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lunedì 21 settembre 2015

Paolo De Benedetti Preghiera nelle Scritture ebraiche


La preghiera nelle Scritture ebraiche 

13 dicembre 2004

 Uomo - creatura che prega

 è uscito quest’anno un libro di Rita Torti Mazzi, Edizioni San Paolo, che ha per titolo La preghiera ebraica. Alle radici dell’eucologia cristiana.
L’ho già esplorato: per metà è una descrizione facile – tecnica, non spirituale – del modo di pregare ebraico nella Bibbia e dopo. Per l’altra metà è un’antologia delle fonti.
Parto da questo testo perché c’è una definizione che mi sembra bellissima. Dice che, secondo il Talmud, cioè secondo la Tradizione rabbinica, l’uomo si può definirela creatura che prega.
Sinonimo di essere umano, quindi, è la creatura che prega.


La nostra idea di preghiera

Noi, però, sia attraverso la storia della nostra cultura sia attraverso l’educazione che abbiamo ricevuto, ci siamo fissati a delle idee limitate di preghiera: dire le preghiere mattino e sera, insegnare le preghiere, recitare le preghiere, imparare a memoria le preghiere e così di seguito.
Se la preghiera fosse questo, sarebbe come dire che ci sono tante cose da fare nella giornata e, tra queste, c’è anche la preghiera. La preghiera è codificata in tanti modi e noi scegliamo tra quelli.
No. Questa è un’idea non sbagliata, ma certo limitata della preghiera.

 Il grido: forma universale di preghiera

Vi basti pensare che nella Bibbia si dice qualche cosa che per noi, se ci pensiamo bene, è assolutamente incredibile.
Nel capitolo terzo dell’Esodo, prima ancora che Mosè iniziasse la sua missione, è detto che gli Ebrei soffrivano in Egitto e non sapevano chi era il loro Dio.
Non lo sapevano perché l’autorivelazione di Dio al suo popolo, anzi a Mosè perché la trasmetta al suo popolo, avviene, poco dopo, nell’episodio del roveto ardente.
Quando Dio gli si rivela, Mosè fa un’obiezione che a noi sembra un po’ ingenua: “Se io vado da loro a dire che dio (dio come nome comune) mi ha mandato a voi, mi chiederanno come si chiama questo dio”.
La cosa è abbastanza fondata, nel senso che in Egitto c’erano, mi pare, 2400 dei, per cui era ragionevole che il popolo chiedesse a Mosè come si chiamava il dio che lo aveva mandato.
Prima che avvenisse la rivelazione del nome divino a Mosè, dunque, gli Ebrei non sapevano (obietterete che c’era stato Abramo. Sì, ma, poi, i suoi discendenti hanno avuto tempo di dimenticare tutto) chi era Dio, come si chiamava, di che cosa si occupava.
Non sapevano niente, quindi non pregavano.
Ma è vero che non pregavano?
All’inizio dell’Esodo, c’è una frase che è veramente straordinaria. Questi Ebrei soffrivano: soffrivano la schiavitù, soffrivano l’uccisione dei primogeniti

                        e il loro grido salì a Dio e Dio ascoltò il grido.

Ecco questa è la forma più universale di preghiera: il grido della creatura.
Il grido sale a Dio anche se la creatura non sa chi è e dov’è Dio.
Nella Tradizione rabbinica, infatti, una delle definizioni di Dio è
                                     
                                        Colui che ascolta il grido.

Gli Ebrei pregavano con la sofferenza della loro esistenza.
La preghiera della loro triste esistenza saliva a Dio nonostante che, nella Tradizione, nella leggenda rabbinica, il Paradiso fosse chiuso con tante porte.
La porta della preghiera, però, è aperta, come lo è, ancora di più, quella del pentimento. Non sono mai chiuse queste porte.
Questo è un tipo di preghiera (poi verremo ai particolari più tecnici) consistente nel lamento del creato.

 Preghiera e idea di Dio

“I cieli narrano la gloria di Dio”: questa è una bella storia ed è vero. Il fatto, però, che i cieli narrino la gloria di Dio non significa ‘preghiera’. Significa, possiamo dire, ‘una maniera di contemplare il creato’.
In realtà, la preghiera deve arrivare a qualcuno che sente ed ha diritto ad una risposta.
E’ quindi qualche cosa che deve anche cambiare l’idea tradizionale che noi abbiamo di Dio.

