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giovedì 27 agosto 2015

Enzo Bianchi Francesco e il vero potere del perdono


La Repubblica, 26 Agosto 2015
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Dopo la shoah il tema del perdono è entrato con drammatica attualità nella riflessione filosofica e teologica con tutti i suoi laceranti interrogativi: si può perdonare il male assoluto? chi e a nome di chi può perdonare? chi può chiedere il perdono e, se lo può fare, è a nome suo o anche di altri ormai morti? e a chi si chiede perdono: alle vittime, ai loro discendenti, parenti, compagni di sventura? Interrogativi riemersi con forza anche in occasione della Liturgia del perdono voluta da Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000 e ora tornati attualissimi dopo la visita di papa Francesco al tempio valdese di Torino, le sue parole accorate – “In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!” – e la lettera di risposta del sinodo valdese celebrato in questi giorni a Torre Pellice. C’è chi ha scritto che i valdesi hanno restituito al mittente la richiesta di perdono, ma in verità non è così.


Innanzitutto va ricordato che un cristiano deve assolutamente chiedere il perdono alla vittima per il male fatto e quindi a Dio che può perdonare e cancellare le colpe e restituire al peccatore la sua integrità di essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio. Per questo i cristiani chiedono e si concedono reciprocamente il perdono e, sull’esempio di Gesù che in croce ha pregato “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!”, dovrebbero sempre, sempre perdonare all’offensore. Ma questa invocazione di perdono a Dio, questo dono dei doni (“per-dono”) è possibile solo in vita, tra carnefice e vittima: una volta morti l’uno e l’altra, questo perdono può avere come soggetto solo Dio.

Ma allora cosa intendeva papa Francesco quando, rivolgendosi ai valdesi, aveva detto: “Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi”? Papa Francesco innanzitutto – come mostrano le altre sue parole: “Chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri” – voleva esprimere l’atteggiamento di pentimento della chiesa cattolica e quindi la volontà di mai ricadere in quei comportamenti non conformi al vangelo. La chiesa cattolica sa di essere un soggetto che abbraccia credenti di ieri e di oggi, sa di essere una “solidarietà di peccatori” che, chiedendo al Signore perdono, è resa “comunione di santi”. La solidarietà nel peccato richiede l’assunzione della colpa, la confessione del male fatto, l’invocazione del perdono. La chiesa cattolica sa di poter dire, conformemente alla parola del Signore, “Noi abbiamo peccato con i nostri padri” (Salmo 106,6), e il cristiano ripete: “Io e la casa di mio padre abbiamo peccato” (Neemia 1,6).

È in questa consapevolezza che il papa ha chiesto perdono ai membri della chiesa valdese di oggi, ben sapendo che né lui è il carnefice né i valdesi di oggi sono le vittime. E tuttavia noi sappiamo che c’è una memoria del male ricevuto dai padri e della madri che resta a lungo presente nei discendenti e diviene facilmente rancore, ostilità. Qui allora è possibile chiedere il perdono non per affermare l’oblio del male fatto e patito, ma per disinnescare ogni violenza e ogni risentimento.

Certamente la chiesa valdese di oggi non può concedere il perdono a nome dei valdesi dei secoli passati ma, accettando la confessione e il pentimento da parte della “voce” della chiesa cattolica, può accoglierne la sincerità, l’affetto, il riconoscimento per un cammino verso la comunione non più segnata da ostilità e accuse. Sì, sono convinto che anche quando infuriava la persecuzione della chiesa maggioritaria contro la piccola comunità valdese c’erano cattolici che dissentivano e si vergognavano di quella violenza, così come c’erano tra i valdesi quelli che perdonavano e invocavano da Dio il perdono per i loro persecutori.

Come Giovanni Paolo II nel giubileo del 2000, così papa Francesco si è mostrato un cristiano che obbedisce al vangelo, riconoscendo il peccato e chiedendo perdono. In un tempo in cui ancora alcuni popoli e i loro governi non vogliono riconoscere il male perpetrato fino al genocidio – si pensi alla tragedia armena, ma non solo – dal vescovo di Roma è venuto un grande esempio, da leggere nella sua intenzione e nella sua umiltà, senza polemiche e senza spirito di rivalsa.