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domenica 15 novembre 2015

Emiliano Biadene Il Cammino dell’uomo come cammino del credente


Il Cammino dell’uomo come cammino del credente
Seminario sulla Via Francigena Certaldo 14 novembre 2015

Introduzione.


Parlare di viaggio , o di cammino, significa parlare della vita umana. L’uomo nasce sulla terra come nomade: senza una città, né accampamenti. Questo aspetto fa parte della sua nudità radicale: l’uomo nasce senza difese e senza patria. Questo suo marchio gli rimane in qualche modo scolpito nelle profondità, per poi emergere a ogni occasione che si presenti: l’uomo rimane nomade, rimane un essere sempre in moto, come d'altronde è sempre in movimento la natura intera. Il suo perenne vagabondare dimostra che il nomadismo appartiene alla sua natura. E’ quel moto interiore sempre impaziente e incapace di stasi … è quel moto interiore mai sazio che si chiama desiderio che fa dell’uomo un essere irrequieto. 
La fatica dell’uomo, per tutta la vita, sarà quella di disciplinare il proprio desiderio; di orientarlo e di dargli un senso, una direzione. La fatica dell’uomo sarà quella di trasformare in itinerario ciò che rischia di essere solo erranza; la sua fatica sarà di rendere via ciò sembra precipizio; di aprire un cammino, là dove tutto è segnato dal vuoto; di far crescere una comunione, una “compagnia di viaggio” in quel terreno informe e sterile del vagabondare.
In verità è la vita stessa, nelle sue necessità oggettive che impone all’uomo di viaggiare: a volte per ragioni solo commerciali e cercare di vendere i propri manufatti; per ragioni politiche, per stipulare nuove alleanze e rinnovarle; o per ragioni di cruda sussistenza e cercare acqua, cibo, benessere e pace, là dove tutto questo non è dato. Il fenomeno delle recenti migrazioni continua a testimoniarci con viva durezza la verità di tutto questo. 

Il dolore

Quando il cammino è segnato dalle sole ragioni della necessità è il dolore che prevale. Solo a noi occidentali che apparteniamo all’emisfero ricco del mondo è concesso il lusso di poter camminare e viaggiare per ragioni di piacere, di cultura, di studio, di curiosità. Spesso il cammino non ha nulla di romantico; non di rado nasce dal dolore. Il cammino rivela all’uomo tutta la sua incapacità di porre rimedio alla sua inquietudine. Il cammino comporta sempre un dolore. Il più evidente è il dolore del distacco dai luoghi amati, dalle persone amate. Non esiste cammino senza prezzo. Non c’è cammino fatto di sole gioie. Sant Agostino descrive con grande capacità letteraria questo aspetto paradossale del cammino: l’unione degli opposti speranza e sofferenza. 
Così scrive Agostino nel Discorso IV,256: 
Come sogliono cantare i viandanti: 
Canta e cammina. 
Non amare la pigrizia: cammina! 
Ma consolati dalla fatica: canta! 
Cosa vuol dire “Cammina”? Avanza e non fermarti. 
Cosa vuol dire “Canta”? Avanza nel bene! 
Come sogliono ripetere i viandanti: 
Canta e cammina.

Il rischio

Oltre a chiedere un prezzo, un dolore, il cammino comporta anche un rischio, il rischio che non accada nulla, che non vi sia nessun incontro o peggio che tutto diventi vano. Si possono percorrere molte strade e attraversare molti paesi, senza però mai scalfire nessun luogo e peggio senza neanche mai sfiorare chi vi abita. Senza mai entrare in relazione con ciò che ci circonda e senza mai incontrare chi incrocia il nostro andare.
Il cammino, per essere autentico, prevede l’incontro con l’altro, l’incontro con il diverso. Anzi richiede il rischio dell’incontro con l’altro: l’altro che è la strada stessa, la terra, la natura; l’altro che è il fratello in umanità. Sì, perché di rischio si tratta. E per accettare questo rischio occorre coraggio, occorre vincere le paure che ci abitano. Si parte pensando di trovare accoglienza. 
Ci si mette in cammino credendo che se il viaggiatore farà la sua parte, la risposta sarà assicurata e troverà corrispondenza. La porta però a volte rimane chiusa, perché non si sa bussare o perché non c’è nessuno che possa aprirla. Il cammino è fatto anche di tante occasioni mancate.