Preghiera come culto

C’è, poi, un’altra forma di preghiera di cui parleremo dopo. Per ora la definisco solamente: la preghiera di Dio all’uomo. Anche questa non è fatta di parole, è fatta di domande

Tra questi due estremi, si muove la preghiera intesa nel senso più comune, vale a dire come culto.
Qui abbiamo quella grande tradizione di preghiera che è rappresentata dai Salmi e non solo.
Voi sapete che nell’Antico Testamento ci sono preghiere anche fuori dei Salmi: pensate, ad esempio, alla preghiera di Salomone quando è stato dedicato il tempio; al cantico di Anna, che è il modello del Magnificat, quando lei, che era sterile, sa di aspettare un bambino; il cantico di Debora che è la più antica forma orante di tutta la Bibbia; le preghiere che ci sono nei Profeti…

Due ‘piste’ della preghiera

La vita religiosa dell’antico Israele, in realtà, era composta di due ‘piste’: 
- una è la salita a Dio, cioè rendersi conto che Dio è il mio ‘Tu’ e parlare a Dio. (si dice che nell’ebraismo non si deve parlare ‘di’ Dio, ma si deve parlare ‘a’ Dio e ascoltare Dio che parla);
- l’altra è ricevere la parola di Dio.
Queste due piste, in un certo senso, non sono distinte perché la vera preghiera ebraica non è fatta di parole innalzate a Dio, ma di parole che Dio ci ha detto. Come un ritorno, dunque.

Il fumo profumato dei sacrifici

Inoltre, fino all’anno 70 della nostra era, c’era un’altra forma di culto: i sacrifici.
Non è un caso che nella liturgia quotidiana ebraica ci sia una formula che dice:
                        Le parole delle nostre labbra sostituiscono i sacrifici.
Nelle forme più antiche della Bibbia – per esempio quando Noè fa un sacrificio dopo il diluvio – si dice che Dio gode del profumo del sacrificio. Questa è un’immagine molto arcaica della divinità che viene dalla mitologia babilonese. In seguito, al posto di questo fumo profumato che sale su, c’è la preghiera. Tra il grido e la preghiera di Dio, nello spazio intermedio, c’è la preghiera, che è l’essenza del culto.

Comunità orante e devozione individuale

Bisogna dire che nella liturgia ebraica c’è una cosa abbastanza importante: non esiste, come invece accade nel cristianesimo, una differenza sostanziale tra gli atti liturgici formali – diremmo la liturgia nella chiesa, nella sinagoga – e la devozione individuale.
Ogni ebreo pio – mattino, pomeriggio e sera o almeno mattina e sera – dice per conto suo le cose che si dicono nella sinagoga.
Non ci sono le preghiere dell’officiante e le preghiere di casa: è la stessa comunità di preghiera che si manifesta sia dove c’è una comunità concreta sia dove c’è invece il singolo.
Questa identità fa sì che, in fondo, non ci sia un'enorme differenza tra la sinagoga e la casa, tra la comunità orante e la famiglia.

L’insieme delle preghiere rappresenta perciò il filo rosso che tiene legato, nello spazio e nel tempo, l’ebreo (le preghiere s’imparano dalla mamma, anche nel cristianesimo, almeno ai miei tempi); il filo rosso, dunque, che tiene legate le generazioni. Nelle nostre famiglie ebraiche, ad esempio, ci sono i libri di preghiera del nonno, del bisnonno: sono tutti trattati malissimo perché si aveva con questi un’enorme confidenza, per cui nei risvolti di copertina ho trovato, nei vecchi libri appunto,  conti, insolenze di un bambino verso un altro e cose di questo genere, in ebraico, ma anche in italiano o addirittura in dialetto.

La preghiera rappresenta questo filo rosso, ma rappresenta anche – e questo è importantissimo – la consacrazione della quotidianità.
Certo, quando vado in sinagoga e prego, specialmente nelle grandi feste, sono concentrato. La forma della distrazione è diversa rispetto a quella che vediamo nelle chiese: penso che nelle chiese, almeno nella mia esperienza, si dorma qualche volta; nelle sinagoghe, invece, si vagabonda, di va a trovare gli amici, si gira di qua e di là. Ogni tanto l’officiante deve battere forte sulla tribuna…

Berakah, benedizione ascendente

La preghiera non è una cosa separata dalla vita quotidiana ed è composta di parole e di atti.
Per esempio, appena mi alzo, devo lavarmi le mani. Fino a che non mi sono purificato, non posso pronunciare il nome di Dio.
Poi, quando inizio una cosa devo dire una benedizione: quando mangio, prima e dopo i pasti, e in tante altre circostanze.

Ho detto la parola ‘benedizione’ che è veramente il cuore della preghiera ebraica: in ebraico si dice berakah, dalla radice barak, il cui significato originario è “piegare le ginocchia”, perché forse in antico si piegava il ginocchio dicendo la benedizione.

