Seguici su Twitter Aggiungici su Google+ Iscriviti al Canale Youtube Abbonati ai Feed Registrati per ricevere la newsletter
Pagine del sito   Enzo Bianchi Luciano Manicardi don Claudio Doglio Rosanna Virgili Lidia Maggi Brunetto Salvarani Elenco di tutti i posts

domenica 21 luglio 2013

Casati - 28 luglio 2013 XVII Tempo Ordinario



Gen 18, 20-21. 23-32
Col 2, 12-14
Lc 11, 1-13

E così, lungo la strada, dopo aver loro insegnato a provare tenerezza come il Samaritano, dopo aver loro insegnato a scegliere la parte buona che è: stare in ascolto, come Maria di Betania, quel giorno insegnò loro a pregare.
E la domanda del discepolo era stata esplicita: "Signore, insegnaci a pregare…". Forse erano stati affascinati, conquistati da quel suo pregare, in silenzio. Forse il volto si era fatto luminoso come quello di Mosè nella montagna. E nessuno ardiva interromperlo. Ma poi osarono: ogni "rabbi" aveva un suo insegnamento sulla preghiera; anche Giovanni aveva insegnato ai suoi discepoli a pregare. "Signore, insegnaci a pregare…". Insegnalo a noi. A noi che oggi abbiamo -così si dice- troppe cose da fare. Narra un'antica storia: "Quando il maestro invitò il governatore a praticare la meditazione -e questi spiegò che aveva troppo da fare- il maestro rispose: "Lei mi fa venire in mente un uomo che entra nella giungla con gli occhi bendati ed è troppo occupato per togliersi la benda". E quando il governatore addusse come scusa la mancanza di tempo, il maestro replicò: "È un errore pensare che la meditazione non può avvenire per mancanza di tempo. Il vero motivo è l'agitazione mentale"" (A. Mello, La preghiera della rana). Insegnaci, Signore, a pregare. E Gesù aprì e chiuse il suo insegnamento sulla preghiera con una parola carica di evocazione: "Padre", "Abbà", la parola con cui tu chiami Dio. Dicono gli esegeti che "nella moltitudine delle preghiere giudaiche non si trova un solo esempio, non uno, di vocativo "abbà" riferito a Dio" (J. Jeremias). L'insegnamento di Gesù sulla preghiera evoca soprattutto un atteggiamento: un atteggiamento di serena fiducia, di confidente sicurezza. Evoca infatti un volto, quello del Padre. E un altro ancora, quello dell'amico alla cui porta puoi bussare di notte, a mezzanotte, quando la porta è chiusa e tutti dormono sull'unica stuoia, perché tu presti tre pani. Nella preghiera cristiana vivono queste due situazioni umane: da un lato il confessato bisogno, la dichiarata povertà, la confessata piccolezza e, insieme, la mai spenta, mai arresa, ostinata confidenza che ti fa parlare con Dio, e te lo fa chiamare "Padre". Sono i due atteggiamenti del cuore che abbiamo sorpreso anche nella affascinante preghiera di Abramo: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere". E non potrebbe iniziare così ogni nostra preghiera: "…io che sono polvere e cenere"? "Preghiera di un povero che è curvato": così si esprime il primo versetto del salmo 102. "Curvato", quasi a dire che, quando un uomo prega, non deve collocarsi in qualche luogo alto, elevato, bensì indugiare in un luogo basso: "Dal profondo grido a te…" Io che sono polvere e cenere. Ma il trattato rabbinico delle "Benedizioni" dice che essere curvato non esprime solo uno stato di prostrazione, ma anche un momento di incontro: "Preghiera" -dice- "di un uomo curvato: come un uomo che parla a un orecchio del suo compagno e questo l'ascolta. Vi è forse un Dio più vicino di questo, che è vicino alla sua creatura, quanto la bocca all'orecchio?". Ricordala, pur purificandola da ogni suo antropomorfismo, questa riflessione rabbinica: l'orecchio di Dio vicino al sussurro povero della bocca dell'uomo. E da ultimo, ma solo accenno, perché ognuno di voi -ne sono certo- già ne è rimasto affascinato. L'orecchio di Dio è vicino alla preghiera dell'uomo se il suo cuore è simile a quello di Abramo, solidale con la città dei peccatori, come quello di Abramo. A Dio è gradito -piace a Dio- questo non dividere la nostra sorte dalla sorte degli altri, questo non volere essere salvi da soli. Se di una cosa Dio ci rimprovera è che preghiamo solo per noi e per i nostri, che pensiamo solo a noi stessi, che non resistiamo abbastanza davanti al suo volto in favore degli altri. Così dice Dio per bocca del profeta: "Ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me per difendere il paese perché io non lo devastassi, uno non l'ho trovato". È questo il lamento di Dio.
Fonte:sullasoglia