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sabato 28 novembre 2015

Enzo Bianchi Essere sentinelle ai margini della chiesa


I domenica di Avvento Anno C, notte del 28 novembre 2015 
Lc 21,25-28.34-36

Lectio Divina di ENZO BIANCHI
in occasione della accoglienza liturgica di fr. Elia
dal sito del Monastero di Bose



[25] Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, [26] mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. [27] Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.
[28] Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
[34] State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; [35] come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. [36] Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

Avevamo concluso la lettura liturgica del vangelo secondo Marco con l’annuncio della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo (cf. Mc 13,26-27), e oggi lo stesso evento è posto davanti ai nostri occhi nella versione lucana. Sì, questo evento finale e definitivo, dopo il quale c’è solo il regno di Dio che si instaura su tutta la creazione e su tutta l’umanità di ogni tempo e di ogni terra, è l’Avvento (adventus), che significa “venuta”. Ecco allora il discorso escatologico di Gesù che è una ripresa delle ammonizioni degli antichi profeti riguardo al giorno del Signore, alla venuta del Signore per il suo popolo e per tutta l’umanità. Abbiamo ascoltato sia nel profeta Gioele (4,14-17) sia nel vangelo queste parole e queste immagini: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di genti in ansia per i maremoti e le tempeste” (cf. Is 65,8). Gesù ricorre al linguaggio apocalittico, quello proprio di una corrente spirituale che cercava di far rinascere nel popolo di Dio la speranza, soprattutto in tempi di prova, di persecuzione e di tenebra nei quali era difficile trovare un senso alla propria vita di credenti e a una storia di salvezza. Nella pressura, quando sembra addirittura che la storia sfugga dalle mani di Dio, in realtà vi è più che mai una rivelazione, un alzare il velo (questo il senso letterale di apokálypsis, apocalisse) da parte di Dio, il quale agisce come Kýrios, Signore, e porta a compimento il suo disegno di salvezza. Alla fine della storia i tre spazi in cui viviamo – terra, cielo e mare –, tutti segnati dal male, dalla sofferenza e dal dolore, subiranno un processo di rinnovamento che sembrerà un ritorno al caos primordiale; sarà invece una nuova creazione in cui il cosmo sarà trasfigurato, per diventare dimora del regno di Dio.

Le immagini di questa fine possono spaventarci, ma cerchiamo di decodificarle. Il sole, la luna e le stelle nel mondo dei profeti e di Gesù erano soprattutto degli idoli, degli dèi, per le genti della terra ed erano adorati come potenze divine; ebbene, in quel giorno della venuta del Figlio dell’uomo queste creature celesti saranno dunque demitizzate e detronizzate per sempre, perché solo il Signore nostro Dio sarà Dio e Re dell’universo. Di questo potere di Dio sul cosmo e sulla storia vi è già stato un segno nell’ora della morte in croce di Gesù, quando “verso mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato” (Lc 23,44-45): ovvero, tutte le creature furono turbate da quell’evento della morte del “giusto” (Lc 23,47), perché erano testimoni della morte del loro Signore, di colui attraverso il quale erano state create.

Gesù dunque qui annuncia questa manifestazione di Dio alla fine della storia e dei tempi, una fine che arriverà all’improvviso. Non si tratta di un domani lontano, di un evento che riguarderà l’ora nella quale, per cause intrinseche all’universo, esso avrà una fine così come ha avuto un inizio: no, è un evento che risponderà a una parola di Dio, a un suo decreto, un evento vicino, che ci coglierà in modo da sorprenderci. Improvvisamente, senza che nessuno di noi possa prevederlo, “apparirà il Figlio dell’uomo su una nube con grande potenza e gloria” (cf. Dn 7,13) e la sua presenza si imporrà su tutto l’universo. Nessuno potrà sottrarsi a questa visione che rivelerà a tutti la vera identità di Gesù. Quell’uomo, Gesù di Nazaret, che “passò facendo il bene” (At 10,38), che fu condannato a una morte ignominiosa, lui che era giusto e innocente, capace di amare e di perdonare fino alla fine (cf. Lc 23,34), proprio quell’uomo è in Dio in pienezza, perché “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9), nel suo corpo di uomo risorto e trasfigurato per sempre.