La benedizione ebraica, già nella Bibbia, è una cosa diversa dalla benedizione cristiana o meglio è ‘più densa’.
Mi spiego: intanto la maggior parte delle benedizioni ebraiche sono ‘ascendenti’: “Benedetto Tu, Signore Dio nostro che… io ringrazio Dio per… “. E’ sempre un movimento che sale. Quasi mai la benedizione è benedire una cosa, una nave…

Quasi solo la benedizione sacerdotale, quella del libro dei Numeri: “Ti benedica il Signore e ti custodisca…” è una benedizione ‘discendente’, ma, di solito, è sempre ‘ascendente’.

Benedizione: un ‘Tu’ e un ‘Lui’

La sua formula ci dice, se mi è consentita un’espressione un po’ ardita, come è fatto Dio.
Cosa intendo dire? Voi conoscete la formula di benedizione perché ne sono state introdotte due nell’Offertorio, con qualche ritocco peggiorativo… Se si traduce bene, cosa che neanche gli Ebrei spesso fanno, suona diversamente.
Siamo, ad esempio, nella “Festa delle luci”, Chanukkah, in cui si accendono le luci per ricordare un miracolo: è il 25 aprile ebraico, potremmo chiamarlo così, ma in chiave religiosa.
La formula giusta sarebbe questa:

Benedetto Tu, o Signore Dio nostro, Re del mondo, Colui che ci ha comandato di accendere le luci di Chanukkah.

Nelle benedizioni, infatti, c’è sempre un ‘Tu’ fino a metà, poi un ‘Lui’: “Benedetto Tu…Colui che…”.
La spiegazione è questa: Dio è vicino e lontano, Tu …Colui…

Nobilitare il comune

Questo tipo di benedizione, come molta parte della preghiera ebraica ha lo scopo di metterci nella giusta posizione nel mondo.
Cosa vuol dire questo? La benedizione, innalzata a Dio, è il tramite, il mezzo - mio - di entrare, in modo religioso, in rapporto col creato.
Mi spiego:

Benedetto Tu, Signore, Dio nostro, Colui che ha creato il frutto della  vite.

Lasciamo stare l’Offertorio. Stiamo nel quotidiano. Se io mi verso un bicchiere di vino, i casi sono due: se sono pagano, mi verso il vino e lo bevo. Se sono ebreo, mi verso il vino, ringrazio Dio e bevo.
Il fine è il godimento del mondo, ma la differenza è questa: il pagano gode il mondo come se fosse suo e l’ebreo gode il mondo riconoscendo che Dio ne è l’artefice.

La benedizione, quindi, è, nel mondo enorme della preghiera ebraica, quella che ha più densità teologica e che santifica le più minute operazioni della giornata.
Non devo chiudermi nella mia camera – qualche volta sì, lo dice anche Gesù – non devo definire qual è l’ora della preghiera. No.

Si dice che un ebreo deve avere almeno cento occasioni di benedizione in una giornata: quando mangio, quando vedo qualcosa di straordinario. Faccio un esempio un po’ buffo: supponiamo che, uscendo da qui, incontri un elefante. Io devo dire una benedizione perché sto facendo un’esperienza insolita. E’ qualche cosa che non mi aspettavo e che, in qualche modo, mi manifesta la straordinaria varietà del creato.
Ancora, si deve dire una benedizione quando si vede un re: cosa che, oggi, si può fare soltanto in pochi stati europei…
Così, se vedo qui una pasta dolce, benedico Dio o, se vedo un frutto, benedico Dio per i frutti della terra e così via.

Io, dunque, ho da Dio il diritto di godere il mondo, ma devo goderlo attraverso un rapporto di preghiera, piccolo - non devo dilungarmi in benedizioni complicate - che mi ricordi che il rapporto è a tre non a due: io, il creato e Dio; non io e la natura, come dicono invece i pagani.

Sapete che la benedizione dei pasti è una di quelle più importanti e che, in un certo senso, è anche quella che è stata sicuramente praticata di più da Gesù.
Se ci pensate bene, la vita pubblica di Gesù comincia con un pasto e finisce con un pasto: nozze di Cana e ultima cena pasquale. Comincia con una bevuta di vino e finisce con una bevuta di vino.

Potremmo usare questa espressione di Heschel: “Il giudaismo è una teologia degli atti comuni, delle banalità della vita perché si occupa non tanto dell’educazione all’eccezionale quanto del modo di trattare il banale. Lo scopo sembra essere quello di nobilitare il comune”.

Studio della Torah o preghiera?