La solitudine

L’incontro ha però potenzialità infinite e nascoste. L’incontro può avvenire anche nella solitudine più completa. E’ un incontro speciale, con cose, luoghi, momenti, persone e affetti. E’ l’incontro possibile nella memoria, è l’incontro che si consuma nella solitudine di un cuore attento, caldo, vivo. Solo l’uomo che sa lottare contro la distrazione, contro la negligenza, contro la smemoratezza, può accedere a questo infinito spazio di incontro, dove regnano libertà e pace.
Scrive un mistico medioevale: 

Il desiderio del cammino ti porterà alla solitudine. 
Unico tuo compagno sarà il dolore della solitudine. 
Non temere la solitudine. 
Il coraggio si rivela nell’andare. 
Alzati, uomo, e cammina verso il tuo Dio. 
Parla a Lui, questo Amico cha sa parlare al tuo cuore. 
E il tuo cuore ti condurrà al tuo cuore. 
La tua anima ti accompagnerà alla tua anima. 
Non aver fretta di liberarti della solitudine. 
Sarà la solitudine stessa a indicarti con quale rimedio 
potrà essere addomesticata. (Rumi)

Il pellegrinaggio 

Tra le varie tipologie del viaggiare il più conosciuto e praticato rimane il cammino a scopo religioso; tanto sviluppato e meditato da ricevere una terminologia sua propria: il pellegrinaggio. Se è vero che l’uomo ha bisogno di camminare in quanto uomo, è ancor più vero che ne ha bisogno in quanto “uomo religioso”. Molte civiltà antiche conoscono i pellegrinaggi: pensiamo ai pellegrinaggi ai templi della Mesopotamia, dell’Egitto, della Grecia, dell’India, alle diverse città sante dell’Islam. Pensiamo al pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme, tanto importante da far nascere un’apposita serie di preghiere: la raccolta dei Salmi delle Salite, i cosiddetti salmi graduali, entrati poi a far parte del Libro dei Salmi dell’Antico Testamento. 
Il pellegrinaggio testimonia che il cammino è il mezzo più diretto per incontrare la divinità. In altra forma potremo dire che è la fede stessa che impone un cammino. Basti pensare alle  tre grandi religioni monoteistiche, il giudaismo, il cristianesimo e l’islam: tutte e tre affondano le loro radici nella figura di Abramo, “un arameo errante”, come lo definisce il libro della Genesi, che inizia la sua vicenda con Dio, uscendo dalla sua patria e intraprendendo un cammino che terminerà solo con la sua morte. 

L’Islam

Interessante che l’Islam ha sempre indicato come suo inizio e origine la cosiddetta “ègira”, la migrazione, il pellegrinaggio di Maometto dalla Mecca a Medina, dove fonda la sua prima comunità. Ancora oggi all’inizio di ogni anno liturgico i musulmani sono chiamati a compiere il pellegrinaggio a una delle tre città sante dell’Islam: La Mecca, Medina e Gerusalemme. 
Sempre  il viaggio esteriore è figura e occasione per compiere quel viaggio più difficile e decisivo che è il viaggio interiore, tema particolarmente sviluppato nella mistica islamica della confraternita dei Sufi. Si pensi solo a ciò che scrive Galal al-Din Rumi, l’iniziatore della confraternita dei “Dervisci Ruotanti”. In una sua splendida quartina, Rumi descrive la distanza tra Dio e il creato come una “via”. Una via che porta al Creatore e che ogni uomo deve percorrere, una via che non è solo distanza, bensì anche sospiro di Dio, desiderio di Dio:
Tu hai reso ogni parte della terra splendente come la luna,
poi hai reso la luna una regina, infine hai sospirato, 
perché entrambe, terra e luna, sono ormai lontane.
E da questo sospiro è nata una strada che porta a Te. 

L’Ebraismo

Come Abramo, padre della fede nel Dio unico, così i Figli di Israele diventeranno popolo durante un cammino; durante quel particolare cammino che inizia con l’esodo dall’Egitto e che ha come meta la terra promessa. E’ proprio in quel cammino di uscita che Dio metterà alla prova il suo popolo, e si rivelerà come padre misericordioso e compassionevole, padre sollecito a intervenire a ogni difficoltà e attento a ogni necessità. E’ durante quel cammino che Dio si legherà al popolo di Israele con un’alleanza eterna. E’ lì in cammino che i due partner dell’alleanza impareranno a conoscersi. 
L’esperienza dell’Esodo sarà talmente importante da entrare in modo indelebile nella storia e nella memoria di quel popolo. Tutte le volte che ci sarà bisogno di rinnovare l’alleanza con Dio, e di risvegliare quell’amore per Dio che sempre si assopisce e si raffredda, si ritornerà a rinnovare la memoria di quel cammino. Sentite cosa dice l’autore del libro del Deuteronomio: 
"Ti ricorderai per tutta la vita della via per la quale il Signore tuo Dio ti ha fatto camminare in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti, per provarti, per conoscere ciò che abita nel tuo cuore." 
Israele è il popolo dell’Esodo, è il popolo del cammino nel deserto. Israele è divenuto popolo ed è divenuto Figlio di Dio viaggiando. Ecco la sua identità profonda. Per tutti i quarant’anni nel deserto guiderà il suo popolo di giorno con una colonna di fumo e di notte con una colonna di fuoco. Il Dio di Israele è il Dio del cammino. 

