruolo: lei ormai è un’apostola, lei stessa è chiamata ad annunciare: “Va’…”

Ecco. Proprio nell’ultima parte della parabola di Gesù una donna, di nuovo, sembra sollecitare Gesù ad anticipare i tempi: “Vieni Signore!”

Io penso che anche Gesù ha appreso dalle donne che la fede appassionata genera la necessità di voler anticipare i tempi, di voler vedere già adesso, ora i segni di quel regno che è vicino. E’ come se la fede in Gesù portasse le donne a voler avvicinare alla terra quella realtà altra che sta per irrompere e attraverso queste figure noi possiamo permetterci di prospettarci una modalità d’essere discepoli appassionati che smettono di pregare il Padre Nostro come una normale preghiera liturgica e quando arrivano a quel passaggio venga il tuo regno sono capaci di aggrapparsi con tutto loro stessi per vedere questo regno davvero un po’ più vicino, un po’ più presente.

Bergamo – 6 giugno 2011