Naturalmente, poi, è venuto presto un problema: è meglio studiare la Torah, cioè la Scrittura o pregare?
Poiché nel mondo ebraico non c’è mai una risposta sola, ma almeno due, c’è stato chi ha detto che lo studio della Torah supera la preghiera e qualcuno che la preghiera è più cara a Dio delle buone opere e dei sacrifici.

In realtà, una vera distinzione tra la preghiera e lo studio non c’è, in quanto lo studio della Scrittura o della Tradizione orale, che poi è la stessa cosa, è una forma di ascolto: non sono tanto le cose che io dico a Dio, ma le cose che Dio dice a me.

Dio alla ricerca dell’uomo
  
Qui entra anche quella che definivo ‘la preghiera di Dio’.
Dio, nella Bibbia, è chiamato, mi pare nel profeta Isaia, Hadoresh, Colui che cerca. Dice, infatti, all’uomo: “Dove sei?”.
Avendo creato l’universo, Dio, che prima era - se si può parlare così di Dio - solo, ha creato un ‘tu’.
Ha bisogno, quindi, quanto noi, che ci sia questo scambio, che noi chiamiamo preghiera, tra Dio e noi; noi e Dio.

Martin Buber in un bellissimo romanzo, che s’intitola Gog e Magog, dice che nel giorno di Pentecoste, Shavuot, cioè il giorno in cui viene data la Torah sul monte Sìnai, se uno ne è degno sente una voce che dice: Dove siete voi di cui io sono Dio? Dove siete? Ci siete ancora?
E’ quello che lo stesso Heschel ha formulato come titolo di un suo stupendo libro, Dio alla ricerca dell’uomo, Dio il cercatore.

La scansione della preghiera quotidiana

La liturgia ebraica, quindi, è una struttura molto regolata: per esempio, nell’ebraismo ci sono i riti come nel cristianesimo: c’è il rito romano italiano, il rito tedesco, il rito spagnolo, il rito astigiano, il rito yemenita e così via.
L’Ufficio delle Letture, quello che si chiamava il Breviario o le Ore Canoniche vengono dal sistema di preghiere quotidiane che nei templi accompagnavano i sacrifici e che, invece, nella sinagoga si svolgevano e si svolgono per conto loro.
C’è, quindi, Shacharit, che vorrebbe dire Mattutino, Minchah, che sarebbe l’Ora Media, Aravit, che vuol dire Vespro.

 Attualizzazione della rivelazione del Sinài: le “Diciotto benedizioni”

 Dentro a questa scansione quotidiana, che poi diventa la struttura in cui s’inseriscono il Sabato e le Feste, il nucleo è quello che si chiama Amidah o “Diciotto benedizioni” (queste in realtà sono diciannove, ma si chiamavano già “Diciotto” prima che venisse aggiunta la diciannovesima, quindi è rimasta l’antica definizione).
Voglio leggervi la prima:
Benedetto Tu, Signore e Dio nostro e Dio dei nostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio grande, forte e terribile, Dio altissimo che contraccambia con grazie abbondanti e crea ogni cosa, che ricorda le grazie accordate ai Padri e fa venire il Redentore per i figli dei loro figli, in grazia del Tuo nome con amore. Re che aiuta, salva e protegge. Benedetto Tu o Signore, scudo d’Abramo.
In un’altra benedizione, poco più avanti, dice:
Benedetto Tu, o Signore, Colui che fa diventare vivi i morti…
Nell’ombra, scorre questa fede nella resurrezione.

Queste Diciotto benedizioni sono considerate l’attualizzazione di quello che faceva Mosè sul monte Sinài.
Come racconta la Torah, quando Dio l’ha chiamato, Mosè è entrato nella tenebra, nella nuvola e nell’oscurità, traduciamo così.  
Sono tre successivi passaggi per arrivare quasi a contatto con Dio: nella tenebra, nella nuvola, nella caligine.
La preghiera della comunità è come quella degli Ebrei ai piedi dei Sinài e l’officiante rappresenta Mosè.
Quando si cominciano queste Diciotto benedizioni, l’officiante, davanti all’Arca santa, fa tre passi avanti e, quando le ha finite, fa tre passi indietro, cioè esce dalla caligine, dalla nuvola e dalla tenebra dove ha incontrato Dio per conto della comunità.
Questa è la forma di attualizzazione della rivelazione sinaitica attraverso le Benedizioni.
  