Il Cristianesimo

I primi cristiani, come attesta il libro degli Atti degli Apostoli, erano chiamati ”quelli della via” (tes hodou) (cf. At 9,2; 19,9.23; 22,4). Erano “quelli della via” perché erano seguaci non tanto di una dottrina o di un insegnamento, ma seguaci di una “via”, e quindi di un “modo” di comportarsi, un modo di vivere, di parlare, di operare: erano quindi un popolo in cammino. Dietro questa definizione antica dei cristiani si trova una terminologia ebraica che oggi ci sfugge: per indicare “comportamento”, “modo di vivere”, veniva usato il termine antico “halakà”, che letteralmente significa “cammino”, “via”. I primi cristiani venivano chiamati “quelli della via”, perché discepoli di un maestro anch’egli itinerante: Gesù di Nazareth, che aveva detto di sé: "Io sono la via, la verità e la vita" (Gv 14,6). 
Per tutto il suo ministero pubblico Gesù di Nazareth aveva condotto una vita itinerante. Lo vediamo sempre spostarsi: da Nazareth al deserto, poi verso il Giordano, poi a Cafarnao e in tutti i villaggi della Galilea, poi nella regione della Samaria, poi nel territorio pagano di Cesarea di Filippo e infine lo vediamo intraprendere il suo ultimo viaggio attraverso le città della Giudea: il suo pellegrinaggio verso il Tempio di Gerusalemme. E’ Sulla strada che incontra le persone, le guarisce e suscita in loro la fede. E sulla strada che instancabilmente continua a insegnare e annunciare che Regno dei Cieli è vicino. E’ Gesù stesso che dice nel vangelo di Matteo: 
"Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo hanno i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo" (Mt 8,20). 
L’immagine del discepolo di Cristo come pellegrino attraverserà tutta la storia del cristianesimo. Significativo notare che l’autore della Prima Lettera di Pietro si rivolge ai cristiani della sua comunità usando non solo l’immagine della “peregrinazione”, ma anche quella della “stranierità”. Così si legge al capitolo secondo: 
"Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini a tenere una condotta esemplare … fra i pagani, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere, diano gloria a Dio." (1Pt 2,11). 
In questo testo emerge il linguaggio metaforico del comportamento buono paragonato a un pellegrinaggio. L’immagine è forte: camminare sulla via del comportamento buono rende i cristiani non solo pellegrini, ma uomini diversi dagli altri uomini, tanto differenti da divenire come stranieri ai loro occhi. 
E’ interessante a questo proposito menzionare un altro testo molto importante, la Lettera a Diogneto. E’ uno dei testi più antichi della letteratura cristiana, risalente alla fine del secondo secolo dopo Cristo, quindi coevo ad alcuni scritti poi entrati a far parte del Canone del Nuovo Testamento. Leggo un passo dal capitolo quinto: 
"I cristiani abitano sì una loro patria, ma come stranieri. A tutto partecipano come cittadini, ma a tutto sottostanno come stranieri. Ogni terra straniera è per loro patria e ogni patria è per loro terra straniera." (A.D. 5,5).
La fede cristiana domanderà sempre a chi si professa discepolo la disponibilità di farsi straniero accanto a colui che è lo Straniero per eccellenza: Gesù Cristo. Non dimentichiamo che i vangeli sinottici, Marco, Matteo e Luca, quando narreranno l’episodio del ritorno di Gesù a Nazareth, la sua patria (Mc 6,1-6) non parleranno di accoglienza, di affetto, di riconoscimento, di intimità. A Nazareth tutti conoscono Gesù, il mestiere che fa, chi è sua madre e chi sono i suoi parenti. Eppure questa conoscenza così ordinaria e consueta della persona di Gesù non conduce alla fede quegli uomini, ma allo scandalo. Il timbro di quell’episodio è oscuro: Gesù riceve derisione, incomprensione, totale non-accoglienza e tutti si scandalizzano di lui. 

Gesù è divenuto straniero tra i suoi concittadini, straniero nella sua stessa patria. La fede non è mai un dato acquisito una volta per tutte e si configura sempre come cammino, come quell’incessante passaggio dal cadere al rialzarsi,  dalla non-conoscenza alla conoscenza, dal male alla salvezza. 

La fede cristiana chiede continuamente al credente di lottare contro la tentazione della pretesa, la pretesa di essere arrivati e di aver raggiunto il Signore; perché il Signore è sempre oltre i nostri confini, oltre la nostre patrie, oltre le nostre effimere comprensioni di lui. La fede spinge il credente a mettersi in cammino come aveva fatto Abramo e lo invita a uscire dalla sua terra, dalla sua parentela e dalla casa di suo padre (cf Genesi 11). Sempre pellegrini e ovunque stranieri: ecco lo statuto dei primi cristiani della chiesa nascente e di ogni cristiano nella storia.

Conclusione

La metafora del viaggio, del cammino, è metafora della vita. Nella sua miopia l’uomo spesso vede il cammino solo come ciò che lo separa dalla meta. L’uomo nella sua miopia spesso non comprende che la meta è già lì, disseminata per frammenti lungo quella stessa strada che sta percorrendo. La meta sempre è già presente in ogni luogo e in ogni istante che compongono il cammino. E’ nel cammino stesso che bisogna cercare la meta e imparare a ricomporla nel silenzio nascosto del cuore.

monaco di Bose