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sabato 7 novembre 2015

Goffredo Boselli Trasfigurare (Firenze2015)


“Trasfigurare” è sguardo di fede, dunque uno sguardo “altro” sulla realtà dell’umano, del mondo e della storia. Per questo, la quinta via di umanizzazione, Trasfigurare, rappresenta la sintesi delle quattro vie che la precedono che, a loro volta, sono il frutto di una realtà trasfigurata.


“Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). In queste parole dell’apostolo vi troviamo il senso pasquale del “Trasfigurare”, che è l’esperienza evangelica in cui l’umano – persino quando è colto dentro i suoi limiti e le sue debolezze (“questa vita, che io vivo nella carne (en sarki)” scrive Paolo) diventa consapevole e capace delle sue migliori e più belle possibilità. In questa prospettiva, “Trasfigurare” consiste nell’attitudine a umanizzare il più possibile l’uomano e tutto ciò che esiste, il creato intero, secondo la misura, la statura e la figura di Cristo Gesù crocifisso e risorto.

Alla luce di questo, possiamo individuate quattro “parole chiave”: mistero, liturgia, bellezza, profezia.

Mistero. La trasfigurazione è anzitutto un’esperienza evangelica, essa è stata per i tre discepoli l’accedere alla verità del mistero di Cristo. I padri della chiesa insistono nell’affermare che se fu Gesù a essere trasfigurato (o a trasfigurarsi), tuttavia il cambiamento risiede essenzialmente nello sguardo dei discepoli che contemplarono il mistero di Gesù Cristo che appare loro nella sua intima verità, alla luce della Legge e dei Profeti e da loro testimoniato.

Per questo, “Trasfigurare” è attitudine al mistero di Cristo, capacità interiore che il credente attinge anzitutto nell’esperienza liturgica e da questa riverbera nel suo vissuto quotidiano. Difatti, il mistero non è qualcosa di astratto o di aleatorio, ma forma un tutt’uno con l’umano. Anzi, dal suo di dentro il mistero conferisce all’umano il suo senso più autentico, imprimendogli il suo orientamento più scuro, offrendogli la sua statura più matura. Come si legge in Gaudium et spes “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (n. 22 ).

Così il mistero non si esaurisce nell’ambito cultuale, ma deve essere rintracciato in ogni dimensione, in ogni frangente, in ogni frammento dell’umano. La liturgia è epifania di questa verità, e la vita umana, tutta quanta, può e deve essere vissuta in questa prospettiva liturgica. Nel cristianesimo, infatti, l’essenziale della liturgia sta al di fuori della liturgia.

Noi chiese in Italia sappiamo vedere e confessare nell’umanità di Gesù tutto Dio? E, al contempo, riconoscere Gesù stesso in tutti gli uomini?

Liturgia. L’esperienza evangelica della trasfigurazione è compresa nella tradizione cristiana orientale come l’origine della liturgia.

La liturgia è la cifra della trasfigurazione dell’umano, perché è il luogo sacramentale dell’incontro e della comunione tra lo Spirito di Dio e l’umano in tutte le sue forme. Questo significa che la realizzazione del nuovo umanesimo in Gesù Cristo non può prescindere dalla natura profondamente umana e al tempo stesso autenticamente divina della liturgia. In modo del tutto particolare, l’eucaristia è il più altro magistero di umanesimo evangelico.

L’azione sacramentale è un cammino di umanizzazione vissuta nella fede. I sacramenti corrispondono agli snodi centrali della vita umana e delle sue dimensioni fondamentali (nascita, crescita, scelte di vita, sofferenza, morte) nella piena consapevolezza che è un’umanità sempre da convertire.

La domenica, in tutte le sue dimensioni, è la pienezza dell’umano: la festa, le relazioni più familiari e amicali, il riposo dal lavoro, la condivisione, sono tutte realtà umanizzanti!

Bellezza. L’evento evangelico della trasfigurazione è esperienza di bellezza: “E’ bello per noi essere qui” (Mc 9,5; Lc 9,33). La bellezza è una realtà costitutiva dell’autenticamente umano e dunque anche dell’umanesimo evangelico. Non c’è vita pienamente umanizzata là dove non c’è esperienza di bellezza, che per questo è una qualità umana: “La verità rivelata è l’amore e l’amore realizzato è la bellezza”, ha scritto Pavel Florenskij. La bellezza conduce da se stessa alla dimensione contemplativa della vita; la contemplazione come capacità di guardare la realtà, il mondo, l’umano come Dio l’ha voluto e l’ha creato.

Profezia. L’evento evangelico della trasfigurazione è una realtà evangelica: “Parlavano del suo esodo” (Lc 9,31). Si legge nella lettera ai Romani (12,2): “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformatevi rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. “Trasfigurare” è trasformazione per saper discernere, volontà di non conformazione alla mondanità. “Trasfigurare” significa essere condotti come Chiesa al discernimento all’interno del mondo nel quale il cristiano sta senza tuttavia appartenervi. Una Chiesa che sa stare nel mondo senza mondanizzarsi. Il “Trasfigurare” da forma e sostanza allo stile del cristiano, forgia il suo pensare e il suo agire. “Trasfigurare” è plasmare le coscienze. Così il “trasfigurare” è il principio della differenza cristiana, consapevoli che il Vangelo non può mai essere ridotto a cultura ma rimane sempre profezia.


Goffredo Boselli, monaco di Bose e liturgista, è referente del gruppo di lavoro sulla via Trasfigurare.

Foto © Romano Siciliani

Gli altri gruppi di lavoro e i referenti1. Uscire (Duilio Albarello)
2. Annunciare (Flavia Marcacci)
3. Abitare (Adriano Fabris)
4. Educare (Pina Del Core)