Voce di silenzio sottile

C’è da dire qualcos’altro. Non so se ricordate quello che c’è scritto nel capitolo 19 del Primo libro dei Re, nell’episodio in cui Elia, fuggendo dalla regina Gezabele che lo vuole uccidere, si rifugia sull’Oreb che, in quei libri storici, è sinonimo di Sinài.
Elia, dunque, va su quel monte dove con grande fragore era stata data la Torah a Mosè. Cito a memoria:
“Era in una caverna e gli fu detto (questo è un passivo divino): “Esci fuori”. E il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso da spazzare le rupi, ma Dio non era nel vento. Ci fu un terremoto e Dio non era nel terremoto. Ci fu un fuoco che bruciava ogni cosa e Dio non era nel fuoco. Ci fu una voce di silenzio sottile. Ed Elia si coprì il volto”.
Questa è la voce di Dio.
E’ Dio che cerca il suo profeta: è una preghiera, in sostanza, che è nel silenzio: voce di silenzio sottile.
Elia sente la preghiera di Dio: è un profeta, per questo se ne rende conto.

Noi, quindi, da un lato, abbiamo il grido che sale a Dio; dall’altra abbiamo la “voce di silenzio sottile” che scende…
Il grido dell’esistenza e l’ascolto del silenzio.

La preghiera di Dio

Nel Talmud c’è un racconto - che sembra ingenuo, ma che in realtà è scritto con molta sapienza - su come passa le giornate Dio.
Ora, non ricordo bene la scansione del suo programma diurno, ma succedevano le seguenti cose: al mattino pregava (poi vi dirò come prega Dio), studiava la Scrittura, ascoltava le preghiere che salivano dal mondo…

Qual è la preghiera che dice Dio? E’ riportata nel Talmud.
Prima di descrivervela, vi dirò una cosa: se l’uomo è immagine e somiglianza di Dio, anche l’uomo che prega deve avere un modello in Dio che prega. Non può essersela inventata lui questa forma.
E Dio prega così:

Possa la mia misericordia prevalere sulla mia giustizia. Possa io alzarmi dal trono della giustizia e sedermi su quello della misericordia.

E il suo ascolto della preghiera è continuo.
Abbiamo parlato del lamento degli Ebrei in Egitto, ma il grido è qualcosa che non cessa di salire a Dio come preghiera.
Pensate solo: ogni sei secondi muore un bambino di fame, di malattia…
Queste sono grida, sono tutte preghiere che salgono a Dio.
Il primo di questi modelli è l’episodio in cui Sara caccia Agar e il bambino Ismaele. Lei si rifugia sotto una palma nel deserto ed aspetta la morte.
Dio ‘sente’ il pianto del bambino.

La preghiera di chi non ha la coscienza di pregare è quella che muove – cerchiamo di essere più fedeli nella traduzione - non ‘le viscere’ di misericordia di Dio, ma ‘l’utero’ di misericordia di Dio.
Perché Dio è Rahnan, sia in ebraico sia in arabo, cioè è Colui, Colei che ha l’utero.

La preghiera di supplica

Bisognerebbe aggiungere ancora una cosa che crea dei problemi.
Abbiamo detto che ci sono due tipi di preghiera, cioè la ‘preghiera che sale’ e la ‘preghiera che scende’.
Nella preghiera che sale ci sono la preghiera liturgica e le benedizioni. La preghiera liturgica rappresenta il culto nella sinagoga; le benedizioni rappresentano la vita quotidiana come culto: il rapporto concreto tra il godimento e l’uso dei beni terreni ed il riconoscimento di Colui che ce li ha dati.
Si impongono delle domande: a che scopo si prega e chi si prega?
Noi sappiamo che le preghiere, di solito, vengono classificate soprattutto in preghiere di lode, ringraziamento e di supplica:

- La preghiera di lode: La mia preghiera salga come incenso vespertino…
E’ un onore reso a Dio di cui Dio non ha nessun bisogno. Deve essere chiaro.
La preghiera di lode, in realtà, è una preghiera che serve all’orante, non al destinatario.
E’ l’orante che, ringraziando Dio – come nei Salmi e in tanti altri testi – si rende conto del rapporto tra sé e Dio.
Solo gli dei del paganesimo ‘gustavano’ la preghiera di lode per il loro antropomorfismo.

- La preghiera di supplica pone uno dei problemi più gravi e insolubili che esistono.
Io prego Dio, supponiamo, che mi conceda qualche cosa: materiale o spirituale…
Dio di solito non mi concede nulla, ma, comunque, qualche volta posso ritenere di aver ottenuto, come si suol dire, la grazia, qualche volta no.

