Seguici su Twitter Aggiungici su Google+ Iscriviti al Canale Youtube Abbonati ai Feed Registrati per ricevere la newsletter
Pagine del sito   Enzo Bianchi Luciano Manicardi Le altre fraternità del Monastero di Bose don Claudio Doglio Rosanna Virgili Lidia Maggi Brunetto Salvarani

domenica 7 luglio 2013

Casati - 14 luglio 2013 XV Tempo Ordinario



Dt 30, 10-14
Col 1, 15-20
Lc 10, 25-37

Potremmo leggere l'episodio del Vangelo che ci racconta il dialogo tra Gesù e il dottore della legge e la conseguente parabola del buon samaritano svestendoli della forza di provocazione che li contrassegna, snervandoli da ogni vis polemica; ma snatureremmo il racconto e la parabola.
L'episodio nasce in un contesto di parole: il dottore della legge -il "teologo" diremmo noi oggi- ha di mira il mondo delle parole, e lasciandosi sedurre dal mondo delle parole, non può non arrivare al dibattito teologico, alle disquisizioni dottrinali, al tranello delle parole: "trarre in inganno", "giustificarsi": è scritto. Le domande possono essere anche legittime, giuste possono essere anche le risposte -come nel nostro caso- ma il problema non è nelle parole. "Hai risposto bene" dice Gesù al "teologo" che ha citato alla perfezione la Bibbia: Deuteronomio e Levitico insieme. "Hai risposto bene; fa' questo e vivrai". Non bastano le risposte teologiche, fa' questo. E ancora alla fine, a conclusione della parabola: hai detto bene che prossimo è stato colui che ha avuto compassione, "va' e anche tu fa' lo stesso". È come se Gesù polemicamente richiamasse gli uomini delle parole, delle parole "teologiche", alla concretezza dell'agire. Anche tu fa' questo. Ma il "teologo" - l'uomo delle parole - si trova a disagio davanti a un Maestro, che parla il linguaggio della semplicità. In un mondo come il suo, dove più si parla complicato, più si ha l'aria di essere superdotati e intelligenti, uno che ti dice: "Ama Dio, amalo con tutte le tue forze, con tutta la tua anima e ama il prossimo come te stesso", sembra dire cose ovvie, cose da poco. E allora vediamo di innescare una dissertazione teologica sul concetto di prossimo: "Chi è il mio prossimo?". E Gesù raccontando la parabola del samaritano sembra dire: ...ma, ragazzi. guardate la vita e capirete. Ve lo farà capire la vita il problema del prossimo. E racconta una parabola da anticlericale. A volte mi viene fatto di pensare che se noi non conoscessimo da piccoli questa parabola, se nessuno ci avesse detto che è di Gesù e che è scritta nei vangeli, quelli canonici, qualcuno di noi griderebbe, ascoltandola, all'anticlericalismo. Diremmo: "Ecco il solito anticlericale. Deve parlare male dei sacerdoti, deve parlare male dei leviti, deve parlare bene del lontano, poco ortodosso o niente ortodosso, del samaritano". Ma la parabola è di Gesù. Sì, è di Gesù. Che cosa fa la differenza tra sacerdote e levita da una parte e il samaritano dall'altra? Non la fa, secondo Gesù, la lettura dei libri religiosi -non dico che non sia importante- e nemmeno l'aggiornamento sulla realtà, perché la realtà di un uomo ferito, spogliato, mezzo morto, nel nostro caso, è sotto gli occhi di tutti: sacerdote, levita, samaritano. Che cosa fa la differenza? Il testo lo dice: "Lo vide e girò dall'altra parte": è detto del sacerdote. "Lo vide e girò dall'altra parte": è detto del levita. "Lo vide e ne ebbe compassione": è detto del samaritano. C'è uno scarto, come un salto nel racconto ed è in questo "ne ebbe compassione", che è un verbo -scusate la parola- un verbo "viscerale". Sì, nel significato greco è un verbo che riguarda le viscere: o le hai o non le hai. "È un fatto di viscere" sembra dire Gesù. E cioè la mia parabola viene a svelare, a sottolineare una dimensione, quella della "compassione" che è scritta nel più profondo delle vostre viscere, del cuore. Ascolta le viscere, ascolta il cuore, ascolta la compassione. Oggi ci si incanta davanti alla "saggezza della compassione" predicata dal Buddismo. Non sarà anche perché si è sorvolato sull'invito alla compassione di cui è segnato tutto il Vangelo? "Ebbe compassione": dice Gesù. Ascolta le viscere, ascolta il cuore, il comando è scritto dentro di te, non è un comando lontano. Quando Mosè nella grande omelia della steppa parlava a nome di Dio, diceva: "Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te". Anzi questa parola -anche la parola "compassione", aggiungiamo noi- questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca, è nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica. Patente della vicinanza al regno, secondo la parabola, non è la frequentazione del tempio: chi più frequentatore del tempio del sacerdote e del levita che vedono e passano oltre? Si può essere invece eterodossi, irregolari - tali erano considerati i samaritani - ed essere vicini al regno. I veri vicini, secondo Martin Luther King, non sono quelli che pensano: "che ne sarà di me, se mi fermo?", ma coloro che pensano: "che ne sarà di lui, se non mi fermo?".
Fonte:sullasoglia