Scrive il veggente Giovanni, riprendendo le parole del profeta Zaccaria riguardo al giorno del Signore (cf. Zc 12,10): “Ecco, viene sulle nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che l’hanno trafitto” (Ap 1,7; cf. anche Gv 19,37). Tutti lo riconosceranno nelle trafitture delle mani, dei piedi e del costato, trafitture non scomparse nel corpo spirituale del Risorto, che restano in eterno nella sua carne umana trasfigurata, ormai divinizzata; trafitture che gli umani gli hanno inflitto ogni volta che hanno ferito e colpito l’altro, il fratello, il povero, l’innocente, l’ultimo, il senza voce e senza dignità riconosciuta, il carcerato, lo straniero. Questa la parusia, la presenza manifesta del Crocifisso risorto nella gloria di Dio. È un evento che si impone, un evento a cui nessuno sfugge, un evento temibile ma anche misericordioso, perché chi appare è colui che ha portato il peccato del mondo, è colui che è venuto a sedersi alla tavola di noi peccatori (cf. Lc 7,34), che non è stato tra i giusti e i potenti di questo mondo ma è venuto a cercare chiunque di noi si senta veramente perduto (cf. Lc 19,10).

Che fare dunque in attesa di quel giorno? Vigilare, stare attenti a se stessi, avere cura di se stessi, avere cura di quella che è la nostra vera identità, il nostro essere umani, osservare la realtà nella quale si è immersi, abitare la vita reale del nostro tempo. Per questo Gesù ricorre all’immagine del contadino che vive tra gli alberi di frutta, che li conosce, li osserva, li cura, e dal fico comprende anche l’andamento delle stagioni. Quando la gemma di questa pianta, appena accennata nell’inverno, si gonfia, cresce e sembra pronta ad aprirsi, allora il contadino sa che sta per arrivare l’estate. Così, quando noi leggiamo in profondità eventi del nostro tempo e realtà dei nostri luoghi, siamo autorizzati dal Signore nella forza dello Spirito santo a interpretarli come “segni”, segni dei tempi e dei luoghi, segnali capaci di indicare qualcosa: segni-segnali dei tempi e dei luoghi che i discepoli di Gesù devono essere esercitati a interpretare, per comprendere come e dove va la storia guidata da Dio (cf. Lc 21,29-33).

I discepoli di Gesù, i credenti in lui, noi, dovremmo dunque non abbatterci di fronte a situazioni di crisi, di dolore e devastazione che ogni giorno conosciamo e vediamo operanti su tutta la terra. Dobbiamo invece “sollevare la testa”, assumere la postura dell’uomo in cammino, in posizione eretta, sorretto dalla speranza. Immagine straordinaria: l’umano in piedi, con il capo levato nella parrhesía, nella franchezza e nella convinzione che ciò che accade è comunque per la salvezza; l’umano che non teme e quindi cammina sicuro verso il Signore veniente. È anche la postura dell’umano in preghiera davanti a Dio, che desidera l’incontro con chi ama; è la postura della sentinella che in piedi, sveglia, attenta, scruta l’orizzonte per essere pronta a gridare alla città che il Signore viene, sta per giungere, sta per manifestarsi nella gloria.