Ma non è qui il problema: il problema nasce quando io prego per gli altri, vivi o morti.
Come la mettiamo? Se io prego, supponiamo, per un defunto, i casi sono due: Dio non mi ascolta; Dio mi ascolta a beneficio del defunto.
Se io non prego per quel defunto, Dio gli riserva meno grazia e misericordia? Come è possibile questo?
Se c’è qualche malato, qualche defunto sconosciuto per cui io non prego, questo riceve meno grazia – materiale o spirituale – di quello per cui io prego?

Sono evidenti le difficoltà inerenti alla preghiera di supplica.
La persona per cui più gente prega, in genere, è il Papa. Bisognerebbe allora dire che è quello che ha più probabilità di grazia di tutti, mentre un povero senza famiglia che muore ai margini di una strada, per cui nessuno prega…
No, questo non va.
La preghiera di supplica non può essere concepita così.

E’ vero che la preghiera di supplica si fonda sul fatto, attestato dalla Bibbia, che Dio può cambiare: non è immutabile.
Esempio: Dio, dopo l’episodio del vitello d’oro, dice: “Basta con questo popolo, voglio farla finita. Ricomincio da te, Mosè”.
E Mosè risponde: “No, piuttosto cancellami dal libro della vita”. Ossia, litiga con Dio: la lite con Dio è una forma di preghiera ebraica molto sentita…
Allora Dio cambia idea e non fa più perire il popolo d’Israele.

La preghiera, quindi, presuppone, in qualche modo misteriosissimo, la possibilità che Dio cambi idea.
Dio si pente di aver creato l’uomo – quando manda il diluvio – poi, essendosi accorto che non serve a niente, cambia idea e dice: “Non manderò mai più il diluvio”.

Da un lato dobbiamo avere la fede nella possibilità di far cambiare disegno a Dio; dall’altro, dobbiamo, però, fermarci in silenzio davanti alla domanda: “E coloro per cui nessuno prega?”.

Una volta – cinquanta, sessanta anni fa – si diceva che se Dio non ascoltava la preghiera, significava che quella richiesta non rientrava nel sui progetti e che la Provvidenza aveva altri disegni.
Adesso, dopo la Shoah,  dire questo è una bestemmia, perché significherebbe dire che Dio ha lasciato morire un milione e mezzo di bambini oppure sei milioni di Ebrei perché aveva altri progetti.


Perché Dio rimanga il nostro Dio


Con una formula paradossale, che non è stata inventata da me – anzi, oggi, è accettata da molti – bisogna concludere che Dio ha bisogno degli uomini per rimanere il nostro Dio.
Se Dio non rimane il nostro Dio e torna ad essere il Dio prima della creazione, perde tutti i suoi attributi: non è più Padre, non è Misericordia, non è Amore, non è nulla.
Queste cose si possono dire solo paradossalmente.
Noi, allora, dobbiamo pregare Dio, dobbiamo avere una forma di preghiera che – mi rendo conto di dire una cosa enorme, ma la dico lo stesso – che lo aiuti ad essere più Dio.
Del resto, nella tradizione ebraica, come dicevo prima, la lite con Dio, fare a pugni con Lui è considerata una forma di devozione molto intensa.

Consolatemi, consolatemi, o mio popolo

C’è un versetto di Isaia, l’inizio del secondo Isaia, il cosiddetto Libro della Consolazione (Is 40, 1), che suona così:

Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio.

I Maestri d’Israele hanno detto che si può anche leggere:

Consolatemi, consolatemi, o mio popolo, dice il vostro Dio.

Questa operazione di consolare Dio consiste in tante forme, ma nella mistica è chiamata ihkud, unificazione.
Dio è lacerato e solo se noi lo aiutiamo a unificarsi di nuovo potrà finalmente essere quello che annuncia il profeta Zaccaria:

In quel giorno Dio sarà uno e il suo nome uno
Adesso no, in quel giorno... Tocca a noi aiutarlo a congiungersi alla Shekhinah, al suo lato femminile.
Questo noi lo facciamo con due forme di preghiera
- una è, uso un’espressione greco-ortodossa,  la preghiera del cuore o la preghiera della Parola.
- l’altra è la preghiera dell’esistenza.
Noi dobbiamo fare compagnia a Dio. Voi sapete come si fa compagnia alle persone tristi, angosciate. Conversando, parlando l’uno con l’altro. Dialogando. Di questo abbiamo un bisogno assoluto: sia noi, sia Dio.

C’è un inno liturgico ebraico molto strano – forse del sesto, settimo secolo – che ha un verso che suona così:

Me e te, o Signore, salva.

L’importanza delle domande

E’ difficile concludere, o meglio, si conclude lasciando dei grandi interrogativi.
Del resto, l’ebraismo è fatto di domande.
E le domande sono importanti anche nella preghiera se non sono esaudite.
Prendete l’esempio massimo, quello di Gesù nel giardino del Getsemani:

Se possibile, allontana da me questo calice!

