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venerdì 13 giugno 2014

Savone: Un santo nostro – Sant’Antonio di Padova



Perché a te, Antonio? Così si chiedeva p. David M. Turoldo immaginando un dialogo confidenziale sol Santo mentre riprendeva la domanda che per tre volte frate Masseo aveva rivolto a Francesco: perché a te, frate Francesco? Uomo non bello, non letterato, addirittura semplice e idiota come egli stesso si definiva, non nobile, eppure tanta gente ti viene dietro. Perché?

Antonio di Padova, invece, aveva tutti questi presupposti. Proveniva da una nobile famiglia, si era formato in luoghi di grande cultura, era di bell’aspetto, godeva di una voce forte e suadente. Tutti motivi per essere un valido trascinatore. Eppure non sono queste le ragioni dell’accorrere di tanta gente a questa figura di uomo. C’è qualcos’altro che lo fa sentire nostro. 

Nel processo di canonizzazione i miracoli riportati come prova della sua santità sono tutti a favore di poveri, donne e bambini. La vulnerabilità al centro: categorie marginali per quell’epoca trovavano in Antonio una particolare attenzione. I poveri lo sentono uomo di Dio, rifugio presso cui trovare riparo, amico sicuro nei momenti di sventura. Gli ultimi lo sentono loro perché lo riconoscono uomo capace di comprendere e di accogliere le lacrime della sofferenza, le domande e le fatiche dell’uomo, la gioia di un grazie, lo stupore di sapere che non si è mai soli. I poveri sanno – e chissà quando noi lo comprenderemo – che all’acqua della rivelazione di Dio ciascuno può andare con la propria tazza: la tazza di una povertà che invoca, di una fiducia che si affida, di una ammirazione che loda, di una disponibilità ad accogliere quel commento di Gesù che è la figura del santo. Questo lo sanno solo i poveri. 

Nella vicenda di Antonio, poi, c’è un altro elemento che attrae la nostra attenzione: la sua lingua, miracolosamente incorrotta. Il tema della lingua è spesso evocato al negativo per l’uso cattivo che vien fatto di questa facoltà umana. Che mondo sarebbe quello in cui si potesse benedire l’uno la lingua dell’altro, l’uno il parlare dell’altro: il corpo umano sarebbe finalmente consacrato a ciò per cui è stato pensato: servire il bene. Ora la lingua di Antonio è una lingua a servizio del bene. 

Egli uomo della Parola fu uomo di parola. Appassionato com’era della Scrittura, sapeva che la Parola di Dio ha bisogno di una non trascurabile mediazione, le parole dell’uomo, che devono per questo motivo essere poche e accorte secondo quanto richiede il Vangelo: il vostro sì sia sì, il vostro no sia no. Lo acclamavano santo mentre lo ascoltavano perché lo coglievano sincero, uno che chiamava bene il bene e male il male.

La parola, afferma Antonio in uno dei suoi Sermoni, deve uscire con grande cautela. Non una parola oziosa, disinformata, che scandalizza e che non educa. Spesso la parola non pronunciata è la migliore: la saliva dell’uomo digiuno – afferma Antonio – uccide il serpente; la lingua digiuna, cioè mortificata, è come una lingua nuova, il cui avvelenamento annulla il veleno. Come a dire che spesso la possibilità di una riconciliazione o di un conflitto iniziano sulla punta della nostra lingua. 

Antonio seppe parlare e anche con veemenza, ma seppe anche tacere. Parlò ogni qualvolta erano in gioco i diritti e i bisogni dei più poveri come quando affrontò il tiranno Ezzelino che spadroneggiava sulle vite altrui oltre ogni limite. Non ha mai parlato, invece, per imporre il suo sapere, per scalare il potere o per affermare se stesso. Quella lingua incorrotta attesta di un uomo con un preciso stile di vita: per questo resta per una provocazione intatta. 

Lo sentiamo nostro, Antonio, perché ci parla di un Dio a portata di mano, accessibile. Non a caso è raffigurato con il bambino Gesù tra le braccia. Ha talmente coltivato la sua relazione con il Signore da arrivare ad averlo tra le braccia. Ma questo è ciò che Dio vuole consentire a ciascuno di noi: tenerlo tra le braccia. Ecco la lieta notizia, la meraviglia di un vangelo, di una speranza, affidata alle nostre deboli mani, mani di chiunque. La stessa meraviglia che ci prende quando riceviamo l’Eucaristia e pensiamo: che coraggio, Signore! Nelle mie mani. 

Lo si tiene tra le braccia, si arriva cioè ad essere custodi di Dio e delle sue cose, quando abbiamo acconsentito a tenere il suo vangelo nel nostro cuore, nei nostri gesti. 

Ma da Antonio vogliamo apprendere ancora un’ultima cosa: il valore della nostra dignità. Cristo, che è la tua vita, sta appeso davanti a te, perché tu guardi nella croce come in uno specchio… Cosa puoi riconoscere in quello specchio? Continua Antonio: Se guarderai bene, potrai renderti conto di quanto grande siano la tua dignità e il tuo valore. Dio ti rende così importante da essere, per Lui, degno della sua stessa sofferenza.

È di questo che ci narra Antonio. Per questo lo sentiamo così nostro.