Questa immagine della sentinella la conosciamo, si trova nel profeta Isaia, ma è soprattutto un’immagine che riguarda noi monaci: non perché supponiamo di avere questa postura della sentinella, ma perché è la tradizione della chiesa trasmessa di generazione in generazione che ci ha dato la vocazione di essere sentinelle sulle mura, tra la chiesa e il mondo, ai margini. Non dimentichiamo quella profezia di Isaia: “Sulle tue mura, Gerusalemme, ho posto sentinelle. Giorno e notte non devono mai tacere, mai riposare, ma sempre essere vigilanti, sempre pregare, addirittura pregare non permettendo al Signore di riposarsi e invocando sempre la sua venuta (cf. Is 62,6-7). Sì, questa è la nostra vocazione: sentinelle ai margini della chiesa, sentinelle che invocano la venuta del Signore. Per questo la nostra Regola per ben cinque volte ci ricorda questa nostra vocazione di sentinelle in attesa della venuta gloriosa del Signore. Un’attesa, innanzitutto, dell’incontro con il Signore nella morte, perché la morte è l’evento in cui sarà anticipata la venuta del Signore per ciascuno di noi (cf. RBo 8). Attesa anche attraverso il celibato, che è la testimonianza che ormai “la scena di questo mondo passa” (1Cor 7,3) e che il Signore viene presto e vale la pena attenderlo come unico Sposo (cf. RBo 18). Attesa nella condizione di “stranieri e pellegrini” (1Pt 2,11) che camminano verso il Regno, verso la Gerusalemme celeste, questo dono che il Signore ci farà e che noi attendiamo con la nostra povertà, la povertà del cuore e dei beni che vogliamo sempre condividere (cf. RBo 22). Attesa mediante la veglia nella notte, per essere di tutto corpo, anima e spirito un fratello, una sorella che combatte contro il sonno e che, vegliando nella notte, attende il Signore (cf. RBo 36). Infine attesa nella celebrazione eucaristica, che per noi, soprattutto per noi monaci, è cibo e bevanda per un cammino, per membri deboli, peccatori, fragili, peccatori del popolo di Dio; non è un cibo per giusti, è solo un cibo per chi si sente povero e peccatore. Celebriamo l’eucaristia sapendo che è solo un segno, fino al suo ritorno (cf. RBo 37).

Ecco, questa sera celebriamo l’apertura dell’Avvento, ma abbiamo scelto proprio questa liturgia della notte per accogliere un fratello nella nostra comunità: Elia, un fratello che ormai ha vissuto per quattro anni tra di noi, che noi giudichiamo degno della vocazione che ha ricevuto e che questa sera accogliamo liturgicamente nella nostra comunità. Vorrei ricordare a Elia e a tutti noi che la definizione di sentinella è quella che ci compete; e se abbiamo dubbi, il nostro grande padre che ha sempre accompagnato la nostra storia monastica, san Basilio, quando si chiede chi è il cristiano, risponde: “È colui che attende il Signore” (cf. Regole morali 80,22). Ebbene, questa definizione è per noi sufficiente. Elia questa sera entra nella nostra comunità e noi lo accogliamo come un dono del Signore e vogliamo essere a nostra volta per lui un dono dl Signore. Vorremmo, lo speriamo, e speriamo che il Signore compia il cammino che attende ancora Elia prima della professione definitiva, solenne, davanti a tutta la chiesa. Questa sera noi accettiamo la sua presenza tra di noi come fratello, ma ci saranno ancora tre anni, nei quali Elia vaglierà la sua vocazione e noi la vaglieremo ancora, per poterlo presentare alla chiesa come un monaco sul quale la chiesa può contare come sentinella che attende il Signore.

Voglio davvero ringraziare il Signore per il dono grande che ci fa di questo fratello, che ormai conosciamo e amiamo. Ma insieme al Signore voglio anche ringraziare il padre di Elia che è qui in mezzo a noi, perché lui e la madre non gli hanno solo dato la vita, ma lo hanno anche dato come dono al Signore. Spero che in Elia ci sia il ringraziamento per questa sera, la gioia e la pace. Gli raccomando una sola cosa: di non essere mai tiepido, ma di essere vigilante, di fronte al Signore che viene e viene presto, mentre noi affrettiamo la sua venuta (cf. 2Pt 3,12).