La sublimità di questa frase sta nella sua illogicità.

Tuttavia, non sia fatta la mia , ma la tua volontà.

Ma come? La volontà di Dio era che Gesù morisse? O non era in grado di allontanare questo calice?
Ad un certo punto, come dice Giobbe, dobbiamo metterci una mano sulla bocca.
Ma la mano sulla bocca non deve impedirci di far salire lo stesso a Dio la voce della nostra esistenza.
Io credo che ci siano tante persone che forse non pregano, ma la cui esistenza, in realtà, sale a Dio come una bellissima preghiera.
Il fondatore del chassidismo, il santo Baal-Shem, racconta che una volta gli era capitato di cercare di entrare in una sinagoga senza riuscirvi perché – dice -

la sinagoga è piena zeppa, dal pavimento al soffitto, di preghiere che non salgono a Dio per cui io non riesco ad entrare.

Perché? Perché non c’era kavanà, intenzione (viene da kun, dirigere). Nella preghiera ebraica, la cosa importante non è ‘arrivare’, ma ‘dirigere’.

Io credo che questa nostra situazione, in cui coscientemente o incoscientemente  preghiamo, sia una situazione che commuove realmente Dio.
Dio piange nella Tradizione.
Del resto, vi sembra possibile che Dio – hic et nunc – in questo momento sia felice?
Come è possibile che Dio sia felice se, come dicevo prima, ogni sei secondi muore un bambino?

Un prestito a Dio

Queste nostre infinite maniere non formali e qualche volta anche formali di pregare credo che rappresentino un tesoro, nel senso che abbiamo fatto un enorme prestito a Dio, il prestito della nostra esistenza, delle nostre sofferenze, delle sofferenze ignote. Sofferenze non solo dei bambini e degli uomini, ma anche degli animali e delle piante, sia ben chiaro.

E volete che Dio, un giorno, non ci debba mostrare la sua riconoscenza?

Temi delle domande e risposte
- La risposta di Abramo rispetto alla preghiera per i defunti (Lc !6, 29)
La preghiera per un defunto si può dire. La Chiesa prega per tutti i defunti. Certo,  non posso dire che è inutile che io preghi per i defunti o anche per gli amici, ma nello stesso tempo devo dire: Sì, però, come la mettiamo con quelli per cui nessuno prega?
Non c’è da rispondere altro se non che forse Dio, diciamo così, sostituisce l’assenza dell’orante. Non lo so.
Nella Tradizione ebraica, tanto sono urgenti le domande, tanto c’è anche la libertà di dire, per certi quesiti: lasciamo in sospeso.
Verrà Elia a risolvere il problema, ma noi non siamo in grado di farlo.

- Preghiera a beneficio di un singolo… preghiera che ha valenza per tutti
Può darsi. C’è una bellissima storia chassidica: c’era un pio maestro in Polonia che, andando da un paese all’altro, aveva incontrato un pastorello, Questi, aveva il gregge al pascolo e saltava da un capo all’altro di un fossato. Il maestro gli chiede cosa sta facendo e quello risponde: “Lodo Dio, saltando il fossato”.
Il maestro gli spiega che non si fa così e gli insegna le preghiere.
Il ragazzino le dimentica, ma non osa più lodare Dio, saltando il fossato.
Dio, allora, è apparso in sogno a quel rabbino e gli ha detto: “Hai fatto un bell’affare! Torna indietro e digli che continui a pregare saltando il fossato”.

Ce n’è un’altra ancora più bella: c’era un povero che, in sinagoga, pregava Dio e diceva: “O Signore, quando c’era il tempio, ti portavano tutti i giorni delle offerte, dei pani fatti bene… Adesso non hai più niente”.
Per questo ordinava a sua moglie di fabbricargli i dodici pani di Proposizione e li portava in sinagoga, pregando Dio di accettarli.
Poco dopo tornava e non c’erano più e lui tornava a casa felice: “Dio ha gradito la mia offerta”.
Un giorno, mentre diceva a Dio: “Gradisci questa offerta come l’hai gradita ieri…”, non si era  accorto che c’era il rabbino dietro una colonna.
Dopo aver udito queste parole, il rabbino gli si avvicina e gli dice: “Ma sei scemo? Non lo sai che li ha mangiati il sagrestano? Ecco chi deve ringraziarti di tutto questo pane che porti qui”.
Lui è rimasto di sasso. E’ caduto in una depressione profondissima.
Quella notte, Dio appare in sogno al rabbino e gli dice: “Metti a posto le tue cose perché domani morirai. Io non avevo mai gradito, dalle origini del Tempio, le offerte quanto quelle di questo povero e tu gli hai distrutto la sua devozione”.

- La nostra esistenza stessa ‘canta’, è preghiera. Necessità, comunque di una preghiera: quella del perdono a Dio o di perdono agli altri.
Non intendevo tanto che l’esistenza “cantasse”. Pensavo piuttosto al ‘grido’. C’è la preghiera di lode, c’è il ‘grido’…
Avevo detto che la preghiera e il pentimento non trovano mai chiuse le porte del cielo. Certo.
Però più che chiedere perdono a Dio – certo lo si deve fare: pensiamo al giorno di Kippur: si fa la confessione dei peccati sette volte, mi pare, durante tutto il giorno – però, secondo Maimonide almeno, la cosa veramente fondamentale è non ricaderci più.
Non fare penitenze o cose del genere, dunque, ma, se mi trovo nella stessa situazione in cui ho peccato, non peccare.
Conversione o pentimento, infatti, in ebraico si dice teshuvà, che vuol dire fare una manovra a ‘U’.
Io credo che, anche in questo caso, più che le parole sia importante, come dire, la vita. Per chiedere perdono a Dio, trovo che è più importante fare delle opere di carità o di giustizia che recitare l’atto di dolore…
Quando noi diciamo che c’è la preghiera di lode, c’è la preghiera di supplica, dovremmo dire che la preghiera di supplica si divide in due: supplica per ottenere guarigione o altro e supplica per ottenere perdono.
Nei “Dieci giorni terribili”, da capodanno a kippur, c’è questa seconda preghiera di supplica. E’ fondamentale più quello che si fa rispetto a quello che si dice.

Così come, per esempio, nella tradizione classica ebraica, si dà poca attenzione ai peccati di pensiero. Non si riflette su questo. Si riflette sui peccati ‘esterni’. C’è, infatti, un Midrash che dice che, quando Dio ha dato la Legge sul monte Sinài, gli Ebrei si sono impegnati a “garantire l’uno per l’altro, ma non per i loro pensieri: solo per le loro azioni”.
Sembra un po’ riduttivo rispetto ai grandi ideali cristiani, invece è molto realistico: garantire per gli altri rispetto alle azioni costa molto di più che cercare  di dire buone parole ai pensieri.

Per esempio, c’è anche un’informazione sbagliata sul cosiddetto capro espiatorio:  nel giorno dell’espiazione, quando c’era il tempio, il sommo sacerdote confessava i peccati su un capro che poi veniva mandato nel deserto ad Azazel. In realtà, era un’azione puramente simbolica, noi diremmo sacramentale.
L’espiazione dei peccati non era il dirli sopra quel capro da mandare poi nel deserto, ma era la confessione sull’altro capro che veniva offerto in olocausto.

- Esatta traduzione di 1 Re 19, 12

La traduzione che danno di solito le bibbie è “mormorio di brezza leggera”. La traduzione giusta, che dà solo la cosiddetta ‘Nuovissima’ delle Edizioni Paoline, è  voce di silenzio sottile, che oltretutto ha  un valore poetico molto maggiore.
Ho fatto un saggio per un volume in onore di monsignor Ghiberti, dove esemplifico i casi, tra cui questo, in cui le traduzioni alterano il testo e impediscono altre interpretazioni.
Ad esempio, quando Dio ha dato la Torah sul monte Sinài: Il popolo vedeva i tuoni e i lampi. ‘Vedeva’… La CEI, per timore di dire una cosa insensata, ha scritto: Gli Ebrei percepivano i tuoni e i lampi. No. Vedevano! Era un momento così straordinariamente miracoloso che i cinque sensi si mescolavano: vedevano i tuoni e i lampi. E’ anche un ardimento letterario. Perché cancellarlo?
Nella Bibbia ce ne sono di cose simili…

Ad esempio: Mosè morì. Lo seppellì sul monte.  Perché tradurre “fu seppellito”? C’è scritto lo seppellì.
Dicendo lo seppellì, si rende possibile un'interpretazione rabbinica secondo la quale  “Dio ha seppellito Mosè, dopo avergli preso l’anima con un bacio”.
La morte per bacio: Dio gli prende l’anima con un bacio poi lo seppellì. Tra l’altro, dire “fu seppellito” contraddice il versetto seguente: “nessuno sa dove è sepolto Mosè”. Questo succede perché i traduttori conoscono l’ebraico, ma non le interpretazioni ebraiche, che, invece, rappresentano altri sensi possibili, traducendo fedelmente.


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